Woody Allen, un coniglietto rosa con gli occhialoni da intellettuale

19/10/2009

Tra le innumerevoli immagini degli innumerevoli film diretti e/o sceneggiati e/o interpretati da Allan Stewart Königsberg, alias Woody Allen (classe di ferro 1935, settanquattro anni il prossimo 1 dicembre, quaranta film diretti per il grande schermo in quarantatré anni di carriera cinematografica, tre Oscar, un Golden Globe, un Orso d’argento, un Leone d’oro alla carriera, cinque David di Donatello... manca solo la Palma d’oro a Cannes), quella con cui si apre Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso * Ma non avete mai osato chiedere (1972) è una delle più accattivanti ed azzeccate: un oceano di coniglietti rosa dal musetto fremente, sulle note swinganti del brano “Let’s misbehave” di Cole Porter. Perché dovendo scegliere tra tutti gli animali, il coniglio sarebbe uno di quelli più calzanti per riassumere le qualità dei personaggi/alter ego di Allen, spesso da lui stesso interpretati: uomini teneri, da coccolare, magari un po’ codardi (agli antipodi, ironia del caso, del leone MGM che per decenni ha chiuso con il suo ruggito i titoli di coda dei film “Written and Directed by Woody Allen”)... e impenitenti fornicatori. Lo stesso Fielding Mellish/Allen non lascia adito a dubbi ne Il dittatore dello Stato libero di Bananas (1971). Quando il capo dei rivoluzionari sudamericani, con la barba presa in prestito da Che Guevara, cerca di risvegliare il suo spirito guerriero: “Oggi tu sei un pavido, ma forse un giorno... sarai una tigre!”, lui risponde con la solita faccia di bronzo: “Sì, forse, un giorno... ma per ora non vi serve un coniglietto?”. Certo che, a pensarci bene, i personaggi/alter ego di Allen hanno tante altre qualità che coi conigli c’entrano poco, a meno che qualcuno di questi soffici roditori non indossi degli occhiali dalla montatura enorme, non sia afflitto da nevrosi e paranoie assortite e non ami parlare a raffica per ore e ore, balbettando qua e là e ogni tanto schiarendosi la voce (se Woody tornerà a recitare nei film dei prossimi anni, gli spettatori italiani sentiranno la mancanza di Oreste Lionello), ma soprattutto sganciando battute micidiali come bombe.

Infatti, malgrado le parentesi più o meno fortunate rappresentate da film drammatici o tragicomici quali Crimini e misfatti (1989), Melinda e Melinda (2004), Match Point (2005) o Sogni e delitti (2007), il cinema di Woody Allen riesce ad esprimere tutto il suo potenziale nei territori della commedia pura. Non tanto per la componente slapstick, che pure è presente (chi non ricorda il DirigenGinnico, la geniale, diabolica scrivania per l’esercizio fisico dei manager che non hanno tempo di andare in palestra, all’inizio di “Bananas”?), quanto per i dialoghi. Non si dovrebbe mai uscire di casa senza prima aver infilato in tasca una buona scorta di battute da qualche film di Woody Allen. La bacchetta da rabdomante per riconoscere i suoi lavori migliori è il bisogno che si prova di mettere in pausa il dvd per prendere appunti: “Beh, io sono fatto all’antica, io non credo alle relazioni extraconiugali. Credo che ci si dovrebbe accoppiare a vita, come... i piccioni, o i cattolici”; “Tu ti credi Dio!” “Io... dovrò pur ispirarmi a qualche modello” (Manhattan, 1979); “Per me la natura è... sai, non lo so, i ragni, le cimici, e... il pesce grosso che mangia il piccolo, e le piante che mangiano altre piante... animali che man-- è un enorme ristorante, così la vedo (Amore e guerra, 1975). Battute formidabili perché fanno spesso leva sullo straniamento, sull’adozione di un punto di vista inedito, oppure sull’applicazione dei principi logici giusti nel posto e nel momento sbagliati: “Io voglio lavorare per i lebbrosi in un lebbrosario” “Anch’io, perfetto, no, per me va benone, voglio dire, io amo la lebbra. Mi piace la lebbra, mi piace il colera, e... tutte le principali malattie della pelle” (“Bananas”). Battute che, come le bombe, hanno spesso dei bersagli scorretti, scorrettissimi: gli ebrei (impensabile, col politically correct che corre di questi tempi, riproporre il sarcasmo feroce di certi dialoghi di “Amore e guerra”: rispetto agli anni Settanta, da certi punti di vista, siamo tornati indietro), Dio, nonché lo stesso milieu artistico-intellettuale cui i personaggi appartengono e in cui si muovono. Battute che, a volte, assurgono al rango di massime, aforismi, perle di saggezza. Molti film di Allen potrebbbero addirittura essere ascoltati alla radio, senza nemmeno vederli, data la preminenza spesso schiacciante rivestita dai dialoghi rispetto alle immagini.

