Mauro Bolognini

16/05/2008

Tra i molti registi di casa nostra che si sono cimentati nella realizzazione di sceneggiature di origine letteraria, il nome di Mauro Bolognini è sicuramente quello più ovvio. Egli, infatti, si specializzò, per buona parte della sua carriera, nella trasposizione di romanzi in opere cinematografiche. In alcuni casi i risultati furono brillanti, in altri forse un po’ meno. Questo cineasta, scomparso, tra l’ altro, il 14 maggio scorso, dopo la realizzazione di un insieme di commedie di dignitoso livello, si affermò all’ attenzione della critica con due film La notte brava e La giornata balorda, nati dall’ incontro con Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.

Fu soprattutto Il bell’ Antonio, tratto dal romanzo di Vitaliano Brancati, ad essere ritenuto uno dei capolavori del cinema italiano degli anni ’60.

Già in questa pellicola emerge quello che sarà il futuro stile di Bolognini, uno gusto stilistico-calligrafico con particolare attenzione per le ambientazioni e le ricostruzioni storiche.

Il bell’ Antonio accentua con i colori cupi della fotografia la grottesca e dolorosa umiliazione di Antonio-Marcello Mastroianni già presente nel romanzo di Brancati.

Toni amari e cupi torneranno spesso nel cinema di Bolognini, come in Gran Bollito, ispirato alle tragiche gesta di Leonarda Cianciulli, che negli anni ’40 aveva ucciso e saponificato tre amiche.

Un discorso a parte si deve fare per la messinscena di Alberto Moravia, un autore molto frequentato dal nostro cinema, ma troppo spesso vittima di atroci volgarizzazioni in senso erotico.

Si sa che quello che attrae molti lettori di Moravia (soprattutto i più giovani) è il suo modo di raccontare l’ eros ed è abbastanza facile ricavarne filmetti commerciali dove i temi erotici sono in primo piano a scapito di quelli politico- esistenziali, molto più affascinanti.

Bolognini  è, a mio avviso, uno dei tanti che è riuscito meglio a cogliere lo spirito di un romanzo di Moravia, senza ridurlo a un soft-core com’ è successo, invece, con La disubbidienza di Aldo Lado o con L’ attenzione di Giovanni Soldati.

Poetico e pudico più del romanzo, Agostino (1962), raffinato nelle atmosfere La villa del venerdì. Quest’ ultimo, tra l’ altro, l’ ultima prova cinematografica del regista, un film sicuramente meno brillante dei suoi precedenti,  si sforza di evidenziare il nichilismo tipico di molti personaggi moraviani. Riemerge, anche in questo caso, il topos della materialità del sesso come tentativo di superamento di un vuoto esistenziale. Tentativo destinato a fallire nella parte finale del film.

Altri importanti film del regista che meritano di essere menzionati sono Metello (1970), da Pratolini, e Bubu (1971), da Charles-Louis Philippe, nei quali la raffinatezza figurativa trae ispirazione dalla pittura ottocentesca coeva al periodo in cui sono ambientati entrambi i film.

Carlo Lock