Il Mago Mario Bava

25/11/2014

"Mi viene da ridere a pensare al neorealismo: bello sforzo, vai per le strade e giri! Il cinema è la fucina del mago, è fare una storia fisicamente con le proprie mani (...). Del cinema mi affascina il problema e la soluzione."
Con queste parole, tratte da una lunga intervista prima della morte, riportata nel libro di Fofi e Faldini, “L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti” (Feltrinelli, 1981), Mario Bava racconta l’essenza di tutto il suo cinema.
Un cinema prima di tutto fantastico e antirealistico, che mira al trucco, all’artificio. E’ per questo che Bava, nato a Sanremo nel 1914, con un passato di direttore della fotografia e membro di una dinastia di cineasti, è considerato il nostro migliore artigiano, colui che ha conosciuto proprio i segreti del cinema e che ha disegnato i confini della cinematografia di genere, spaziando dall’horror gotico, al poliziesco, al western, alla commedia (suo è Le spie vengono dal semifreddo con Franco e Ciccio).
Di lui però si ricordano quasi esclusivamente gli horror e i thriller girati per lo più negli anni 60. Tra i suoi titoli più famosi La maschera del demonio, La ragazza che sapeva troppo, La frusta e il corpo, Sei donne per l’assassino, Operazione paura.
Sono titoli riscoperti a posteriori, in quanto Bava non incassava molto all’epoca, e pur essendo, anche all’estero, ritenuto un innovatore fondamentale nell’ambito del cinema del terrore e del fantastico, in Italia la sua accoglienza è sempre stata tiepida e poco incisiva. La nouvelle vague francese, il western, la commedia offuscavano tremendamente i film dell’orrore in Italia. Forse i tempi non erano ancora maturi, la censura e il Vaticano creavano ancora parecchie difficoltà.
Eppure il ruolo fondamentale di Bava nel creare nuovi stereotipi di genere nel cinema italiano è stato di importanza capitale: a lui si deve un’idea di giallo onirico, dove l’importanza al voyeurismo e all’elemento macabro era centrale, l’uso acrobatico della macchina da presa, un luminismo vivido contrapposto a un chiaroscuro espressionista, l’ironia sempre presente che contribuiva a creare un effetto di straniamento.
Se si pensa, quindi, allo sviluppo fondamentale che Bava ha dato al cinema giallo e gotico (introducendo tra l’altro l’iconografia dell’assassino seriale in impermeabile e cappello nero), è imbarazzante chiedersi chi sia stato per davvero l’inventore del thriller all’italiana, poiché anche Dario Argento ha avuto la sua parte negli anni 70, mettendo in ombra nuovamente Bava, nella fase terminale della sua carriera.
Cronologicamente e storicamente sicuramente Bava ha avuto un primato insieme a Freda e Margheriti, anche se i dati del botteghino parlavano chiaro e gli italiani hanno dimostrato fin da subito un attaccamento popolare e un fascino maggiore per Argento, il quale porta avanti anche un suo discorso molto personale che lo fa presto essere considerato non solo un artigiano, ma soprattutto un autore.
Nel 1970 Bava gira però un film thriller assolutamente sperimentale e originale, Il rosso segno della follia, nel quale si racconta attraverso un io interno la follia di un assassino dal solo e unico punto di vista di una mente malata. Questo artificio narrativo è stato ripreso in tempi molto recenti anche dall’esordiente Luigi Pastore, che gira nel 2009 Come una crisalide, ben accolto dalla critica di settore.
Mario Bava, tuttavia, ha sempre preferito il gotico e il fantastico e ci riprova ancora con Gli orrori nel castello di Norimberga (1972) e in parte con Lisa e il diavolo (si segnala il dvd edito della Raro Video che contiene la versione originale restaurata del film e quella rimaneggiata e rimontata dal titolo La casa dell’esorcismo) ma il gotico è ormai morto in Italia e sembra che soltanto il thriller onirico abbia preso piede. Tuttavia, l’ultimo film, Shock (1977), girato con l’aiuto del figlio Lamberto (non accreditato) si ritaglia un posto in prima fila tra gli ultimi horror italiani degni di nota degli anni 70. Forse a convincere il pubblico è la presenza di Daria Nicolodi, diventata famosa grazie ad Argento e la musica rock-prog di Walter Martino e dei Libra, sulla falsariga dei Goblin, molto di moda all’epoca. Ma anche le magiche atmosfere e certe riprese da antologia vanno annoverate.
L’ultima collaborazione tra Bava e il cinema italiano la si ha proprio a pochi mesi dalla sua morte, nel 1980, quando viene chiamato proprio da Dario Argento per la realizzazione di alcuni effetti ottici destinati alla scena finale di Inferno.
Questa è stata la prima e ultima volta (meglio tardi che mai!) in cui i due “maestri” del brivido hanno potuto lavorare insieme. In seguito il verbo baviano è stato tramandato e proseguito Bava Jr. Lamberto, spesso con esiti non felicissimi…Ma le case di produzione e un nuovo clima nella cinematografia italiana hanno cominciato a non perdonare!

Carlo Lock