Tornando ai coniglietti rosa, come si diceva questi adorabili animaletti hanno senz’altro in comune con i personaggi/alter ego di Allen la frenesia copulatoria. I film del regista newyorkese, al contrario di ciò che potrebbe dichiarare un osservatore distratto, traboccano di sesso... che però è quasi sempre parlato e quasi mai messo in scena. “Match Point” e Vicky Cristina Barcelona (2008) sono notevoli eccezioni; ma nella maggior parte dei casi la macchina da presa non riesce a cogliere i personaggi che con le lenzuola tirate su, prima o dopo e mai durante, preferibilmente con la complicità della penombra. Eppure all’argomento sesso Woody Allen ha dedicato un film intero: “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso * Ma non avete mai osato chiedere”, dal quale appunto quei coniglietti rosa provengono. È uno dei film più celebri di Allen (il titolo stesso non passa inosservato, né si dimentica facilmente), anche se, a rivederlo oggi con onestà e distacco, non sembra annoverabile tra i suoi capolavori; né tantomeno può definirsi una pietra di scandalo, sebbene all’epoca abbia meritato nel nostro Paese addirittura il “Vietato ai minori di anni 18”. Scevro da qualsiasi volgarità, la maggior parte degli spettatori lo ricorda per il settimo episodio, l’ultimo, intitolato “Cosa accade durante l’eiaculazione?”: memorabile il Woody Allen vestito da spermatozoo, con i suoi onnipresenti occhialoni, che attende di essere “sparato nell’ignoto” insieme ai suoi compagni, pieno di dubbi e incertezze. L’intero episodio è ambientato all’interno del corpo umano, tra cervello, stomaco e gonadi. Neuroni, enzimi, muscoli vengono antropomorfizzati, c’è persino un personaggio vestito da prete a rappresentare la coscienza, che ovviamente cerca di sabotare l’intera operazione. L’idea complessiva dev’essere, tra l’altro, piaciuta parecchio ad Albert Barillé, l’autore della serie animata francese conosciuta in Italia come “Esplorando il corpo umano” (1987). Però, tra tutti gli episodi del film di Allen, il più significativo è il secondo, sintetizzabile nelle cinque parole pronunciate candidamente dal pastore armeno nello studio del dottore: “Sono innamorato di una pecora”. L’apologo è notevole perché, giocando la carta dell’iperbole più sfrenata, riesce a dire molto sulla soggettività, sull’imprevedibilità, sulla pazza irrazionalità di quella cosa denominata “amore”, ma anche su quella prigione annichilante dell’individuo che si chiama “società” (senza contare che, alle prese con un soggetto così scabroso, Allen si dimostra un virtuoso equilibrista del buongusto e del surreale, riuscendo a non (s)cadere mai nel volgare o nel grottesco). In varia misura, tutti o quasi tutti gli episodi del film, in effetti, ruotano intorno allo stesso nucleo di riflessione: piacere individuale versus convenzioni sociali e conseguente condanna, fisica e/o morale. Emblematiche anche le parole con cui si conclude il quarto episodio, “I travestiti sono omosessuali?”. La moglie che ha scoperto il travestitismo del marito, tenutole nascosto per anni, rassicura il consorte dando prova di un amore coniugale perlomeno ambiguo: “Sam, avresti dovuto dirmelo e basta. Io ti avrei capito. [...] Potevi anche dirmelo. Dire: ‘Tess, io ho una mente disorta, sono un poco anormale. Ho bisogno di aiuto, ho bisogno di cure. Sono un pervertito. Non sono fatto per vivere con gente normale e perbene’. Io ti avrei capito”. Individuo versus società: una dicotomia insanabile che Allen ripropone spesso e volentieri, inclusi i lungometraggi degli ultimi anni quali “Match Point” o il sublime “Vicky Cristina Barcelona” (a parere di chi scrive uno dei capolavori assoluti della cinematografia alleniana), che anzi ne fa uno degli snodi di riflessione preminenti. Di solito a spuntarla, in un modo o nell’altro, è la società.

