Old Boy

04/12/2013

Joe Doucett, un pubblicitario sull’orlo dell’alcolismo, viene rapito e imprigionato per vent’anni in una stanza di motel fittizia. Una volta liberato, Joe dovrà scoprire identità e motivazioni del suo sequestratore, prima di ottenere la sua vendetta.
In un mondo ideale, in cui fosse possibile esimersi dal raffrontare un remake con l’originale, l’ “Old Boy” di Spike Lee sarebbe un thriller eccentrico con qualche svirgolata d’autore, graziato dalle discrete prove attoriali di Josh Brolin, Sharlto Copley ed Elisabeth Olsen. Nel mondo reale, invece, è impossibile astenersi dal fare paragoni con il capolavoro di Park Chan-wook, a discapito di questo secondo adattamento dal manga di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi.
Negli Stati Uniti i film stranieri soffrono di una distribuzione molto limitata; da qui nasce l’esigenza dei remake, solitamente affidati a registi di scarsa levatura (con l’eccezione di Scorsese). Nel cinema come in letteratura, tuttavia, tradurre equivale a tradire, soprattutto quando si rivolge l’attenzione non verso un film di genere come “The Ring”, “The Grudge” o “Infernal Affairs”, ma verso un’opera complessa e personale come “Old Boy”, trapiantandone abusivamente le tematiche in un differente contesto culturale. L’ovvio risultato sarà quello di snaturarne l’essenza, e bisognerebbe interrogarsi sull’opportunità di portare avanti tali operazioni in assenza di una motivazione congrua, quale una reinterpretazione radicale.
Spike Lee ha dichiarato di essersi ispirato al manga originale più che al film di Park, ma con tutta evidenza ha la coda di paglia. Il solo modo di affrontare “Old Boy” sarebbe stato quello di recidere il cordone ombelicale con l’ingombrante predecessore, reinventandolo completamente. Il regista, però, in questo caso non dimostra sufficiente inventiva. Prova ne sia che si sente in obbligo di escogitare una variante alternativa del celeberrimo piano sequenza che vede Taesu affrontare un’orda di avversari, allungando la durata della scena e muovendo la macchina da presa lungo una rampa discendente piuttosto che in senso orizzontale. Un exploit senz’altro brillante dal punto di vista tecnico, che però rende ancora più lampante la dipendenza dall’originale. Allo stesso tempo, le piccole modifiche disseminate nel corso del film non fanno altro che evidenziarne la filiazione, lasciando avvertire l’assenza di un’interpretazione personale. Invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, e sostituire una seduta odontoiatrica non richiesta con una scarnificazione, o attribuire un diverso proprietario a una lingua mozzata, non sembrano segnali sufficienti d’indipendenza creativa.
Lo sceneggiatore Mark Protosevich elabora alcuni “détour” dallo script originale, accordando maggiore risalto al tema dell’incesto, che qui s’incupisce all’eccesso, per poi uscire dal seminato con un finale espiatorio di cui non si avvertiva la mancanza, nè la necessità. L’esito della sua grossolana rielaborazione è quello di rendere plumbeo e opprimente ciò che era impalpabile, etereo e struggente, normalizzando trama e personaggi. Grazie alla mano pesante di Protosevich, insomma, quello che era lieve come una piuma assume d’incanto il peso specifico del piombo. Lo sceneggiatore partorisce un’unica idea interessante, il programma televisivo dedicato ai crimini irrisolti, che, per quanto superfluo, svolge egregiamente il compito di rendere ancora più imprevedibile il twist conclusivo. Anche qui, però, Protosevich sceglie di assecondare le esigenze del thriller e dello spettacolo, accentuando l’impatto della rivelazione finale sullo spettatore, piuttosto che le logiche interne della narrazione.
Alla grevità della sceneggiatura, si accoppia quella della regia. Spike Lee, malgrado le angolazioni di ripresa da noir, i dolly e gli eleganti plongèe, commette l’errore di confondere la crudeltà con la violenza, cesellando torture alternative e assecondando la rude fisicità di Josh Brolin. Non mancano l’ironia (il roditore “nouvelle cuisine”), nè gli ammiccamenti diretti all’originale, come il polpo nell’acquario. Quello che manca sono i barocchismi sfrenati della regia di Park Chan-wook, soppiantati da una scialba impersonalità, e il valzer vorticoso di colpa, vendetta e redenzione, che nel remake perde ritmo e tensione impantanandosi in meccanismi da giallo investigativo, come nell’inutile sequenza della visita di Joe e Marie alla vecchia preside della scuola. Ma soprattutto mancano il dolore e la follia che investivano e travolgevano i personaggi, obliterati da una sceneggiatura che aspira al “mainstream” (vedi l’assurda ricompensa in diamanti) e da attori non sempre all’altezza.
Josh Brolin, nonostante l’impegno profuso, risulta troppo granitico per il ruolo e la varietà di sfumature di un grande attore come Choi Min-sik gli è decisamente preclusa. Persino l’eccellente Sharlto Copley, sempre a suo agio in ruoli decisamente “borderline”, appare in evidente difficoltà con il personaggio di Adrian, e se la cava inventandosi un improbabile incrocio tra un Vincent Price d’annata e un gangster d’alto bordo; tutto sommato, quella che ne esce meglio è Elisabeth Olsen (La fuga di Martha) nella parte di Marie, l’assistente sociale che si prende cura di Joe.
Girato a New Orleans, con l’apporto fondamentale della colonna sonora hitchcockiana di Bruce Hornsby, della fotografia di Sean Bobbitt (collaboratore di Steve McQueen), delle scenografie di Sharon Seymour e dei costumi di Ruth Carter (imperdibili le “mise” di Samuel Jackson), l’“Old Boy” di Spike Lee ha il merito di sfidare il puritanesimo di ritorno delle major, che hanno preteso sostanziosi tagli. La versione originale, infatti, si aggirava intorno alle tre ore. Purtroppo emana anche uno spiacevole sentore d’inutilità, rivelandosi falso come il baule Vuitton da cui emerge l’estenuato Joe Doucett nel primo giorno della sua ritrovata libertà.

Nicola Picchi