Quel bravo ragazzo di Martin Scorsese: 70 anni e non sentirli

25/11/2012

Sintetizzare la poetica cinematografica di Scorsese è un lavoro particolarmente complicato, e non solo perché il regista americano nei suoi settant’anni di vita abbia realizzato numerosi film, cortometraggi e documentari, ma soprattutto perché i suoi lavori possiedono un’anima estremamente articolata e chiavi di lettura che oltrepassano il confine cinematografico invadendo svariati campi, come quelli antropologici e sociologici. Basterebbero pochissime immagini per illustrare e commentare il mondo scorsesiano: il monologo conclusivo di Jake La Motta, l’ascesa e la caduta di Henry Hill, il vortice autodistruttivo di Travis Bickle e l’inquietante e sinistra New York notturna di Fuori Orario. Il cinema di Scorsese parte da qui, da quei personaggi e quelle ambientazioni già noti al grande pubblico e presenti nell’immaginario collettivo, per poi andare oltre e analizzare realtà più complesse.
In Martin Scorsese – Viaggio nel cinema americano è piuttosto chiara l’importanza che determinate tematiche e un certo tipo di cinema hanno avuto sulla sua formazione artistica; il crimine, nel suo significato più ampio, è il punto di partenza del cinema di Scorsese e l’ambiguità dell’animo umano la chiave di volta delle sue pellicole. L’elemento autobiografico ha influenzato il lavoro dell’autore americano e lo ha reso qualcosa di più di un semplice regista, quasi un antropologo o un sociologo convinto che per analizzare la psiche umana e suoi desideri più nascosti e perversi fosse necessario partire dalla violenza, elemento imprescindibile della vita di ogni essere umano. L’attrazione per il crimine, il darwinismo sociale, l’avidità, la corruzione, l’uso della forza come difesa personale e l’autodeterminazione attraverso la sopraffazione dell’altro sono le colonne portanti della sua cinematografia, nonché degli individui che ama raccontare.
L’uomo scorsesiano è l’opposto dell’uomo di Rousseau: è violento, selvaggio e ambiguo per natura, non c’è istituzione che regga. I delitti, la malavita, i peccati, i sensi di colpa e l’espiazione sono quindi conseguenze naturali di un vortice autodistruttivo attratto dal male e dalle sue suggestioni: il gioco di forza tra il criminale Max Cady e l’avvocato Sam Bowden in Cape Fear, il triangolo amoroso de L’età dell’innocenza, il contrasto tra l’individualismo e il bene di una collettività, che può essere anche quella criminale, come in Mean Streets e Quei bravi ragazzi e l’ossessione per la fama di Rupert Pupkin in Re per una notte sono solo alcuni esempi.
Il cinema di Scorsese è stato più volte accusato di essere maschilista e misogino, ma a dispetto di quanto non si pensi le sue donne sono più vere e reali di tante eroine femministe viste sul grande schermo. Da Sharon Stone a Lorraine Bracco, da Amy Robinson a Vera Farmiga, da Cathy Moriarty a Juliette Lewis, le donne di Scorsese sono attratte dal crimine, dai soldi, dal rischio e da relazioni e uomini tormentati e violenti. Ambigue, instabili, autolesioniste ed emancipate, rientrano a pieno nella poetica cinematografica scorsesiana.
Possiamo quindi definire il cinema di Scorsese  un viaggio folle e cruento nell’America contemporanea, in cui individualismo, corruzione e violenza sono i principi fondamentali dei suoi self-made man. La parte oscura e deleteria del sogno americano, è questa la colonna portante della cinematografia scorsesiana.
Ecco perché un esperimento come Hugo appare poco credibile e deviante, perché trasforma Scorsese e lo rende improvvisamente un fanatico di Méliès e del suo cinema magico e illusorio, offuscando per un momento l’approccio lumeriano che ha sempre contraddistinto le sue pellicole da Chi sta bussando alla mia porta? fino all’insospettabile Shutter Island, ma è anche vero che al regista di Toro scatenato e Quei bravi ragazzi un piccolo intoppo può essere certamente perdonato.
Omaggiare un grande regista come Scorsese non è mai facile, soprattutto quando quasi tutto è già stato detto, per cui il lavoro potrebbe apparire banale, monotono e ripetitivo anche se gli omaggi ai grandi maestri della settima arte non sono mai troppi. E possiamo senza dubbio dire che nonostante i settant’anni, in attesa di Il lupo di Wall Street, Martin Scorsese resta ancora un bravo ragazzo.

Valeria Arena