Omaggio a Enzo Jannacci

10/09/2014

A colloquio con Sergio D’Alesio, autore del libro su Enzo Jannacci Il poeta con le scarpe da tennis (Aereostella, 2013). In chiusura, il ricordo di Lina Wertmuller.

Laureatosi in medicina, Enzo esercitò la professione di chirurgo e medico di base: come venne fuori in lui la vocazione del musicista?
La vita di Jannacci è sempre stata divisa su due strade non parallele. La medicina e la passione per la musica. Nel corso delle prime interviste alla stampa citava sempre un aneddoto: “Sulla carta di identità alla voce professione avevo fatto mettere "fantasista", poi l’ho corretta scrivendo "medico", perché se metti "artista" o "giocoliere", quando ti ferma la polizia o i carabinieri poi ti obbligano subito scendere per controllare se sei ubriaco”. In realtà per Jannacci tutto è filato via liscio in parallelo. Dopo l’esperienza al pronto soccorso di Cantù, era già una stella del palcoscenico, ben accreditata dal diploma di Conservatorio in "teoria e solfeggio" e direttore d'orchestra, ma non quello in pianoforte. “Ho fatto l'esame dell'ottavo anno, però poi non mi sono diplomato perché non mi serviva, suonavo a orecchio da quando avevo quattro anni. Mi serviva, invece, sapere come mettere sulla carta le voci, ero molto invidioso di quelli che sapevano farlo”. Di fatto, al pari della recitazione, per Enzo la vocazione del musicista è sempre stata un elemento naturale. “Il primo cachet da artista fu alla Bussola di Bernardini a Forte dei Marmi. Lui faceva venire grandissimi artisti, da Sinatra a Tom Jones e Jerry Lewis - ricordava l’artista - Una sera dovevamo esibirci io, Paolo Villaggio e Lino Toffolo, ma poi ci ha cancellati. In quegli anni suonavo il pianoforte per Sergio Endrigo, Bernardini mi fece un provino e poi suonai per quindici giorni alla Bussola. Alla fine non voleva pagarmi. Come compenso chiesi 35.000 lire a serata, e lui disse che ero matto. Io lo guardai fisso negli occhi e gli risposi: "No, dicono che sono matto, ma non sono mica scemo. Lavoro, mica mi puoi pagare offrendomi qualcosa da bere, che io non bevo neanche…”.
Enzo si avvicinò prima al jazz e poi al rock, diventando tastierista del gruppo milanese Rocky Mountains, mentre come jazzista suonò con Stan Getz e Gerry Mulligan: cosa significarono per lui queste esperienze?
Oggi come all’epoca, per un ragazzo di vent’anni che di giorno fa il medico e la sera mezzo addormentato suona il rock o il jazz molto probabilmente rappresentano la libertà e il desiderio di sentirsi pronto ad affrontare qualsiasi sfida sulle ali della passione della musica. Sin da ragazzo, Enzo ascolta il jazz dei grandi maestri americani e ne resta affascinato, ma l’amore per il rock’n’roll è più dirompente. In America fanno furore Chuck Berry, Little Richard ed Elvis Presley, lui nel 1956 deve accontentarsi di suonare le tastiere con i  Rocky Mountains guidati dalla voce di Tony Dallara alla Taverna Mexico, all’Aretusa e al club Santa Tecla, anche se le cose presero una piega più adrenalinica con i Rock Boys di Adriano Celentano che il 17 maggio 1957  s’esibirono al primo “Festival italiano di rock and roll” allestito al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Di lì a poco, dalle ceneri dei Rock Boys nascono i Ribelli e Jannacci continua a suonare con loro, partecipando alla registrazione dei primi due 45 giri del gruppo pubblicati nel 1960 (Enrico VIII e Alle nove al bar). Nel 1961 Enzo abbandona il complesso per dedicarsi soprattutto alla sua carriera solista. Affascinato dalle libere improvvisazioni del jazz, suona e partecipa alle session discografiche di grandi stelle del settore quali i sassofonisti statunitensi Stan Getz e Gerry Mulligan, il trombettista Chet Baker, il chitarrista Franco Cerri e il pianista americano Bud Powell che gli insegna a suonare le tastiere utilizzando esclusivamente la mano sinistra. Per lui il jazz è una fonte d’ispirazione, una miniera infinita di spezie sonore…
Dopo aver collaborato per alcuni anni con l'amico e collega Giorgio Gaber, Enzo ottenne i maggiori successi da solista negli anni Sessanta, quale autore ed interprete di malinconiche e ironiche canzoni, interpretate anche nel dialetto milanese, come la celebre El portava i scarp del tennis (1964): che Milano è quella di Enzo?
