Omaggio ad Adriano Celentano

23/10/2015

A colloquio con Sergio Cotti, autore del volume Adriano Celentano 1957-2007. Cinquant'anni da ribelle (Editori Riuniti 2007): in chiusura, il contributo di Alberto Radius.

Da Il tuo bacio è come un rock a Il ragazzo della via Gluck, in che maniera Adriano arrivò a diventare, alla testa del suo “clan”, un fenomeno musicale di costume?
Il fenomeno Celentano irrompe nel panorama musicale italiano fin dal 1957, anno del suo debutto di carriera. Adriano porta in Italia il mito del rock and roll e già questo basta a rompere gli schemi della musica melodica cui erano abituati gli italiani. Quattro anni dopo, 24000 baci, con la discussa partecipazione a Sanremo, consegna a Celentano le chiavi di un successo che già stava maturando da tempo, soprattutto tra i più giovani. L'idea, un anno più tardi, di fondare una casa discografica per autoprodursi, sulla falsariga di altri celebri esempi americani, rappresenta un altro evento rivoluzionario per la musica italiana. Da allora, Celentano non ha mai smesso di comportarsi in modo anticonformista, caratterizzando così il suo stile, ma anche i testi delle sue canzoni. Dalla religione all'ecologia, dalla droga alla caccia, fino all'omosessualità e alla guerra, Celentano ha cantato di tutto, spesso ponendosi come precursore di mode e tempi. E tutto questo ha contribuito a renderlo un fenomeno di costume, oltre che musicale, che dura ormai da quasi sessant'anni.
Sullo schermo da La dolce vita (1960), Adriano interpretò film propri (come Yuppi du, 1975; Joan Lui, 1985) e di altri (da Serafino, 1968, di Germi a una serie di Sergio Corbucci), ottenendo primati di cassetta con titoli quali Il bisbetico domato (1980), Asso (1981), Sing Sing (1983), Lui è peggio di me (1984) e Il burbero (1987): quanto fu importante la sua presenza sul grande schermo per il cinema italiano?
Per Celentano, quella cinematografica può senz'altro considerarsi una carriera parallela, rispetto al suo più celebre percorso musicale. Adriano debutta sul grande schermo sul finire degli anni '50, nei cosiddetti musicarelli, ma è tra la fine degli anni '70 e per buona parte del decennio successivo, che i film di Celentano guadagnano uno spazio importante nel cinema italiano. Molti di quelli citati furono campioni d'incasso. Oggi, a distanza di trent'anni, quei film possono considerarsi gli antesignani dei cosiddetti "cinepanettoni" in stile Vacanze di Natale. E anche in questo caso, si può dire che Celentano sia stato ancora una volta un precursore dei tempi.
Cosa spinse Adriano a presentare lo spettacolo televisivo Fantastico 8 (1987-88)?
Quell'anno la Rai aveva perso tanti dei suoi cavalli di razza (Pippo Baudo e Raffaella Carrà su tutti) e aveva bisogno di qualcuno in grado di raddrizzare gli ascolti per battere la concorrenza sempre più agguerrita delle tv commerciali. Puntare su Celentano si rivelò una mossa vincente. Adriano accettò, ottenendo  dalla televisione di Stato una libertà editoriale che fino a quel momento nessuno si era mai neanche permesso di chiedere. Celentano, che pure non era nuovo a partecipazioni televisive, iniziò con quel Fantastico a far passare i suoi messaggi attraverso il piccolo schermo, dopo averlo fatto con le canzoni e con il cinema (peraltro con film che non ebbero grande successo). A Fantastico debuttarono i suoi ormai celebri monologhi sui temi di attualità più scomodi e scottanti (chi non ricorda il sermone contro la caccia?). Quell'edizione del varietà del sabato sera fu così rivoluzionaria, che ai tempi ci si domandò quale sarebbe stato il futuro della televisione italiana dopo Fantastico 8.
Come mai Adriano, dopo il fallimento del film Jackpot (1992), ha concentrato tutte le sue attenzioni artistiche sulla TV e la musica, realizzando le trasmissioni RAI Francamente me ne infischio (1999), 125 milioni di caz...te (2001), Rockpolitik (2005) e La situazione di mia sorella non è buona (2007) - senza contare la partecipazione, come ospite, al Festival di Sanremo del 2012 e, sempre nello stesso anno, i due concerti trasmessi da Canale 5 che ha tenuto all'Arena di Verona - e album quali Io non so parlar d'amore (1999), Esco di rado (e parlo ancora meno) (2000), C’è sempre un motivo (2004), Dormi amore, la situazione non è buona (2007) e Facciamo finta che sia vero (2011)?
Negli ultimi anni Celentano ha preferito la televisione, perché senz'altro è il mezzo più diretto per parlare alla gente. Con il cinema ha chiuso dopo un film, Jackpot, che lo ha profondamente amareggiato, fino quasi a rinnegarlo. Adriano ha fatto successo al cinema finché ha potuto interpretare ruoli brillanti. I suoi film più impegnati (tra cui l'ultimo), non hanno mai avuto grande successo. Oggi trovare soggetti o copioni adatti a lui non sarebbe facile. Al contrario in televisione riesce ad esprimersi meglio, sfruttando tra l'altro l'effetto-sorpresa che sa creare attorno ad ogni sua partecipazione in tv.
Quali sorprese ci riserva ancora la carriera di Adriano secondo Lei?
Chi conosce davvero bene Adriano sa che l'unica vera grande sorpresa da tanti anni a questa parte è stato il recente doppio concerto all'Arena di Verona. Nuove trasmissioni, nuovi album, non costituirebbero più una sorpresa, neppure - credo - nei contenuti. Per sorprendere davvero Celentano dovrebbe cimentarsi in qualcosa che non ha ancora fatto, e non è facile, visto che in circa sessant'anni di carriera non si è fatto mancare (quasi) nulla. Ma l'artista è lui e tocca senz'altro a lui, se lo vorrà, provare di nuovo a stupire i suoi fans.

