Ombre dal passato

23/01/2010


Ben e Jane sono in Giappone per lavoro. Una sera investono qualcuno, ma la polizia non riesce a rivenire sulla scena dell'incidente nessun cadavere. Subito dopo Jane scopre che nelle foto che i due hanno scattato è sempre presente un'ombra. Intanto alcuni amici di Ben cominciano a morire.

Quando nel 2004 uscì nelle sale Shutter di Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom, si era nel pieno della stagione d'oro del j-horror. Molti registi asiatici si erano già cimentati col genere e i risultati, seppure discontinui, rappresentavano la ventata d'aria fresca che l'horror invocava da tempo. Shutter si inseriva perfettamente nel filone e ne diveniva presto uno dei titoli più interessanti. Figlio di un cinema, quello thailandese, poco prolifico dal punto di vista delle pellicole realmente significative, Shutter spiccava per la capacità dei registi di mettere in scena un horror piuttosto inquietante, sfruttando semplicemente al meglio i canoni già saccheggiati da altri prima di loro. La trama non era il suo punto di forza, dal momento che in sè non rappresentava certo un innovazione. La regia invece era quanto di più sottile e allo stesso momento cattivo si potesse immaginare, al fine di mettere in scena una storia di quelle che lasciano il segno. Molti fotogrammi di quel film vennero in seguito copiati e riproposti fino alla noia. Ma la verità è che la rappresentazione in sè era talmente forte da reggere persino al saccheggio e al passare del tempo. Infatti Masayuki Ochiai, in questo ennesimo remake americano, ricalca le migliori inquadrature, senza purtroppo evocare l'angoscia che all'epoca il film elargiva a piene mani a chi era così temerario da guardarlo da solo, magari a tarda notte.
Ma Masayuki Ochiai non è uno sprovveduto, e i suoi film, in verità maggiormente i primi due Parasite Eve e Hypnosis, sono lavori che hanno un buon ritmo e una rappresentazione interessante, in alcuni casi addirittura originale. Infatti egli riesce quasi a sfuggire alla trappola dei produttori americani che, in cambio di un investimento su un remake da film asiatico, chiedono sempre e comunque l'adattamento delle storie al pubblico americano, probabilmente giudicato poco propenso alla comprensione di storie in cui sono coinvolti personaggi appartenenti ad altre etnie. Usando ogni arma a sua disposizione il furbo regista firma la cosa più vicina ad un remake fedele che sia possibile realizzare attualmente in America. Intendiamoci, siamo comunque assai lontani dalla tensione e dai soprassalti che l'originale provocava quasi ad ogni inquadratura. Ma il risultato è comunque qualcosa di cui tenere conto, data l'assoluta inutilità dei precedenti remake da film asiatici, in prima battuta l'insulso The Eye e subito dopo il sonnolento One Missed Call.
In questo nuovo adattamento i due protagonisti sono ovviamente americani, ma vanno in Giappone, dove lui è già stato per lavoro, e là si trovano di fronte una serie di strane ombre che sembrano macchiare tutte le foto che i due si trovano a scattare. Come i precedenti protagonisti, anch'essi rei di aver investito qualcuno il cui corpo non si riesce a trovare, i nostri eroi si mettono ad indagare. E quello che scopriranno, in questo caso, sarà una versione annacquata e finto Butterfly style di quello che era capitato ai loro predecessori.
Più di così non è stato possibile fare, immagino data l'ottusità dei produttori, e a questo punto anche del pubblico americano, ancora impreparato ad un horror serio e cattivo, di quelli che al momento solo l'Asia ci sa regalare.  
Il finale fotograficamente ricalcato sull'originale stranamente risulta meno inquietante, che sia ora di smetterla coi remake, e magari dedicarsi alla seria distribuzione degli originali?

Anna Maria Pelella