Innanzitutto è la Milano che si sveglia presto la mattina per andare a lavorare. Dotato caratterialmente di sentimenti umani molto spiccati, Enzo nei suoi continui spostamenti nell’area urbana per andare e tornare dall’ospedale, bloccato dal traffico congestionato e il rosso dei semafori comincia a notare che la grande Milanìn Milanòn è affollata da migliaia di persone-ombra, emarginati, poveri in canna e barboni mischiati ai primi extracomunitari. Tutta gente che, nonostante il boom economico dei primi anni Sessanta, non ce l’ha fatta a salire sul treno della vita per viaggiare in prima classe. In questo periodo, oltre essere un medico e un cantautore, negli scampoli di tempo libero s’esibisce come cabarettista al Derby Club esprimendosi in dialetto lumbard. El portava i scarp del tennis nasce in questo contesto. Ovviamente la sua Milano è la città delle grandi occasioni che attira i migranti del sud in cerca d’opportunità di lavoro contrapposti ai figli di papà della Milano-bene, nati nella bambagia dell’opulenza, senza meriti personali, dove la dolce vita dei club contrasta con i senzatetto, che cercano un posto per dormire, un pasto caldo e un improvvisato letto di cartone lontano dal neon dei negozi del centro. La canzone è una vignetta-dialogo fra un ricco signorone che a bordo della sua auto chiede a un poveraccio indicazioni per arrivare all’aereoporto Forlanini (più noto come Milano Linate), rifiutandosi di dargli un passaggio per l’Idroscalo. Col successo in tasca, il pubblico lo acclama, ma l’artista sorride a denti stretti, magari pensando che, pur non essendo lui il buon samaritano delle parabole evangeliche, avrebbe potuto stimolare i servizi sociali a fare qualcosa di più per aiutare tutta quella povera gente.
Cosa spinse Enzo a comporre anche alcune colonne sonore per film quali Romanzo popolare di Mario Monicelli e Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmuller?
Nel 1974 il regista Mario Monicelli gli chiese se voleva comporre le musiche del film Romanzo Popolare. Essendo la prima volta che legava la sua musica al mondo del cinema, Jannacci pretese di leggere la sceneggiatura del film e restò affascinato dall’idea di sonorizzare le immagini di una commedia ironica e malinconica che tendeva a scivolare sui terreni di un melodramma. Da un lato, essendo pugliese d’origine da parte di padre, c’erano molti riferimenti autobiografici che gli ricordavano l’infanzia e il backgroung culturale della sua famiglia. Dall’altro, gli eventi trattati facevano risaltare temi scottanti quali il conflitto tra nord e sud, le differenze sociali tra operai e imprenditori, i traguardi dell’emancipazione femminile e i nuovi costumi sociali degli anni Settanta non assimilati in pieno da gran parte dei comuni della bassa Italia, ancora legata ad archetipi e valori dell’era mussoliniana e alla sana cultura contadina. Il tutto si svolge fra accaniti tifosi del Milan, manifestazioni di piazza, tradimenti d’amore e fermi in questura. Per l’occasione, oltre all’eccellente contributo sonoro, Jannacci doppia in studio anche parte dei dialoghi dell’attore Pippo Starnazza… Due anni più tardi, l’artista registra il misconosciuto album O vivere o ridere dove ritrova una ottimale intesa con il telecronista sportivo Beppe Viola (Statu quo). In questa occasione inaugura anche nuovi team creativi con il comico Massimo Boldi negli studi Fonorama di Milano (Senza i dané) e Lina Wertmüller negli studi Ortophonic di Roma (Tira a campà). Sulla scia di questo sodalizio la regista gli affida la colonna sonora del film Pasqualino Settebellezze  esilarante commedia all’italiana che ottiene uno straordinario successo anche negli Stati Uniti con quattro nomination agli oscar. Qui la musica di Jannacci dona un tono ironico e surreale all’intero palinsesto cinematografico, riabilitando il suo talento spesso bistrattato dalla stampa specializzata delle sette note.
