Dal Neorealismo alla Commedia all’italiana: omaggio a Pietro Germi

11/07/2014

A quarant’anni dalla scomparsa, il ricordo del grande regista genovese nelle parole del regista Claudio Bondì, autore di un documentario a lui dedicato cinque anni fa.
"Pietro Germi fece il suo esordio con Il testimone (1946) e si impose con In nome della legge (1949), sul tema della mafia: possiamo trovare in questi film un anticipo del cinema d'impegno civile?"
“In un certo senso sì, anche se In nome della legge fu costruito sulle immagini del cinema americano che Germi conosceva molto bene. A ben vedere si tratta del primo western all'italiana: basta leggere in tal senso la sequenza del treno che arriva nella stazione sperduta con l'incontro tra il nuovo giudice e il vecchio che fugge via. Tuttavia Germi fu persona dal forte impegno civile, anche se questo gli procurò malintesi specialmente a sinistra”.
"Dopo Il cammino della speranza (1950) e un successivo periodo di sbandamento, Il ferroviere (1956) e L'uomo di paglia (1958) ci offrirono un inedito Germi intimista: quanto c'è di lui in questi titoli?"
“Molto, specialmente ne Il ferroviere che si può considerare il suo ritratto. Il produttore voleva Spencer Tracy come protagonista ma Germi si impuntò. Ebbe ragione lui”.

"Dei due film sopra citati Germi fu anche protagonista: del resto lui aveva già interpretato Fuga in Francia (1949) di Mario Soldati, e lo sarebbe stato ancora nel suo Un maledetto imbroglio (1960), da Carlo Emilio Gadda, e in film di Damiano Damiani e Mauro Bolognini. Come mai Germi si prestava anche a recitare?"
“Germi aveva vinto la borsa di studio al Centro Sperimentale di Cinematografia come attore, soltanto in un secondo momento con l'aiuto di Blasetti passò nella sezione regia. Secondo me aveva un talento limitato, ma in certi personaggi - come il commissario Ingravallo di Un maledetto imbroglio - fu perfetto. Anche il tormentone ‘non sono dottore’ era una sua  frase  vera, anzi aveva anche un piccolo distintivo che portava sulla camicia dove aveva scritto appunto ‘non sono dottore’”.

"Con Divorzio all'italiana (1961) passò alla commedia all'italiana, sulla quale si attestò poi definitivamente (Sedotta e abbandonata, 1964; Signore e signori, 1966; Alfredo Alfredo, 1972): quanto fu importante il suo contributo al genere secondo Lei?"
“Germi e poi Monicelli e Risi sono gli inventori  della commedia all'italiana. E i film citati sono straordinari, cosa che invece non  furono i successivi Serafino, Alfredo Alfredo e Le castagne sono buone, imprigionati in luoghi comuni e scollegati con la società che stava cambiando e che Germi non seppe interpretare come aveva fatto mirabilmente in precedenza”.
"A quarant'anni dalla scomparsa, cosa crede rimanga di Pietro Germi come uomo e come regista?"
“Pietro Germi è stato un autore, rigoroso, autonomo, con grande rispetto per il pubblico. A volte incompreso dalla critica militante - con la quale si scontrò spesso - ha alternato alcuni capolavori con opere meno riuscite. Il suo film che preferisco - un film di genere -  è Un maledetto imbroglio: impeccabile e perfetto. Andrebbe mostrato nelle scuole di cinema come esempio di un film di genere, appunto, senza sbavature e cedimenti, inimitabile. Inoltre  fu un regista che sapeva scegliere e valorizzare  i suoi attori. Molto gli hanno dovuto: Saro Urzì, Stefania Sandrelli, Franco Fabrizi, Virna Lisi e lo stesso Mastroianni. Le sceneggiature scritte con Vincenzoni, Age e Scarpelli sono, anche quelle, un esempio straordinario di scrittura per il cinema”.

Così invece un ammiratore d’eccezione - il regista Pupi Avati - ricorda Pietro Germi: “L’ammirazione per lui è nata dal fatto che ho collaborato con uno dei suoi sceneggiatori col quale vinse un Oscar - Ennio De Concini - da cui ebbi modo di saperne molto di più di quanto non si conoscesse allora che era ancora in vita. Poi successivamente me ne parlò Monicelli, che ereditò da Germi il progetto di Amici miei: era un film che aveva organizzato e scritto Germi, il quale purtroppo per un tumore che aveva al fegato dovette rassegnarsi ad affidarlo appunto a Monicelli. I film stessi di Germi erano straordinari: soprattutto quelli sulla provincia italiana, che lui ha portato sullo schermo in un modo assolutamente encomiabile. Germi è stato inoltre inviso perché non si è schierato in modo netto e palese come tanti: era una persona che si riservava il diritto di avere le sue opinioni - e non sempre erano coincidenti con quelle della cultura imperante - e questo ha fatto sì che io l’abbia sentito molto vicino. Ciò nonostante, la mia provincia è più intrisa di cultura contadina: assomiglia a quelle che sono le mie stesse origini. I miei primi anni da infante li ho trascorsi per motivi bellici in campagna, e quindi quell’imprinting della favola contadina e del tipo di religiosità conciliare sono degli elementi in me molto forti, senza contare la concezione sacrale della vita. Io ho ricevuto un educazione cattolica nei riguardi della quale non ho espresso mai delle grandi riserve, mentre nel cinema di Germi la provincia bigotta - soprattutto nel film Signore e signori, ambientato nel Veneto - è raccontata con una certa fedeltà. Divorzio all’italiana è invece citato nel mio film La cena per farli conoscere: in esso Diego Abatantuono interpreta infatti un attore il cui sogno è quello di lavorare con Pietro Germi, che io considero, insieme a De Sica, il più straordinario direttore d’attori del cinema italiano. Il suo cinema è stato così puntuale nello stigmatizzare un certo modo di essere italiani che non lo si fa più con quell’acutezza, nonché con quello straordinario bacino di attori del quale disponevamo. Il cinema di Pietro Germi era un cinema non tanto di protagonisti quanto di straordinari caratteristi: ci sono una decina di caratteristi straordinari che nascono e crescono con lui - come Saro Urzì, che era un semplice generico. Questo tipo di approccio adesso - a parte qualche cosa che possiamo aver fatto noi - non mi sembra che sia tanto diffuso”.

Alessandro Ticozzi