Omaggio ad Ornella Vanoni

19/09/2014

A colloquio con Alexandra Della Porta Rodiani, autrice del docufilm Ornella Vanoni. Ricetta di donna (2013): in chiusura, un contributo di Memo Remigi.

Ornella ha esordito come attrice di prosa, vincendo anche alcuni premi, per poi dedicarsi alle “canzoni della mala”: come furono i suoi inizi?
È cosa nota che Ornella, provenendo da una buona famiglia borghese, avesse fatto le scuole in Svizzera: quando è tornata a Milano, non sapeva bene cosa fare. Fondamentalmente lei avrebbe voluto fare l’estetista, dopodiché ha iniziato ad andare alla scuola del Piccolo pensando di fare l’attrice: quando assisteva alle prove di Strehler tra le quinte dei teatri, Ornella canticchiava, e allora a Strehler e a Paolo Grassi venne l’idea di farla cantare costruendo un repertorio ad hoc che è stato quello delle “canzoni della mala”.
Come mai nel 1974 Ornella ha fondato la casa discografica Vanilla?
La Vanoni, come tutti i suoi colleghi più illustri di quegli anni a cavallo tra i Cinquanta, Sessanta e Settanta che avevano un grande successo, hanno fondato una loro casa di produzione discografica: questo permetteva loro di seguire quelle che erano le uscite degli album, e soprattutto i loro inizi d’autore. Ornella spesso è stata coautrice dei testi delle proprie canzoni: era naturale avere una propria casa discografica, come Mina ha tuttora la GSU, mentre Ornella ha venduto la Vanilla. Questo permette anche di essere più presente anche a livello commerciale sulla messa in pubblico dei propri brani: è una cosa che hanno sempre fatto tutti i grandi cantanti e che continuano a fare anche adesso.
Ornella ha raggiunto il successo interpretando canzoni di Gino Paoli, Umberto Bindi, Sergio Endrigo e Mario Lavezzi: in che maniera hanno contribuito ciascuno di questi autori alla maturazione della sua personalità artistica?
Io penso che sia stata Ornella a completare questi autori che Lei ha citato. La Vanoni ha un grande pregio: quello di essere una grandissima interprete che fa proprie e trasforma le canzoni che canta. Gino Paoli è diventato famosissimo grazie alla Vanoni, non il contrario: idem per gli altri autori che Lei ha citato. Mario Lavezzi, che è un fantastico musicista ed arrangiatore, è molto conosciuto per essere il produttore di Ornella Vanoni. Lei ha questa caratteristica: trasforma in oro tutto quello che tocca con la sua voce, ha questa capacità di dare grande visibilità a persone che fanno un ottimo lavoro, ma che senza la sua presenza sarebbero stati meno conosciuti al grande pubblico. Gino Paoli è un mostro sacro della musica italiana, però con Ornella Vanoni ha costituito un binomio indissolubile.
In anni recenti, cos’ha spinto Ornella nell’album Sogni proibiti (2002) a reinterpretare in italiano classici di Burt Bacharach e a tornare a collaborare con Gino Paoli per il disco Ti ricordi? No, non mi ricordo (2004)?
L’album di Bacharach lo conosco molto bene, perché era un periodo in cui ero molto vicina ad Ornella: sia la Sony Music che Sergio Bardotti, che in quel momento era il produttore musicale di Ornella, pensavano che la sua voce fosse perfetta per le canzoni di Burt Bacharach e che ci fosse un momento propizio per promuovere in Italia la sua musica. È stato fatto un buon lavoro che purtroppo non ha ottenuto un grandissimo successo di pubblico, anche perché Burt Bacharach in italiano perde molto: secondo me avrebbe dovuto cantarlo in inglese e sarebbe stato assolutamente perfetto. L’album con Gino Paoli è stata una grandissima operazione commerciale ripagata da un successo enorme, con un grande tour che è seguito di grandissimo successo: la gente vuole continuare a seguire il sogno, il mito e tutto quello che è bello. Il binomio Gino Paoli-Ornella Vanoni funziona sempre, perché tra di loro c’è una grandissima armonia e complicità, e le canzoni che cantano sono la storia di tutti noi: assistere a un loro concerto o sentire un loro disco è ripercorrere i momenti belli della nostra vita.
Cosa lascia Ornella alla musica leggera italiana secondo Lei?
La Vanoni è un mostro sacro della musica a livello internazionale: se fosse stata più furba sarebbe diventata una superstar a livello mondiale. Ornella ha tantissime caratteristiche, ma non è stata una donna astuta per la propria carriera: ha sfruttato poco le proprie doti. La musica italiana deve tantissimo ad Ornella Vanoni: è un interprete unica ed irripetibile, dotata di una voce incredibile. Io amo molto le canzoni di Ornella perché riesce a trasmettere con questa sua voce particolare le atmosfere: è una cosa di cui sono dotati pochissimi interpreti nel panorama italiano e internazionale. La musica italiana avrebbe dovuto essere molto più riconoscente ad Ornella Vanoni, anche per quello che ha fatto come carriera televisiva: la Vanoni è un icona, bisognerebbe iniziare a riconoscerlo un po’ di più. Adesso compie ottant’anni, e arrivare a quell’età con una capacità vocale ancora intatta - anzi, forse migliorata - dovrebbe far riflettere per darle un attimo di visibilità ulteriore.