Da Una fetta di limone (1960) a L'Armando (1964), da Vengo anch'io; no, tu no e Ho visto un re (1968) a Ci vuole orecchio (1980), da cosa trasse ispirazione Enzo per i suoi maggiori successi?
In linea generale penso che l’ispirazione del cantautore è sempre stata mutevole e istintiva, magari poetica o sarcastica e mai troppo dettata dall’opportunismo, il bieco cinismo e la logica… Questi sono cinque brani dal background molto differente, composti fra l’altro nell’arco temporale di un ventennio che ha visto cambiamenti radicali in tutto il mondo. Le rispondo in maniera analitica. Una fetta di limone registrato nel 1960 con Gaber con il nome de I Due Corsari è la pura immagine del rock’n’roll americano di Chuck Berry e Little Richard. Il tutto era supportato da testi umoristici antesignani del rock demenziale e in estrema sintesi come espressione del divertissement giovanile. Non a caso, la stessa Ombrella Colli oggi ricorda: “Era un duo troppo avanti coi tempi. L’Italia, soprattutto quella della provincia lombarda, non era pronta per il rock’n’roll perché questo tipo di musica non ha radici italiane e veniva distrattamente assimilata dalla gente come un fenomeno d’importazione”… Quattro anni più tardi, l’ispirazione e il background del giovane Jannacci è già più maturo. Dopo il grande successo de El portava i scarp del tennis, l’artista compone  L’Armando. Il brano è l’ennesimo bozzetto di un perdente alcolizzato che, suo malgrado, fa una  brutta fine. Anche in questo caso la fonte ispirativa rivolge lo sguardo a una persona che ha perso la sua dignità umana. Un aspetto che attrae lo stesso Dario Fo a diventare un suo spontaneo ammiratore… Entrambi i testi successivi Vengo anch'io; no, tu no e Ho visto un re portano la data del 1968, l’anno della rivoluzione dei costumi, dei moti rivoluzionari sulle strade di Roma, Milano, ma anche alla Sorbona di Parigi e nel distretto di Haight-Ashbury a San Francisco. In questo periodo Jannacci resta fedele al suo target, ma solo apparentemente. In realtà, si guarda intorno, anche al di là dei confini nazionali assimilando bene il vento impetuoso dei cambiamenti in atto. Oltre al divertissement popolare del testo, Vengo anch'io; no, tu no porta alla luce la cinica tendenza sociale di persone altolocate che hanno piacere a vedere qualcuno nel ruolo dell’emarginato: una persona di cui si deve ridere, ma che non deve ridere. Nel corso delle interviste l’artista si affanna a ripetere: “La gente continua a pensare che dietro i versi si nascondi chissà quale significato, per me è solo una canzonetta”. Poco nota è invece la circostanza che la stesura originaria della canzone contiene altre due strofe censurate dalla Rai: riferite alla tragedia dei minatori italiani a Marcinelle in Belgio e alla sanguinaria dittatura del generale congolese Mobutu. Ho visto un re è invece uno dei testi più famosi di Dario Fo scritto in perfetta simbiosi con la rivoluzione sociopolitica del 1968 e musicato da Paolo Ciarchi. Tratto dallo spettacolo “Ci Ragiono e Ci Canto”, il brano regala una sarcastica irrisione del potere, i cui interessi vanno sempre a scapito della gente comune… Dodici anni dopo e siamo nel 1980, Jannacci rientra alla Ricordi, riguadagnando il favore della grande platea e un ruolo