Appunti di un cinefilo

04/07/2009

1- Il dispiacere della visione

Se Guy Ernest Debord, nei primi anni Cinquanta, sosteneva che il cinema era morto, oggi cosa direbbe? Mettiamola così: non sono molti i registi da cui potersi ancora attendere opere cinematografiche memorabili. Orazio riteneva che alla saggezza si debba mescolare un po’ di follia, ma sarebbe meglio intendersi su questo, perché si rischia d’essere fraintesi, essendo la follia tanto svilita, omologata e in fin dei conti dannosa se male utilizzata. Sembra in effetti che oggi giorno la saggezza sia più ostentata che reale e la follia, invece che fertile, finisca per essere coltivata come un semplice e meschino frutto dell’ottusità. Qualsiasi cineasta che volesse davvero mescolare saggezza e follia (qualunque cineasta degno di questo nome, dunque) dovrebbe negare il piacere della visione o, perlomeno, interrogarsi su tale piacere e su quanto esso possa oggi essere perverso, mentalmente dannoso e su quanto peso “politico” potrebbe avere la sua negazione, la sottrazione al gusto odierno. In un‘ipotetica lista di cineasti dal quale aspettarsi un tentativo di porsi in opposizione al dilagante e ormai inaccettabile qualunquismo visivo (che è poi morale) non sarebbe coerente inserire Haneke né tanto meno Tarantino, ridanciano profeta di un nulla di vertiginosa stupidità, né von Trier, né Besson, né Almodovar, rappresentanti ognuno a modo loro di un aberrante complicità sincronica e dialettica con un pubblico che non distingue l’ora del lupo dall’ora felice. Stante la deprecabile situazione del cinema italiano, che batte ogni record nel sopravvalutare alcuni tra i peggiori registi del mondo, certo dalle nostre parti potremmo aspettarci qualcosa giusto da Nanni Moretti, Ermanno Olmi (ma accettare certi rapporti produttivi non è un buon segno), forse da Bellocchio (ancorché più al tramonto che a mezzogiorno), probabilmente da Paolo Benvenuti, De Bernardi e pochi altri.      

2- Come si dirige un film dell’orrore

A proposito della regia di un film dell’orrore, Freda, nel suo libro Divoratori di celluloide, scrisse: «Non si può raccontare “Spartaco” come si racconta “Il dottor Hichcock”. C’è un sistema di ripresa per il film avventuroso e uno per il film dell’orrore». Fin dalle prime inquadrature, “L’orribile segreto del dottor Hichcock” rappresenta una sorta di manuale su come si deve dirigere un film dell’orrore. La storia è simile per certi versi a quella del primo film horror di Freda, “I vampiri”. Anche qui, infatti, una donna creduta morta, Margaretha, moglie del dottor Bernard Hichcock, costringe il marito a donarle il sangue della seconda moglie, Cynthia, per tornare giovane. Al tema del vampirismo, soltanto accennato, si uniscono la necrofilia e un gusto del macabro che contribuiscono a creare un’atmosfera del tutto particolare. Anche grazie ad un gusto visivo e ad un sapiente uso della macchina da presa e del montaggio, nonché a un utilizzo di elementi classici del gotico e della suspense (le candele, il temporale, il vento che fischia, il gatto nero, il rumore di passi, le grida). Scrisse Freda: «In tutti i miei film vi sono porte che si aprono nel buio senza rumore, scricchiolii e fruscii raggelanti, il picchiettare di un ramo contro un vetro.» Notevole inoltre l’apporto dell’attrice Barbara Steele, lanciata nell’horror da Mario Bava, che sotto la guida di Freda riesce a sprigionare un fascino terrorizzato e magnetico.

3- Sokurov: elogio di un artista isolato

In passato non tutti apprezzavano il cinema. Tra gli intellettuali e non solo c’era chi la considerava un’arte (quando era disposto a ritenerla tale) minore. Troppo contigua all’industria eccetera. Negli anni Ottanta Bernhard scriveva addirittura che le immagini in movimento sul finire del Novecento avrebbero preso il sopravvento e allora sarebbe stato impossibile vivere. A maggior ragione oggi, il cinema che tenta di non essere solo spettacolare e vendibile come una qualsiasi merce ha vita dura. Chi crede ancora in una messa in scena cinematografica  potenzialmente artistica può a scelta limare i propri spigoli, o starsene in disparte. Se già verso la metà degli anni Sessanta Welles diceva che un buon artista deve essere isolato, figurarsi cosa può pensare e fare attualmente un autore che ambisca ad essere rigoroso. Se non sceglie di isolarsi, di stare ai margini, qualcuno deciderà per lui. È il caso di Sokurov, straordinario uomo di cinema, di un cinema lento, riflessivo, filosofico, distribuito poco e male. Eppure ha realizzato numerosi capolavori. I titoli più conosciuti sono “Arca russa”, “Il sole” e “Aleksandra”. Ma anche altri film, come “Salva e custodisci”, “Madre e figlio” e “Elegia della vita”, ne fanno uno dei pochi registi nati negli anni Cinquanta che possa essere accostato ai maestri del passato e paragonato a Kubrick e Tarkovski per il sublime e poetico sguardo metafisico sulla realtà.

4- Apologia della soubrette televisiva

È una fortuna che la carriera di
mia figlia si sia risolta nel nulla.
Pensi un po’ se oggi fosse una soubrette.
(Thomas Bernhard, Alla meta.)