Se il sesso viene trattato con pudore e sobrietà nei film di Woody Allen, lo stesso dicasi per la violenza. Di esplosioni di folle gelosia, ad esempio, non se ne vedono quasi mai, e sì che ce ne sarebbero di occasioni. In Ombre e nebbia (1991), amena divagazione in bianco e nero dalle avvolgenti atmosfere noir, il “povero clown” di John Malkovich avrebbe tutte le ragioni di fare a pezzi lo studentello che gli rivela di essere andato a letto con una “prostituta”, ovvero la sua amata (Mia Farrow), la mangiatrice di spade scappata via dal circo dopo un litigio e finita per caso in un bordello. Ma il clown resta di sasso e non alza neppure la voce (anche se poi strapazzerà un po’ la donna per le strade notturne e traboccanti, appunto, di ombre e nebbia). Stessa soluzione per lo strangolatore che si aggira tra i vari personaggi e per le sue vittime: vengono a malapena inquadrati. La violenza, se c’è, non si vede e non si sente. Una costante mantenuta nel corso dei decenni: a questa regola non fa eccezione “Match Point”, né tantomeno “Scoop”. Persino i tentati omicidi tra consorti e amanti si limitano a suscitare sorrisi. In “Manhattan” gli ex coniugi litigano perché lei sostiene che lui avrebbe cercato di investire con la macchina l’amante (donna) di lei; lui nega con decisione, prendendo ad alibi i suoi problemi alla vista, salvo poi ammettere candidamente in separata sede. In “Vicky Cristina Barcelona”, María Elena (Penélope Cruz) aveva cercato di uccidere con un coltello il marito Juan Antonio (Javier Bardem), eppure i due ne parlano come se non fosse altro che una scaramuccia tra innamorati. Cosa di cui, effettivamente, si tratta, secondo le specialissime regole dell’universo “Commedia Allen”.

Eppure Woody Allen, fondamentalmente, è un nichilista. Uno dei leitmotiv della sua filmografia, sia comica che drammatica, è sempre stata la ricerca di un senso alla vita e all’universo, che però non è mai arrivato, se non come soluzione provvisoria per questo o quello specifico film. Perciò i colpevoli dei delitti spesso e volentieri non vengono puniti, riuscendo a riprendere la loro vita di sempre anziché venire divorati dai rimorsi e dai sensi di colpa. Il protagonista di “Match Point”, addirittura, vorrebbe essere scoperto e punito per il suo delitto: ciò infatti significherebbe che a questo mondo esiste la Giustizia, quindi che esiste anche un Senso. Ma il Caso, il motore più potente negli universi privi di Senso, fa sì che al suo posto venga incriminato un tossico di strada che, appunto per caso, ha trovato e raccolto l’anello appartenuto a una delle vittime dell’omicidio. Stupisce allora come un nichilista convinto quale Woody Allen abbia potuto dedicare la propria arte alla risata: l’approdo è originalissimo, uno humour pungente, fresco, a volte anche caustico, che riesce rassicurante senza risultare (quasi, vedi sotto) mai buonista. La Weltanschauung alleniana non atterrisce, non spaventa mente e anima, ma nemmeno consola con soluzioni a buon mercato.

