Ciao, Mario

22/01/2012

 Alcuni anni fa ho tenuto una rubrica su questo giornale, quando Quarto Potere era ancora in forma cartacea. L’avevo chiamata “Gli ultimi Perceval” perché era dedicata a quei personaggi che, a vario titolo, si erano distinti nel mondo dell’avventura e dell’esplorazione  non solo per le imprese compiute, ma soprattutto perchè corrispondevano a quell’ideale nobile e cavalleresco dell’eroe solitario e anti-convenzionale che li distingueva dai tanti che provano e riescono in qualche impresa. L’avevo chiusa dopo alcuni numeri, avendo ritenuto esaurito l’elenco dei Perceval.
Mi sbagliavo. Ce n’era ancora uno e lo conoscevo personalmente, ma ne sono stata consapevole troppo tardi.


Mario Merelli era un alpinista, un uomo con l’aria di un ragazzo entusiasta della vita e di quanto la vita può offrire, un uomo generoso, un amico. L’ho conosciuto anni fa, quando avevo accompagnato un gruppo di ragazzi nell’albergo di sua proprietà, nell’alta Valle Seriana, e dopo un breve scambio di parole avevamo subito trovato nella montagna una passione comune, io da escursionista, lui da alpinista. Era il 1999 e Mario stava preparando la prima spedizione all’Everest. Mi raccontò di come era cresciuto con la testa fra le nuvole, sulle orme del padre Patrizio, guida alpina e grande alpinista; del suo primo viaggio sulle montagne extraeuropee  e di come, arrivato in vetta al Cotopaxi in Ecuador, ne fosse disceso lanciandosi con il parapendio; di quando andava a legare massi nelle cave di marmo sulle Alpi Apuane per mettere da parte qualcosa e pagarsi la prima spedizione in Himalaya, “perché, se non sei famoso, devi pagare tutto; invece, quando ti conoscono, gli sponsor fanno a gara per metterti un adesivo addosso e pagarti la spedizione”.
E la notorietà è arrivata, perché in più di vent’anni di attività Mario ha effettuato numerosissime ascensioni sulle principali cime italiane ed europee ed è diventato un alpinista di fama internazionale, raggiungendo poi la vetta di 10 dei 14 Ottomila, alcuni dei quali saliti e risaliti più volte per vie nuove e senza ossigeno in puro stile alpino: l’Everest due volte, il Makalu, il Kangchenjunga, lo Shisha Pangma, l’Annapurna, il Broad Peak, il Gasherbrum, il Lhotse, il Cho Oyu e il Dhaulagiri, l’ultima vetta nel 2011. Dopo aver raggiunto la vetta dell’Everest per la prima volta, nel 2001, mi chiese di scrivere per lui il testo del video-documentario della spedizione. Io ascoltavo i suoi racconti cercando di stare al passo con le suggestioni e i ricordi di una spedizione appena conclusa, ma il più delle volte mi fermavo a immaginare, così rapita dalle sue parole che mi sembrava di esserci, io che l’Everest non l’ho ancora visto, di essere lì a superare la  fatica di mettere un piede davanti all’altro e camminare dove l’aria si fa più rarefatta e solo il silenzio e il vento ti fanno compagnia. Poi mi arrivava una scrollata che mi riportava alla realtà:”Allora, stai scrivendo o no?”.
Sì, Mario, sto scrivendo. Scrivo di te, che la mattina del 18 gennaio ti stavi arrampicando sulle montagne dietro casa e sul pizzo Scais ti sei attaccato a un masso, che chissà da quanto tempo se ne stava lì fermo , ma ha aspettato che tu ti ci aggrappassi per staccarsi e trascinarti con sé giù per un canalone lungo 300 metri. Ora che non ci sei più restano le tue imprese, anche le cime che non hai raggiunto, soprattutto quelle, perché ci vuole molto più coraggio nel voltare le spalle alla vetta per cui faticavi da mesi. Resta il ricordo della tua generosità, come quella volta che, a poche centinaia di metri dalla cima dell’Everest, sei sceso a causa del maltempo, ma ti sei rimesso in marcia anche se sfinito per salvare un altro alpinista disperso che voleva arrivare in vetta a ogni costo. Resta l’ospedale che hai voluto per i bambini della poverissima regione del Dolpo, in Nepal, per restituire qualche sorriso alle popolazioni di quelle montagne che ti hanno regalato tante soddisfazioni. Restano le tue parole, pronunciate con quell’accento bergamasco che mi strappava sempre un sorriso:” Se, nella più malaugurata delle ipotesi, ci dovesse succedere qualcosa, dovete pensare tutti che noi in montagna ci andiamo perchè ci divertiamo, perché ci stiamo bene".
In questi giorni la notizia della morte di Mario Merelli è rimbalzata in tutto il mondo, centinaia di siti internet raccontano le sue imprese alpinistiche, ma tanti che l’hanno conosciuto esaltano il suo valore umano, il suo voler mostrarsi piccolo anche se nel mondo dell’alpinismo era un autentico gigante.  Quanto a me, penso che viviamo in tempi in cui i SuperMario spuntano come funghi, dall’economia alla politica, ma l’unico che riconosco come tale era lui.
Ciao, Mario

Angela Comandý