
Anche gli dei sono impotenti di fronte alla follia degli
uomini, che cercano la sofferenza invece della gioia e continuano a ripetere
sempre gli stessi errori (“Ran”)
Ci sono due cinema di Akira Kurosawa: quello in bianco e nero
e quello a colori.
Di fronte al primo, vien da
pensare che questo artista esiste solo senza colori, esprimendo il meglio di sé
nelle varie tonalità del grigio. Di fronte al secondo, vien fatto di credere
che prima della sua nascita il colore non esistesse, non solo sullo schermo, ma
nemmeno nella realtà. Nell’uso di entrambi, comunque, Kurosawa è estremamente
“giapponese”, attento più alla magia suscitata dalle luci che alla realtà
(eventualmente) rappresentata. Già, perché c’è un luogo comune che ha sempre
perseguitato il Maestro: il suo è un cinema poco orientale, più adatto
all’Occidente, che infatti lo ama più di quanto non faccia il Sol Levante. Un
luogo comune probabilmente nato dai successi ottenuti all’estero e,
soprattutto, dalle ascendenze di certe sue pellicole: Shakespeare,
innanzitutto, ma anche Hammett e Van Gogh. E per “Rashomon” e “Kagemusha”
qualcuno ha tirato fuori Pirandello. E i richiami alla pittura tradizionale
nazionale? E storie come quella de “La fortezza nascosta”? E’ vero che il
personaggio di Sanjuro ha ispirato il pistolero senza nome di “Per un pugno di
dollari” e da “I sette samurai” è stato tratto un altro celebre western, “I
magnifici 7”, ma il ritmo delle pellicole di Kurosawa è tutto orientale, e
nessun occidentale potrebbe realizzare film come “Dodes ‘ka- den”, “Dersu
Uzala”, “Madadayo”. In “Rapsodia d’agosto” recita Richard Gere. Direste che
Roland Joffé è un regista “orientale” perché in “Urla del silenzio” ha usato un
attore cambogiano? Il punto è che Kurosawa è un genio, e il genio non conosce
confini. Il Bardo può ispirare film giapponesi, e un giapponese può ispirare il
cinema western.
Ma quali sono i fili conduttori
del cinema di Akira il grande? A nostro avviso, due elementi che fanno da “fil
rouge” tra tutte le sue opere sono il senso di fine di un’epoca, e la
conseguente ricerca di un valore a cui aggrapparsi; e il senso di solitudine
dell’uomo, e la conseguente ricerca di una qualsivoglia sintonia con qualche
altro essere per non perdersi.
Un altro elemento dominante, non
costante ma che torna comunque ciclicamente, è quello della follia, della
finzione, dell’impossibilità di trovare la verità: un tema strettamente
connesso a quello precedente, quasi come necessario corollario. Se infatti
l’uomo non riesce a trovare qualcosa o qualcuno in cui credere e resta solo in
un mondo ostile che va disfacendosi, non potrà che impazzire e non distinguere
più i suoi sogni e le sue bugie dalla
realtà. Così l’universo umano di Kurosawa è fatto di angeli ubriachi, di
samurai senza padrone, di guerrieri folli, di signori senza terra, di persone
senza una casa alla quale tornare. Nelle immagini così sapientemente
illuminate, controllate, simmetriche, si agitano piccoli buffi esseri
insignificanti in preda al caos. Il baricentro è tutto nel quadro che appare
sullo schermo, altrove vi è il dissolversi di ogni sicurezza, i bambini vengono
abbandonati sotto la pioggia, sulla “Porta del demonio” (Rashomon).
Speranza? Solo i vecchi forse ce
l’hanno, grazie alla loro saggezza; ma non è vera speranza, è piuttosto
atarassia, un cinismo venato di simpatia verso i più deboli: sono come
personaggi di Maugham giunti “alla rassegnazione attraverso un solido senso del
ridicolo”. I vecchi piacciono a Kurosawa proprio per questo, e per la loro
capacità di rapportarsi coi piccoli o con creature “insignificanti” come un
cavallo; ma anche loro possono perdere la testa e guastarsi. Così come la
natura può essere magica, ma anche ostile. Non c’è suo film, nemmeno il più
sereno, nemmeno dotato di lieto fine, che non lasci un senso di amarezza e
pessimismo. Oggi il samurai può anche sconfiggere il suo nemico, ma le armi da
fuoco sono arrivate a contaminare i loro duelli e tutto un mondo scomparirà in
preda al male.