Omaggio a Luciano Ligabue

31/05/2015

A colloquio con Massimo Poggini, autore del volume Liga. La biografia (Bur Rizzoli 2010), che continua ad essere ristampato: in chiusura, il contributo di Piergiorgio Gay.

Ligabue esordisce nel 1990 con l'album Ligabue: cosa possiamo trovare in questo lavoro delle sue costanti?
Come tutti gli album d'esordio, anche Ligabue contiene una specie di compendio dei suoi primi anni di vita. Ed avendolo inciso non proprio da ragazzino (quando uscì aveva 30 anni e il primo concerto lo aveva fatto a 27), ci sono canzoni scritte quando aveva già maturato una discreta esperienza come uomo. In quelle canzoni dunque c'è il suo mondo, c'è l'esperienza di un ragazzo cresciuto tra le nebbie della bassa Padana, ci sono quei sogni di rock'n'roll che poi sarebbero diventati una bella realtà. E non credo sia un caso se molti di quei brani, da Balliamo sul mondo a Piccola stella senza cielo, da Non è tempo per noi a Bar Mario, sono ancora tra i più amati dai suoi fan.
Da Lambrusco, coltelli, rose e pop corn (1991) a Sopravvissuti e sopravviventi (1993), da A che ora è la fine del mondo (1994) a Buon compleanno Elvis (1995), da Su e giù dal palco (1997) a Il mio nome è mai più (con Jovanotti e Piero Pelù, 1999), da Missmondo (1999) a Fuori come va? (2002) e Nome e cognome (2005), da cosa ha tratto ispirazione Ligabue per i suoi lavori successivi?
La carriera artistica del Liga si divide in due grandi fasi: quella del "noi" e quella dell'"io". Infatti le canzoni dei suoi primi album raccontano storie di altri, di giovani ribelli o grandi sognatori, c'è l'America più immaginata che vissuta di Buon compleanno Elvis e ci sono personaggi più o meno immaginari come Walter il mago. Poi, con un album significativamente intitolato Nome e cognome, Luciano ha scoperto l'io, ha iniziato a parlare di sé, ad aprirsi, a raccontare storie vissute in prima persona. Questo vuol dire che per i primi album ha trovato ispirazione nel mondo che aveva attorno, per gli ultimi si è guardato dentro, in certi casi mettendosi a nudo e rivelando particolari anche molto intimi di sé e delle persone che ama di più.
Cos'ha spinto Ligabue a cimentarsi anche nella scrittura e nella regia cinematografica?
Luciano è una persona curiosa, che ha voglia di sperimentare e di mettersi in gioco. Da qui i libri e i film. E devo dire che ha scritto bei libri e fatto buoni film. Una volta mi ha raccontato che lui l'infanzia l'ha passata più davanti allo schermo del cinema che della televisione. E questo gli è servito per sviluppare la fantasia. Però non si considera un cinefilo in senso tradizionale. Semmai è un consumatore caotico e onnivoro di film, libri, dischi.
Nel 2007 e 2008 escono le raccolte Primo tempo e Secondo tempo, mentre nel 2009 l'album live Sette notti in Arena: che bilancio si può dedurre della carriera musicale di Ligabue da questi lavori?
Il bilancio non può che essere positivo. Del resto uno che riesce a rimanere ai vertici per 25 anni di seguito non può essere un bluff. Magari c'è stato qualche momento di stanca, cosa più che naturale per chiunque, ma l'importante è saper reagire e ripartire. A lui è capitato di "poppizzarsi" un po' troppo nel periodo in cui ha lavorato a stretto contatto con Corrado Rustici (che comunque è un grande musicista e un ottimo produttore). Poi ha ripreso le redini in mano e ha pubblicato Mondovisione, a mio avviso un bel disco.
Che sorprese ci riserva ancora Luciano Ligabue secondo Lei?
Per rispondere a questa domanda dovrei essere un indovino. Però credo che ancora abbia diverse frecce al suo arco, quindi aspettiamoci altre belle sorprese.
Chiudiamo questo pezzo con il contributo di Piergiorgio Gay: “Attraverso il mio documentario Niente paura volevo raccontare l’Italia degli ultimi trent’anni: spentosi l’eco della passione politica degli anni Settanta, sembra che le uniche cose che riescano ad entusiasmare le persone sono la musica e lo sport quando ci si trova allo stadio. In particolare la musica mi sembrava un bello strumento per raccontare un Paese: soprattutto la musica popolare, che ci fa emozionare e ricordare momenti della nostra vita. Per raccontare un Paese attraverso la musica, ci voleva un musicista che fosse realmente popolare: questo è stato il motivo che mi ha spinto a contattare Ligabue. Io non lo conoscevo, né ovviamente lui conosceva me: ho semplicemente mandato un email al suo manager e, dopo neanche una settimana, mi aveva risposto accettando l’incontro per chiacchierare del progetto. Così, quando l’ho illustrato a Luciano, gli è piaciuto e abbiamo iniziato a lavorarci sopra.
Ligabue è stato estremamente discreto e rispettoso: si è messo al servizio del documentario senza chiedere alcuna modifica. Oltretutto lui ha realizzato anche dei film come regista, per cui poteva anche avere le carte in regola per fare delle obiezioni: invece si è messo completamente al servizio del progetto, ed è stato veramente disponibile durante tutte quelle che sono state le fasi della lavorazione.
Il motivo per cui ho chiesto a Ligabue di partecipare a questo progetto è il fatto di essere un uomo e un artista onesto: una delle cose dove lo dimostra di più è nella considerazione che ha del suo pubblico. Per molti musicisti il pubblico è una sorta di mucca da mungere con i biglietti dei concerti e il merchandising: Ligabue sa che il pubblico è la sua ricchezza e lo tratta da persona umana, e questa è una delle cose che mi è piaciuta molto da parte sua, oltre ad un estrema onestà intellettuale rispetto al lavoro che fa. Oltretutto non ha mai abusato della sua posizione cercando di influenzare il suo pubblico con idee politiche: questa è un'altra cosa che apprezzo moltissimo”.

Alessandro Ticozzi