Ci sono dei libri che sono infilmabili. “La ricerca del
tempo perduto”, per esempio. “La montagna incantata”, “Moby Dick”, “L’uomo
senza qualità”, “Ulisse”. “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio è uno di
questi. Una prosa quasi impossibile contraddistingue questo romanzo incompiuto,
seguito ideale di “Primavera di bellezza”, dove un vortice di neologismi si
mescola all’uso dell’inglese (tanto da far parlare i critici di “fenenglese”,
per indicare questa nuova lingua): meglio (o peggio) di Fenoglio è riuscito a
fare solo James Joyce con il suo “Finnegan’s wake”. Ma non è solo una questione
linguistica a renderlo intraducibile sullo schermo. Come dice Dante Isella, “Il
partigiano Johnny” sta al libro resistenziale come “Moby Dick” sta al romanzo
marinaro. I tempi dell’avventura sono infatti tutti interiori, e la vicenda
esterna, in fondo, poco importa. Pensate ai movimenti di Johnny: sembra che
combatta su mezzo suolo italiano, eppure, a cercarli su una piantina della
zona, i luoghi che incontra sono compresi in un raggio di pochi chilometri
attorno ad Alba.
Guido Chiesa, coraggiosamente, si
è buttato nell’impresa e ci è quasi riuscito. Non è un gran bel film, il suo.
E’ lungo e ripetitivo, mal recitato, con una musica ingombrante e sbagliata.
Eppure gli eredi di Fenoglio ne sono stati soddisfatti. Come spiegarlo? Col
fatto che Chiesa ha compreso una verità molto semplice, ma che pure in molti
non afferrano. Di fronte ai libri impossibili ci sono solo due strade, e niente
vie di mezzo: o ci si concentra sullo stile del romanzo, dimenticandosi della
trama (come ha fatto ad esempio David Cronemberg col “Pasto nudo”); o si dà
spazio al personaggio e al senso complessivo della storia, senza preoccuparsi
di rifarne lo stile.
E’ ciò che ha scelto di fare
Guido Chiesa: non potendo mettere in scena Il partigiano Johnny (forse solo il
Terrence Malick della Sottile linea rossa avrebbe potuto provarci), ha deciso
di rappresentare il partigiano Beppe. Una scelta drastica, che come tale ha
scontentato molti ( anche se la maggior parte delle critiche gli sono piovute
addosso in quanto “non allineato” ideologicamente: certi comunisti, come il
prof. Cocito del romanzo, ancora non si sono rassegnati all’idea che la lotta
partigiana non è stata una lotta di partito), ma un modo come un altro per
mantenere viva l’atmosfera, il dolore, la confusione, il freddo, il significato
morale del libro e per ricordare lo scrittore e l’uomo Fenoglio, chiamato
subito maestro al suo apparire e poi gettato nel dimenticatoio di chi ha fatto
delle scelte stilisticamente difficili e politicamente perdenti.
Se non altro, Guido Chiesa è da
ringraziare per aver riportato Beppe Fenoglio e il suo Partigiano nelle
librerie e sui banchi di scuola.