di primo piano nella musica italiana. Sull’onda del ritrovato successo, in poco più di un anno scrive le canzoni dell’album Ci vuole orecchio che diventa il disco di Jannacci più venduto dai tempi di Vengo anch’io. No, tu no. Costruita su di un giro di rhythm & blues, la canzone è una metafora che parla delle difficoltà di un cantante in sala registrazione e gioca sul doppio significato di una orchestra che va a tempo con il cantante e di stare al passo con i ritmi della vita. In questo caso l’ispirazione è indirettamente autobiografica, relazionandosi con un filo d’ironia all’opinione generalizzata della stampa musicale che lo giudica un dinosauro in disarmo. Niente di più sbagliato in quanto qui Enzo dà veramente il meglio di sé. Non a caso, questa hit scritta insieme a Gino Vignali e Michele Mozzati, diventa uno dei tormentoni dell’estate sull’onda del riff: “Perché ci vuole orecchio bisogna avere il pacco immerso, intinto dentro al secchio, bisogna averlo tutto, anzi parecchio...”.
Nel 2001 Enzo pubblicò Come gli aeroplani, album prodotto e arrangiato dal figlio Paolo, mentre due anni dopo L'uomo a metà, con dodici canzoni inedite: cosa possiamo trovare di Enzo in queste sue ultime prove discografiche?
Dopo sette anni di assenza dovuti anche alla difficoltà di trovare una casa discografica, il 12 ottobre 2001 grazie all’etichetta Ala Bianca l’artista presenta un nuovo cd, dedicato al padre ritratto in divisa militare sulla copertina, realizzato in collaborazione col figlio Paolo, composto in gran parte da canzoni inedite. Accolto da un buon successo di vendita e lusinghieri giudizi della critica, il progetto contiene brani di spessore: da Come gli aeroplani a Cesare, Varenne, Luna rossa e I mulini dei ricordi versione italiana di The windmills of your mind di Michel Legrand. Due brani sono cantati in coppia con Renato Pozzetto (Sono timido e Gippo Gippo) al fianco di Brutta gente (già incisa nel 1974 su 45 giri poi inclusa in versione live nell’album E allora… concerto del 1981). Mi sembra notevole la cover di Fabrizio De André (Via del Campo) reinterpretata in una veste quasi recitata come omaggio all’artista scomparso nel 1999, arricchita da una struggente fisarmonica di sottofondo suonata dal figlio Paolo. Lettera da lontano è uno dei testi più profondi dell’album e raggiunge l’apice espressivo in questa riflessione: “Lettera a chi ha vissuto tutta la vita accompagnato solo dalla sua miseria, dalla sua dignità, dalla sua morte, dalle sue emozioni… Lettera per il tempo che a vent’anni nessuno ti dice che vola via come un tipo particolare di vento…”. Una lettera con molti destinatari: da Silvia Baraldini militante dei Black Panther Party a sostegno dei diritti civili dei neri d’America condannata a 43 anni di reclusione poi estradata nel 1999 (“non servirà a niente ma almeno saprà che le siamo vicini”), a Vasco Rossi (“mi piace sentirgli dire che oggi è spento”), il figlio Paolo (“che mi ha guardato cantare come fossi io il figlio”) e la moglie Giuliana (“che non ha avuto un marito, ha avuto solo le doglie”). A mio avviso, è un disco diretto, privo di sfumature, senza mediazioni e con tanta voglia di alzar le mani contro il mondo discografico. In sintesi, un ritorno alla grande che convince, perché