Muore Philip Seymour Hoffman: uno dei più grandi trasformisti hollywoodiani

04/02/2014

C’è chi, nel micro-macro universo hollywoodiano, ci entra di prepotenza ed arroganza; tutto e subito: un fuoco che divampa maestoso. E chi non ama un po’ di tracotanza made in USA?! Ma c’è chi predilige lo charme all’impeto, chi si inserisce sì, ma con garbo ed eleganza. Philip Seymour Hoffman apparteneva al secondo gruppo. Poliedrico trasformista, privo di restrizioni o paletti artistico-interpretativi: un attore di rango, pacato quanto incisivo. Lo si ricorda agli esordi, un paffuto ventenne dal marcato rutilismo, intento ad interpretare un insopportabile figlio di papà nell’acclamato “Profumo di donna”; particina modesta, più che secondaria certo, ma ricca di pathos e grazia. Si aprono le strade più rosee per il giovane attore: negli anni ’90 lo ritroviamo in pellicole di grande successo, da “Boogie Nights” a “Happiness”, da “Magnolia” a “Il talento di Mr. Repley”. Sempre ruoli emblematici i suoi: una presenza tagliente ma misurata, piccole e caratteristiche parti, poche battute ma buone. Il miglior risultato nel minor tempo possibile. E sì, alle soglie del 2000 il suo volto si sparpaglia, peggio del prezzemolo, in numerosi blockbuster di ogni genere. Impossibile non ricordarlo senza sorriso nella peculiare interpretazione di un titubante e goffo assistente del magnate Jeffrey Lebowsky, nella fortunata pellicola dei fratelli Coen.
Ma spetterà al nuovo millennio il (doveroso ed inevitabile) compito di innalzarlo a stella di Hollywood, sempre più brillante e talentuosa. Arrivano proposte allettanti, accettate con onore e determinazione:  nel 2002 viene diretto dal maestro Spike Lee ne “La 25° ora”, successo di pubblico e critica. Hoffman si dimostra all’altezza delle aspettative e , al fianco di un mostro sacro quale Edward Norton, non sembra impallidire nemmeno un poco. 2005, annus memorabilis per l’attore, che prende parte alla pellicola “ A Truman Capote – A sangue freddo”, progetto biografico sul celebre scrittore statunitense. Salto di qualità per Hoffman che, da (seppur pregevole) spalla scenica, si guadagna di diritto il ruolo principale, regalando un’ interpretazione inattaccabile. Il pubblico lo esalta, ma la critica ancor più: il ruolo gli vale la più ambita statuetta, Oscar al miglior attore protagonista del 2006, primeggiando su rivali quali Joaquin Phoenix, Heath Ledger e David Strathairn. Al lavoro cinematografico, l’attore alterna una copiosa e fortunosa carriera teatrale che lo ha accompagnato fino alla fine.
Seguono altri brillanti interpretazioni e grandi successi personali: sotto la regia di Sydney Lumet nel 2007 in “Onora il padre e la madre”; lo ritroviamo accanto a Tom Hanks un paio d’anni dopo ne “La guerra di Charlie Wilson”, ed è di nuovo febbre da Oscar, che si ferma, però, alla sola nomination. Interpretazione raffinata e sagace nell’introspettivo e disincantato “Le idi di marzo” per la regia di George Clooney; non ancora soddisfatto eccolo assieme a Brad Pitt ne “L’arte di vincere”  per prendere parte, l’anno successivo, al maestoso e prepotente “The master “, di Thomas Anderson.
Un percorso artistico peculiare quanto arguto, con decine di ruoli antipodici, (talvolta) cacofonici ed ambivalenti; un carosello ben studiato , costellato di successi  ed ovazioni.  Professionista di razza, malleabile e duttile più di chiunque altro.
Ma, si sa, il lato oscuro di questo mondo è sempre pronto a colpire, ed è così che, in data 2 febbraio 2014, Philip Seymour Hoffman si spegne nel suo appartamento a Manhattan. Overdose letale. Ennesima vittima di un’ autodistruttiva dipendenza che già lo aveva segnato in gioventù.  A 46 anni lascia una carriera florida (forse) non ancora sbocciata del tutto, ed un eredità che in pochi potranno raccogliere.

Simone Filippini