C’era una volta la soubrette televisiva. Si potrebbe cominciare con questa frase un articolo su questa figura, tanto significativa non solo dal punto di vista “spettacolare” ma anche sotto il profilo teorico. Figura in via di estinzione quant’altre mai, in estinzione più di qualsiasi altra figura appartenente alla storia della televisione, almeno nella sua accezione di “primadonna”, di elemento centrale dello show, di attrazione femminile che balla e che canta. Sotto questo punto di vista, la soubrette televisiva si sta estinguendo ancor più della soubrette teatrale. Perché se è vero che il teatro di rivista e l’avanspettacolo non sono più generi dominanti, è pur vero che si producono in Italia ancora vari spettacoli con protagoniste primedonne che cantano e ballano, anche se si tratta quasi sempre di versioni italiane di musical americani, quindi poco in linea con la figura classica della soubrette del nostro teatro leggero. È successo con Lorella Cuccarini in Grease e Sweet Charity, con Michelle Hunziker in Tutti insieme appassionatamente e Cabaret, con Matilde Brandi in Victor Victoria, con Lorenza Mario in Facciamo l’amore, con Nathalie Caldonazzo e Ramona Badescu in Moulin Rouge, con Roberta Lanfranchi in Cenerentola, eccetera. In ogni caso, secondo vari addetti ai lavori la soubrette non scomparirà mai. Il grande regista Antonello Falqui, ad esempio, ha detto: “Credo che ci sarà sempre. Uno dei capisaldi del varietà è la soubrette. Se si fa un varietà, se ne fanno sempre meno, la soubrette è necessaria. Se non che i varietà sono abbastanza mediocri e tutto è abbastanza mediocre, di conseguenza.” Di sicuro le apparizioni si ridurranno sempre più e i minuti di esibizione difficilmente torneranno a essere quelli di una volta. Negli ultimi anni, gli unici tentativi seri di riesumare la figura della soubrette sono stati messi in atto da Gino Landi e Pippo Baudo, che hanno fortemente voluto la splendida Andrea Osvàrt e Bianca Guaccero cantanti e ballerine al Festival di Sanremo, nonché da Sergio Japino e Raffaella Carrà (ma non dimentichiamo il co-autore Gianni Boncompagni) che in “Carramba che fortuna” hanno fatto esibire in un breve numero musicale ben tre attrici e show-girl a puntata, tra le quali ricordiamo, in ordine di preferenza: Roberta Lanfranchi, Serena Autieri, Brigitta e Benedicta Boccoli, Martina Pinto, Sabrina Ferilli, Claudia Gerini, Rosita Celentano, Laura Freddi, Manuela Arcuri, Anna Falchi, Martina Colombari, Maddalena Corvaglia, Eleonora Giorgi. Si può considerare un punto a favore del ruolo persino l’opportunità data all’argentina Belen Rodriguez nell’ultima edizione dello show di Canale 5 Scherzi a parte, anche se difficilmente avrà un seguito. Tentativi ammirevoli e in parte anche gradevoli, ma la sensazione è che almeno nei primi due casi si sia trattato di una concessione fatta ad alcuni mostri sacri della televisione italiana, soubrettofili convinti, e difficilmente ripetibile. Ci auguriamo che non sia così, ma l’assenza di una soubrette nel successivo spettacolo della coppia Landi-Baudo, “Serata d’onore”, andato in onda nell’autunno del 2008, sembrerebbe confermare tale sensazione. In ogni caso, la soubrette come fulcro dello show, come modello (quanto educativo non sta a noi dirlo, ma certo le soubrette almeno facevano qualcosa, imparavano un mestiere) da imitare per tutte quelle ragazzine che negli anni Settanta sognavano di diventare come Raffaella Carrà e poi come Heather Parisi,  soprattutto come simbolo di seduzione, come figura erotica che dall’avanspettacolo ai varietà irretivano gli spettatori di sesso maschile, è utopistico pensare che venga riproposta se non in maniera estemporanea. L’ultimo caso, oltre alla citata Rodriguez, ha riguardato un’altra sudamericana, la venezuelana Aida Yespica, primadonna di un varietà come quello del Bagaglino. Proprio la creatura teatrale e televisiva di Pier Francesco Pingitore, con tutti i suoi limiti ultimo esempio di autentico, tradizionale varietà televisivo, ha dimostrato casomai ce ne fosse bisogno che la soubrette sembra davvero non funzionare più. Il maestro del Salone Margherita in questa stagione aveva non solo insistito nel proporre la figura della soubrette, non solo ne aveva fatto il baricentro dello spettacolo, non a caso intitolandolo “Bellissima – cabaret anticrisi”, ma aveva addirittura proposto ben otto primedonne: Valeria Marini (poi misteriosamente sostituita nella terza e ultima puntata da Natalia Bush), Pamela Prati, Manila Nazzaro (di gran lunga la migliore), Nina Moric, Justine Mattera, Angela Melillo, Antonella Mosetti, ?????. Risultato: lo spettacolo, di cui erano previste quattro puntate, è stato, per la prima volta nella sua storia, bruscamente interrotto. Probabilmente è considerato troppo vecchio stile, anacronistico, troppo smaccatamente rivolto a un pubblico maschile e non radical chic, troppo rozzo, troppo inviso alla critica (che lo maltratta o lo snobba), poco amato dai pubblicitari e poco giovanilista. Per di più, la morte del suo interprete più prestigioso, Oreste Lionello, vera colonna dello spettacolo insieme al regista e a Castellacci (anch’egli scomparso qualche anno fa), come del resto l’inspiegabile assenza di un altro interprete fondamentale come Leo Gullotta, tutto ciò ha dato il colpo di grazia a un cabaret/avanspettacolo già traballante. Ma il sospetto che il capro espiatorio saranno considerate le tante soubrette presenti non ci sembra per nulla peregrino. E quindi tutt’altro che bene augurante. 

Roberto Frini