questo é l’autentico Enzo Jannacci… Il resto è già storia recente. Di fatto, il 1° gennaio del 2003, nel primo giorno di pensione di Jannacci, muore dopo lunga malattia l’amico Giorgio Gaber nella sua casa vicino a Camaiore. Due giorni dopo ai funerali all’abbazia di Chiaravalle (dove l’artista s’era sposato con Ombretta Colli), Enzo riesce a dire soltanto: “Ho perso un fratello”. Un mese dopo, il 7 febbraio esce L’uomo a metà il diciottesimo ed ultimo album in studio della ultraquarantennale carriera del cantautore dedicato alla memoria di Mister G. Tredici tracce edite da Ala Bianca e in parte arrangiate con Mauro Pagani, guidate dalla title-track che beneficia ancora una volta della “Targa Tenco” quale “miglior canzone d’autore”. Lo stesso Enzo lo definisce senza falsa modestia: “Il disco più bello che abbia mai scritto”. Un album intimo, pensato, soppesato, lento e avvolgente che contiene anche una commossa, poetica dedica allo scomparso Umberto Bindi (Arrivederci). Inevitabilmente nell’apertura del tour successivo, l’artista fa un lungo e affettuoso monologo sull’amico Giorgio Gaber che generalmente si conclude ironicamente con l’ironico elogio: “Gaber sì che era bravo a parlare e a farsi capire dal pubblico, non come me…”.
Cosa spinse infine Enzo a diversificare negli ultimi anni la propria attività artistica, dirigendo lo spettacolo teatrale La mascula (2004) e interpretando il film La bellezza del Somaro (2010), di Sergio Castellitto?
In realtà, nel suo intimo, Enzo appare del tutto disilluso nei confronti del mondo musicale e, di lì a poco, inizia a regalare al pubblico e a se stesso una espressività differente del suo ego più profondo. Nel 2004 cura un progetto del Teatro dei Filodrammatici di Milano che nell’arco di due mesi lo vede proporsi in veste di talent-scout, regista, cantautore e drammaturgo-coautore insieme a Andrea Bove (La storia del mago). A ruota assume la regia e compone le musiche de La mascula scritta da Egidia Bruno. Qui la sua istrionica verve artistica si confronta in maniera impareggiabile con la satira di Rosalba un ragazza che vive in un paesino di montagna del meridione con la passione per il calcio. Fra comicità e tratti poetici, l’artista compone tre canzoni che portano alla luce l’inconsapevole cipiglio della protagonista, la sua purezza e la sua libertà in grado di minacciare e destabilizzare la normalità delle sue coetanee più avvezze allo struscio e al cucito. All’epoca, Jannacci stesso si dichiara senza mezzi termini entusiasta del suo coinvolgimento in questo progetto… Rispondendo alla seconda citazione della sua domanda, posso solo confermare che, sei anni dopo e solo in tarda età, Enzo interpreta sul fronte cinematografico uno dei ruoli a lui più congeniali in assoluto. Nel film La bellezza del somaro di Sergio Castellitto veste i panni di Armando l’arzillo settantenne fidanzato di Rosa la ribelle figlia diciassettenne di Marcello e Marina, interpretati da Castellitto e Laura Morante. Una pellicola al contempo comica e tragica, ricca di capovolgimenti imprevisti, dove il talento naturale anacronistico e paradossale di Jannacci trova terreno fertile esplodendo in ogni direzione.
A un anno dalla scomparsa, cosa rimane secondo Lei di Enzo come uomo e come cantautore?
