Big Fish:
Quando il pesce è troppo grosso per lo stagno della vita
“La
cosa importante non è come vivrete la vostra vita, ma ciò che conta è come la
racconterete, a voi stessi e agli altri”. Così recitava il finale di un film di
Ozpetek. E così sembra modulare la propria esistenza il protagonista di “Big
Fish”, l’ultimo visionario film di Tim Burton, doppiamente interpretato da Ewan
McGregor, nei racconti di gioventù, e da Albert Finney, nella fine della sua
vita. Film che procede su questo magico equilibrio tra realtà e finzione, dove
tutto si mescola e si colora e mostra doppiamente la sua doppia faccia, dove
forse la verità vera è quella che uno si sa inventare. Un film popolato di
freaks, nani e giganti, grottesche creature fuori luogo che costituiscono da
sempre l’universo cinefilo di Tim Burton. Pesce troppo grande per la pozza dov’è nato, cresciuto troppo
rapidamente e a dismisura (nel fisico, dice il racconto, nella mente,
nell’animo, nel desiderio dice la realtà quotidiana) Big Fish s’incammina in
una serie d’avventure dove regna l’immaginario, dove si capita in paesi
perfetti, ma sempre troppo presto o troppo tardi, dove si diventa lupi mannari
se si è troppo soli ed incompresi, dove per amore si può compiere qualunque
cosa e le streghe predicono la tua fine. Proprio come aveva i colori della
favola “Edward mani di forbice”, una favola che i diversi dovevano vivere
secondo il loro modo.
Se nel regno della fantasia il film di Tim Burton dà
il suo meglio, scatenando l’immaginazione fuori da ogni confine e con un
caleidoscopio di richiami cinefili (non ultimo Fellini), in quello della
realtà, inevitabile e persistente specchio di paragone, mostra qualche limite
lasciando sempre la lacrimuccia in agguato e una spiegazione di troppo. “Big
Fish” resta tuttavia uno dei più originali ed interessanti film di questa prima
metà del 2004, godibile ed al contempo toccante nel mostrare la ricerca di un
modo di vivere in un mondo deforme dove l’anelito ad essere diversi, più
grandi, più sognatori, continua a sospingerti, come Tim Burton ha sempre
raccontato, da Batman a Ed Wood, e come forse è egli stesso.
Gabriella Aguzzi