Chiudiamo questo pezzo con il contributo di Memo Remigi: “Il mio primo incontro con Ornella è avvenuto nei periodi d’oro della musica leggera italiana, quando esistevano gli autori che scrivevano per gli interpreti: io nasco come autore, sotto la guida del Maestro Giovanni D’Anzi, che era anche il mio editore. Io scrivevo le canzoni per i cantanti, e allora si usava chiedere all’autore di comporre un brano che potesse essere adatto a quel determinato artista. Quando Giovanni D’Anzi mi disse di scrivere una bella canzone per Ornella Vanoni, io composi Io ti darò di più: in quel momento Ornella Vanoni rappresentava un sex symbol della canzone italiana, e se avesse cantato a un uomo Io ti darò di più lui ci avrebbe creduto, perché era una bellissima donna dotata di grande charme. Allora io scrissi questa canzone e poi andai a fargliela sentire.
Questo brano avrei dovuto cantarlo io in coppia con Ornella Vanoni al Festival di Sanremo del 1966: in quegli anni si usava presentare la canzone con due interpreti, e infatti poi si sono sviluppati anche dei sodalizi importanti, dove c’era un cantante italiano che presentava un brano e poi lo stesso veniva riproposto da un cantante straniero, il quale a sua volta lo portava nel proprio Paese e lo incideva in lingua. Il mio sodalizio più importante l’ho avuto proprio quell’anno con Ornella Vanoni per Io ti darò di più, che ho scritto per lei e avrei dovuto cantarlo in coppia con lei. Ma Gianni Ravera, che era il Patron del Festival in quel periodo, mi disse: “Guarda, Memo, devo piazzare Orietta Berti, per cui quest’anno ti prendo come autore della canzone Io ti darò di più e l’anno prossimo ti farò venire come interprete”. Infatti l’anno successivo, in cui tra l’altro si sparò Luigi Tenco, io cantai in coppia con Sergio Endrigo Dove credi di andare: tuttavia il mio treno l’ho perso proprio l’anno in cui avrei dovuto presentare la mia canzone come autore in coppia con Ornella Vanoni, che ha inciso anche Innamorati a Milano e altre mie canzoni, inserendole in un LP. Forse non hanno avuto molto successo, però sono sempre brani piacevoli cantati da una grande interprete.
Ornella era ed è rimasta una donna di grande classe, senza togliere niente a nessuno. C’era un famoso periodo in cui in Italia c’erano queste tre dive: Mina era la Tigre di Cremona, Milva la Pantera di Goro e Iva Zanicchi era l’Aquila di Ligonchio, mentre la Vanoni rimaneva fuori da questi soprannomi perché era una donna che apparteneva a una certa elite con Strehler, oltre ad avere anche un modo di porsi completamente diverso rispetto a queste altre tre cantanti formidabili che ho citato.
Ornella con Strehler ha portato avanti in teatro il periodo della mala: essendo milanese come me, rappresentava la schiera dei cantanti meneghini. Lei, insieme a Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Cochi e Renato, ha rappresentato degnamente Milano, e cantando anche la mia Innamorati a Milano l’ha fatta un po’ sua”.

Alessandro Ticozzi