Il nichilismo è uno dei temi che ritorna anche nell’ultimo film di Allen, Basta che funzioni (2009), uscito in Italia lo scorso 18 settembre: il protagonista Boris (Larry David) si interroga continuamente sul senso della realtà, o meglio, si compiace cinicamente di non trovarne nessuno; di notte si sveglia urlando “L’orrore!”, come il colonnello Kurtz di “Cuore di tenebra” (“Ho visto l’abisso!” esclama l’uomo durante uno dei suoi attacchi di panico; “Non ti preoccupare, metto un’altra cosa”, gli risponde la ragazza accendendogli la tv). La conclusione del racconto è fin troppo consolatoria, visto che tutti, ma proprio tutti i nodi, vengono al pettine, perdipiù in una maniera così semplicistica che l’intelligenza dello spettatore potrebbe anche risentirsene; si rimpiangono certi classici finali aperti del vecchio Allen, molto più affascinanti e anche, perché no, romantici. Ma la risposta già contenuta nel titolo, “Basta che funzioni”, appunto, è valida e interessante. Boris Yellnikoff vive la sua vita nel modo in cui ritiene migliore per se stesso, impermeabile al giudizio di amici e colleghi e della società più in generale. Certo è un personaggio eccentrico; ma c’è da invidiare la sicurezza che ha di sé quando spiega: “Non voglio avere alcun tipo di rapporto con alcun tipo di donna. Non mi piace fare l’amore”. Anche l’effervescente Melodie St. Ann Celestine (Evan Rachel Wood, molto brava) non fa una piega: quando lui la insulta, chiamandola “sempliciotta” e “subnormale”, lei, anziché offendersi, gli dà ragione e cerca di migliorarsi. Poi c’è il “carpe diem”: visto che niente dura per sempre, soprattutto in amore, conviene godersi il più possibile quegli scampoli di felicità che si riesce a strappare alla vita. Ma c’è anche una terza risposta alla domanda sul senso, una risposta più ludica e tipicamente postmoderna: di tanto in tanto Boris interrompe la sospensione dell’incredulità spettatoriale rivolgendosi alla macchina da presa, parlando direttamente con il pubblico (cosa che, anzi, fa già all’inizio del film). Gli altri personaggi lo prendono per pazzo, ma se invece fosse lui ad aver ragione? Se “là fuori” ci fossero veramente delle persone “che hanno persino pagato il biglietto” per sedersi di fronte a uno schermo e osservare? Allora il senso della vita potrebbe essere quello di una rappresentazione, di una messa in scena: si vive perché c’è qualcuno che ci guarda. L’espediente per Allen non è affatto nuovo, già nel 1977 in Io e Annie il protagonista si fermava a chiacchierare con il pubblico, commentando ciò che nel frattempo succedeva all’interno del film.

Quello che potrebbe sembrare un ritorno alla “casa, dolce casa” newyorkese, in realtà per Woody Allen è stata solo una parentesi: “Basta che funzioni” è stato ambientato a New York per una serie di problemi tecnici, ma il film del 2010, già girato e ora in fase di montaggio, ci riporterà a Londra, location già utilizzata negli ultimi anni per “Match Point”, “Scoop” e “Sogni e delitti” (ormai, più che di “trasferta”, è il caso di parlare di “trasloco londinese”). Nel cast ci saranno Naomi Watts, Josh Brolin, Antonio Banderas e Anthony Hopkins, ma anche Frida Pinto, l’attrice di “The Millionaire” (2008). Sembra dunque che Scarlett Johansson, dopotutto, non sia più la nuova musa di Woody Allen, nonostante regista ed attrice avessero entrambi dichiarato che sarebbero tornati a girare un film insieme dopo “Vicky Cristina Barcelona” (ma poi lo stesso Allen aveva riclassificato Johansson come semplice “grande attrice americana”). Così come non lo sono diventate, nuove muse, né Penélope Cruz, né Rebecca Hall (l’attrice che ha dato volto e corpo a Vicky), né Evan Rachel Wood. Evidentemente, con loro non ha “funzionato”

Giulio Brillarelli