Chiudiamo questo pezzo con il contributo di Alberto Radius: “Il mio primo incontro con Adriano Celentano è della notte dei tempi: frequentavo le medie a Milano quando lo conobbi già all’apice del successo. È stato molto simpatico: non è che non ho fraternizzato subito, però era già un bel ricordo per me. Sono passati un sacco di anni, quando un giorno mi telefona il chitarrista Ronnie Jackson, che aveva fatto in quel periodo un album intitolato Tecadisc e m’ha detto: ‘C’è da fare una tournée con Adriano: serve un altro chitarrista perché io da solo non ce la faccio’, ed io ho accettato. Era una tournée molto ricca: la cosa bella era che, siccome a noi non piaceva fare molti chilometri, eravamo tutti fermi a Viareggio in un albergo di prima categoria, si partiva e si ritornava la notte. Erano serate da due-trecento chilometri: abbiamo fatto questa tournée bellissima, e addirittura ho fatto una parte nel suo film. Infatti, quando lui girava in bicicletta per il campo sportivo di Cesena, c’era il gruppo in fondo che era composto da noi: era tutto perfetto. Adriano è un personaggio eclettico: un po’ pazzoide sotto certi aspetti, però è uno che la sa lunga.
Con tutti i musicisti presenti siamo diventati amici, da Massara al batterista Gianni Dall’Aglio: la collaborazione era sempre bella, nel senso che Adriano arrivava sempre all’ultimo minuto, noi avevamo già provato e lui magari attaccava quando voleva, però, essendo noi affiatati, lo faceva nel momento giusto. Se uno non sa bene quando attaccare, si deve agganciare ai musicisti che lo accompagnano: a Viareggio lui accoglieva i migliori. C’erano quattro fiati, quattro cori, due chitarre, un basso, Mark Harris al pianoforte e Gianni Dall’Aglio alla batteria: questa all’incirca era l’organizzazione. Alla fine sul palco lui scherzava sempre con noi: c’ha sempre tenuto in grande considerazione. M’ha dato anche una mano sotto questo aspetto: io l’anno dopo sono uscito con Nel ghetto e mi son già trovato un po’ di pubblico che mi ha visto e ha decretato il successo di questo pezzo.
La considerazione che ho di Adriano come artista senza dubbio è al cento per cento: ha fatto delle cose che gli altri se le sognano, inventando una specie di rap all’italiana quindici anni prima degli americani e un pezzo con un accordo quale Il mondo in mi 7a. È uno che c’ha le palle, nonché una persona tranquillissima: ogni tanto s’arrabbiava con qualcuno, ma poi finiva sempre a tarallucci e vino. È una persona che sta al gioco: inoltre non lesinava mai sul cachet. Era la prima volta che prendevo un bel cachet facendo le serate: allora provenivo dalla Formula 3 e dal Volo, due gruppi che avevano dettato legge sotto certi aspetti, però in quel momento ero da solo. Avevo fatto Che cosa sei, che non era ancora un successo, e stavo incidendo Nel ghetto: quando lui lo ha sentito, m’ha detto che sarebbe stato un successo. M’ha dato una mano in tutto e per tutto: ho veramente un bel ricordo di lui”.

Alessandro Ticozzi