Renato Pozzetto: Dal Cabaret Al Cinema, Andata E Ritorno

13/07/2010

"Da buon milanese io ho adorato Renato Pozzetto, ridendo sin da quand’ero bambino con i suoi film, ed è un personaggio che trovo veramente molto originale nel panorama cinematografico italiano: sia come comico che come attore, è infatti riuscito sempre ad avere quel tono al limite tra il reale e il surreale che secondo me ha fatto grandi alcuni film. Avevo una parte non grande ma fondamentale all’interno del film, e il mio sogno era poter avere Pozzetto in questo piccolo cammeo: sapevo infatti che avrebbe reso il personaggio indimenticabile, come poi infatti è stato. Io l’ho corteggiato un po’, ho cercato di farlo appassionare al copione e alla fine ha accettato di fare la parte di quest’uomo in età avanzata che vuole a tutti i costi sposare la sua nuova, giovane fiamma – Carolina Crescentini – mentre il figlio Filippo Nigro cerca di farlo ragionare, con esiti ovviamente molto comici e divertenti. Lavorare con Pozzetto è stato molto interessante: lui ha suggerito dei cambiamenti al suo personaggio che all’inizio hanno sconvolto sia me che gli sceneggiatori, ma che poi ragionandoci alla fine si son rivelati geniali; e infatti lui ha un colpo di scena finale che crea boati di risate, ed è quella la grande capacità di chi sa esattamente come far divertire il pubblico”. Così Luca Lucini, regista di alcune delle commedie generazionali di maggior successo di quest’ultimo lustro (Tre metri sopra il cielo, L’uomo perfetto, Amore, bugie e calcetto, Solo un padre), parla dell’esperienza con l’illustre concittadino Renato Pozzetto, che con questa breve partecipazione al suo film Oggi sposi ha festeggiato l'anno scorso sul set trentacinque anni di carriera cinematografica.

Quando nel 1974 Renato Pozzetto debuttò al cinema con Per amare Ofelia, fu subito protagonista nei panni di un giovane industriale affetto dal complesso di Edipo, e portò sul grande schermo una comicità fatta di silenzi straniati, sguardi fissi e gesti impacciati assolutamente innovativa per l’epoca, frutto della sua esperienza cabarettistica in coppia con Cochi Ponzoni, a sua volta in qualche modo figlia del teatro dell’assurdo di Ionesco e di un umorismo surreale e nonsense alla Campanile, ma con una vena satirico-critica derivante dai concittadini Fo e Jannacci. Dopo Flavio Mogherini, fu Alberto Lattuada a inserire il “tipo” di Pozzetto in un altro apologo grottesco, Oh Serafina (1976), in cui il Nostro nella parte di un altro industriale – che però stavolta finisce interdetto e internato in manicomio a causa dell’avidità della moglie – si concede divagazioni ecologiste alla Celentano.

Ma è il 1979 l’anno in cui il fenomeno Pozzetto esplode veramente ai botteghini: dopo la brillante caratterizzazione di un commissario lumbard trapiantato a Napoli che cerca di sbrogliare la complicata matassa del Giallo napoletano che Sergio Corbucci ha riempito di star, nostrane e non (Marcello Mastroianni, Ornella Muti, Zeudi Araya, Capucine, Michel Piccoli, Peppino De Filippo), egli è infatti protagonista di La patata bollente, che Steno ha realizzato sulla scia del successo internazionale che Il vizietto di Edouard Molinaro ha ottenuto l’anno precedente. Il personaggio dell’operaio sindacalista Bernardo Mambelli detto “il Gandhi” – la cui immagine virile e militante viene messa in crisi agli occhi dei compagni di lavoro e della fidanzata (Edwige Fenech) dalla casuale amicizia con un omosessuale (Massimo Ranieri)  – rimane forse il più felice e completo della sua intera carriera cinematografica, mentre il film, sia pur mantenendo un impianto “leggero”, ha il coraggio di far riflettere su un tema allora sottaciuto (la discriminazione dell’omosessualità non solo a destra ma anche a sinistra), che in fin dei conti a tutt’oggi stenta a trovare una vera e propria risoluzione.
Di qui il successo commerciale di Renato Pozzetto prosegue per una quindicina d’anni: e se il suo personaggio di ingenuo stralunato viene utilizzato nel modo più facile dalla “coppia carbone” Castellano e Pipolo in film come Mia moglie è una strega (1980) e Il ragazzo di campagna (1984), liberamente ispirati rispettivamente a René Clair e ad Esopo e vivacizzati dai duetti con Eleonora Giorgi e Massimo Boldi (in particolare il secondo titolo rimane un autentico cult per i fans dell’attore milanese, che nel ruolo di un contadino lombardo che desidera inurbarsi nella metropoli meneghina dà una delle sue interpretazioni più divertenti), Dino Risi in Sono fotogenico (1980) ne coglie l’aspetto più sognatore, affidandogli la parte di un cinefilo di provincia che va a Roma con l’illusione di poter “sfondare” come attore cinematografico, mentre Franco Amurri quello forse più interessante e meno sfruttato, vale a dire l’esasperazione dell’infantilismo, trasformandolo letteralmente in un “bambino cresciuto” in Da grande (1987), pellicola la cui brillante intuizione d’assunto l’anno successivo arriverà addirittura oltreoceano ispirando Penny Marshall per il suo Big, con protagonista un Tom Hanks non ancora affermato attore da Oscar.
A questo punto i produttori però intendono rafforzare Pozzetto con l’abbinamento a colleghi comici più o meno suoi coetanei in satire su mode e manie della contemporaneità (i centri dimagrimento, i corsi di sopravvivenza, il buddhismo): in 7 chili in 7 giorni (1987) poco fortunato è stato quello con Carlo Verdone, ad opera del fratello di quest’ultimo Luca, mentre dà già risultati migliori quello con Enrico Montesano in Noi uomini duri (1987) e Anche i commercialisti hanno un anima (1994), entrambi con la regia di Maurizio Ponzi. Ma a dare i frutti più appetibili è soprattutto l’accoppiata con Paolo Villaggio nella trilogia delle Comiche (1990, 1991, 1994): la chemistry tra i due funziona, anche per l’ottima intuizione del regista Neri Parenti di proporli come una coppia pasticciona alla Stanlio e Ollio che si districa tra le situazioni più impossibili, spesso causate da tic e nevrosi della frenetica società d’oggi, con palesi omaggi alle comiche del muto.
Più convenzionale la simpatica caratterizzazione di un deputato di sinistra che ha una relazione sentimentale con una di destra nonostante le proteste dei rispettivi organi di partito nell’episodio d’apertura del Miracolo italiano (1994) di Enrico Oldoini, mentre in Mollo tutto (1995), di José Maria Sanchez, Pozzetto si avvicina, sia pure con la consueta ironia, a una tematica di scottante attualità quale quella dell’immigrazione clandestina.