L’aspetto più interessante è che a tutt’oggi migliaia di persone d’età ed estrazione differente ne parlano e lo ricordano sempre con affetto. Lo si potrebbe definire un Cantautore con la maiuscola, dalla voce non perfetta, ma unico nel suo genere. Un irrefrenabile talento in grado di far ridere e piangere nello stesso momento. In sintesi, un precursore assoluto. Alle sue spalle lascia un vuoto incolmabile. In realtà nel panorama della musica d’autore italiana del  2014 nessuno é in grado di acquisirne a pieno titolo l’eredità… Nella disamina postuma della carriera, appare chiaro che ogni parto creativo dell’artista é la fotografia cronologica del tempo che sta vivendo, dello spirito sociale che lo circonda e soprattutto del momento storico che attraversa il suo paese. Del resto amava recitare e suonare il blues, il jazz e il rock’n’roll in maniera viscerale, quasi istintiva, ma assistito da una morale di ferro e il polso della gente comune, da bravo cardiologo curava la gente con amore, rassicurando con un sorriso persino i malati più gravi, quelli senza speranza. Ha scritto centinaia di storie indimenticabili, dove i protagonisti sono sempre dei perdenti, dei reietti sociali come i barboni, esaltando la bontà umana di personaggi semplici che, a causa della loro naturale indole caratteriale, non riescono a reggere il ritmo della vita, finendo per essere esclusi, emarginati, dimenticati dal mondo. Tutti coloro che hanno perso il treno dell’amore, le vittime e gli eroi anche casuali della Grande Guerra e del secondo conflitto mondiale, gli sfruttati e i delusi, ombre umane prive di personalità. Come uomo, Jannacci odiava le promesse non mantenute di qualsiasi fazione politica e l’atteggiamento dittatoriale delle multinazionali discografiche, ma avendo dalla sua uno spiccato senso di autocritica e di ironia era in grado di cogliere anche le più minuscole briciole poetiche nel contesto di storie tragiche senza ritorno. E sapeva ridere e sollevarsi di spirito ascoltando quel verso di Vasco Rossi tratto dalla canzone Vivere che dice: “Oggi non ho tempo. Oggi voglio stare spento”. E come dargli torto? In un mondo come il nostro, dove è più importante “apparire” che “essere”, l’uomo come l’artista Enzo Jannacci resta un Maestro di coerenza e saggezza. Nel panorama della musica d’autore italiana del dopoguerra, si contano sulle punte delle dita quelli come lui. Del resto, assecondando la sensibilità individuale, ognuno di noi ha il suo. Chi predilige Lucio Battisti o Lucio Dalla, certo non ha dimenticato Giorgio Gaber, Rino Gaetano o Luigi Tenco. Al cui confronto Jovanotti e Ligabue sembrano già abitanti di un altro pianeta. Oggi chi non vorrebbe iscriversi a un partito fondato da Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi e Ivano Fossati? Forse Jannacci sarebbe il primo…

Chiudiamo il pezzo con un ricordo di Lina Wertmuller, per la quale Enzo Jannacci compose appunto la colonna sonora di Pasqualino Settebellezze per poi partecipare come attore, nel ruolo di un brigatista, a Scherzo del destino in agguato dietro l’angelo come un brigante da strada: “Ho chiamato Jannacci in queste due occasioni perché mi piaceva il lavoro che aveva fatto, nonché come persona e come tipo di intelligenza: era singolare questo dottore sicché musicologo. Ci siamo trovati benissimo a lavorare insieme perché era un uomo intelligente, molto simpatico e soprattutto molto bravo sia come musicista che come attore e anche come dottore, anche se era matto. Mi ricorderò sempre che arrivava la mattina sul set con due rotoli di carta igienica perché era raffreddato, e per recidere i microbi utilizzava questi rotoli con alcool: diffidava della truccatrice e veniva a lavorare così. Mi era piaciuto moltissimo prima di tutto per la sua simpatia e poi certamente per la sua musica: aveva inoltre una grande serietà nel suo lavoro da medico, unita a questa grande qualità di artista che lui sosteneva con grande agilità”.

Alessandro Ticozzi