Egli stesso ci racconta: “Io vengo  da un esperienza abbastanza particolare come recitazione che è appunto quella del cabaret: noi non è che veniamo da scuole di recitazione o di dizione, pertanto io in questi film di cui Lei ha parlato, avendo vissuto in quegli anni là, penso di aver portato un personaggio che si riferisce alle mie esperienze di vita. È questa la strada che ho percorso e che mi ha visto diventare attore: mi sono modificato un po’, perché avrei voluto portare totalmente il modo di pensare un po’ surreale e assolutamente libero del cabaret al cinema, ma ogni volta che ci ho provato ho fatto troppa fatica e forse la gente non è abituata, e quindi ho portato me stesso modificato, portando delle storie spesso normali e mettendoci il mio "condimento". Mentre infatti le cose che facevamo in cabaret erano scritte e pensate da noi, al cinema di solito ti prendono e ti chiedono se vuoi recitare quella storia che è già stata pensata, scritta e condivisa: pertanto uno se l’indossa, però i temi, i racconti, le storie sono già state scritte”.
È per questo che Lei si è autodiretto in alcune occasioni, vale a dire il primo episodio di Io tigro, tu tigri, egli tigra (1978) e i film Saxofone (1978), Il volatore di aquiloni (1987, personale omaggio alla “Sua” Milano sponsorizzato dal Comune stesso e uscito direttamente in Home Video), Papà dice messa (1996) e Un amore su misura (2007)?
“Esatto: quando mi è stato permesso ho girato i film che Lei ha citato e che sono appunto quelli che hanno fatto fatica ad affermarsi – anzi, qualcuno ha pagato caro – e quindi la mia osservazione si riferiva appunto a queste esperienze. Ogni tanto mi andava di ripropormi insieme ai miei amici del Derby (Cochi Ponzoni, Enzo Jannacci, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Felice Andreasi, i “terruncielli” Diego Abatantuono e Giorgio Porcaro e l’effeminato Ernest Thole – ndr) per vedere se potevamo funzionare anche al cinema: noi infatti siamo sempre passati da giudizi abbastanza lontani dalla nostra versatilità, così da ragazzi quando cantavamo le nostre canzoni anche gli addetti ai lavori della RAI ci guardavano con un occhio un po’ di compassione. Quando sono andato a fare il cinema ho incontrato persone che mi hanno aiutato: ho fatto parecchi film che hanno avuto molto successo, ma sempre lontani dalla mia estrazione di cabaret, quindi quando posso ci provo. Sono infatti convinto che se riuscissi a portare i nostri modi di raccontare le storie al cinema potrebbe essere una strada nuova, interessante”.

Come mai in questi anni 2000 Lei ha tralasciato il cinema preferendo tornare in coppia con Cochi Ponzoni in televisione (Nebbia in Val Padana, Zelig Circus, Stiamo lavorando per noi) e in teatro (Nonostantelastagione, Nuotando con le lacrime agli occhi – Canzoni e ragionamenti, Una coppia infedele)?
“Non è che ho tralasciato il cinema, sono stati gli eventi che mi hanno sconsigliato di continuare a farlo, dal momento che quando ho provato a ripropormi appunto con Un amore su misura, dal romanzo Yono-Cho di Vittorino Andreoli, non c’è stato purtroppo il successo sperato. Con Cochi siamo amici da una vita e dividiamo il modo di raccontare e di pensare, quindi ci diventa facile lavorare insieme ed è per questo che lo facciamo con successo: il ricordo ha pertanto stimolato in noi la voglia di capire se il pubblico sarebbe venuto ancora a teatro a vederci; così è stato e siamo stati fortunati”.
A settant’anni, che bilancio trae dalla Sua vita e carriera?
“Mah, secondo me positivo: io ho sognato di fare questo mestiere, e, siccome il culmine di coloro che sognano di fare gli attori è il cinema, avendo fatto sessanta film non posso lamentarmi”.
Ha qualche nuovo progetto per il futuro?
“No, son sempre vissuto alla giornata: per la nuova stagione io e Cochi continueremo a fare teatro e poi vedremo cosa succede”.
Il cerchio pertanto pare chiudersi col ritorno al cabaret delle origini ed ad un contatto diretto col pubblico: a questo punto non ci rimane che augurare un buon proseguimento e ancora tanti successi a Cochi e Renato!

Alessandro Ticozzi