Quell’oscuro oggetto del desiderio che tutto muove: l’antologia della quotidianitá

24/12/2015

Esistono diversi tipi di sguardi: c’è lo sguardo che vuole lanciare un chiaro messaggio di tipo sentimentale (l’intimità amorosa, l’intesa sessuale, la complicità relazionale), c’è lo sguardo che intende esprimere un chiaro stato d’animo con l’intenzione di renderlo palese all’altro per colpirlo o quantomeno cercare di ferirlo quanto più profondamente possibile (l’astio più rancoroso, l’odio più avvilente, la rabbia più irreprimibile), ma c’è anche lo sguardo che più semplicemente mira a mostrare qualcosa, uno sguardo che offre a sua volta una vista foriera di un nuovo tipo di visione che non ambisce a sostituire l’occhio umano, bensì a potenziarlo, a perfezionarlo, a completarlo. È lo sguardo del cinema. È strano pensare che possa esservi un genere di sguardo che non si limita passivamente a guardare, ma vuole anche far guardare. Quando un uomo vede qualcosa, non può offrire la sua visione a qualcun altro scambiando l’immagine che egli sta ricevendo, può soltanto esprimere linguisticamente cosa veda o stia pensando di vedere, cercando di descriverlo quanto più dettagliatamente possibile al suo interlocutore (a meno che non abbia intenzione di ingannarlo, allora la faccenda cambia radicalmente e alla visione subentra l’artificio dell’immaginazione che è una cosa ben diversa dalla produzione descrittiva delle immagini per via linguistica, in quanto figlia della pura e semplice fantasia creatrice delle più grandi assurdità e capace delle più mirabolanti escogitazioni). Nel caso del cinema tale impasse è superato grazie alla sua facoltà meccanica di avere registrata, impressa, la sua memoria in maniera meccanicamente riproducibile e quindi intersoggettivamente vedibile ed esibibile, poiché ogni singola cosa vista attraverso l’occhio meccanico del cinema viene fotografata su pellicola e gli istanti stessi della vita ripresa sono sostanzialmente cristallizzati e perpetuati in questo processo di visione collettiva offerto dal mezzo universale e più completo , perfetto e perfettibile di visione che è il cinema, che ogni singolo individuo può singolarmente apprezzare, osservare, studiare, analizzare e recepire interiormente in modo del tutto proprio, anche se, naturalmente, sulla base concreta ed innegabile dello statuto della sola immagine il cui valore di verità rivelativa è uguale per ogni osservatore a prescindere dalla sua inclinazione pregiudiziale a fornire una versione interpretativa piuttosto che un’altra. Ciò che resta nel cinema è, essenzialmente, l’immagine, che è proprio quello che nel caso della visione umana più presto si dissipa e più in fretta si dimentica o si altera attraverso le deformazioni mnemoniche cui va subito incontro la memoria dell’uomo. Nell’uomo il limite maggiore è la sua spiccata sensibilità recettiva delle percezioni che costantemente gli arrivano dal mondo esterno circostante, per cui una datata reminiscenza può venire facilmente alterata o modificata interamente da uno stimolo manifestantesi al momento temporale presente che condiziona, molte volte irreversibilmente, il ricordo di una visione avuta in passato, cambiando totalmente la rievocazione del dato ricordo. L’uomo, quindi, è limitato soprattutto dal suo essere un essere onnipresente nel tempo, un essere che continua e persiste a vivere anche dopo la visione avuta e il suo ricordo immagazzinato interiormente, mentre il cinema, pur essendo arte della vita, è allo stesso tempo arte senza tempo proprio perché capace di eternare il tempo impresso su pellicola, che, anche se non tornerà più, potrà sempre essere ri-presentato proprio all’attimo stesso della visione cinematografica, che altro non  è che la visione esistenziale percettivo-sensoriale umana svincolata sostanzialmente dalle catene imprigionanti della temporalità di successione che si gioca fondamentalmente nel presente, per monopolizzare definitivamente il presente temporale trascorso (ossia il passato) che, in quanto registrato per come si è effettivamente svolto, senza alterazioni mnemoniche dettate dalla sensorialità presenziale, su supporto meccanico oggettivamente riproponente nel presente il passato, non può quindi essere minimamente intaccato dalla vita che continua ad esserci e che può quindi sempre condizionare la propria percezione del passato. Il cinema, pertanto, è arte della vita senza tempo, in questo senso. Platone nel Timeo affermava che il tempo è l’immagine mobile dell’eternità. Il cinema può fermare il tempo, può arrestare il suo scorrere. Ciò non significa che, essendo senza tempo, allora si cade in contraddizione affermando che continua pur sempre ad essere arte della vita. Proprio perché arte della vita, esso è svincolato dai legami temporali che ancorano necessariamente al presente che, una volta passato, non esiste più e lascia spazio solo al dato momento istantaneo di vita che, nell’attimo stesso in cui viene vissuto, già non è più in quanto essente stato un futuro divenuto presente che è già passato (quindi, nella vita, si è dominati interamente dalla dimensione temporale del presente in cui ci si ritrova inevitabilmente a vivere costantemente). L’essere disancorato dal presente permette al cinema di conquistare la dimensione del passato che nell’uomo ben presto si dissolve, e questo vuol dire conquistare tutto quanto il tempo (a parte il futuro, ovviamente, che proprio perché ancora presente avvenire non può essere presente, quindi non può essere filmato), perché il tempo stesso entra in azione a partire dal presente e il passato, come presente oramai trascorso, registrato dal cinema, viene finalmente catturato. La cattura del passato, quindi delle azioni compiute in un presente che non c’è più e che il cinema può sempre riproporre al presente esistenziale, ha un’evidente ripercussione a livello non solo conoscitivo, ma anche e specialmente esistentivo: ripercorrendo le orme del passato visto, filtrato ed impresso imperituramente a futura memoria dall’occhio meccanico del cinema, si registra tutta quanta l’attività compiuta dall’occhio umano, tutto ciò che esso ha visto fare all’uomo possessore di esso, agli altri, accadere nel mondo, al possessore di esso e agli altri, infine, in una sola parola, desiderare. Guardare ciò che è al di fuori di se stessi è la prima vera azione, insieme al respiro, che l’essere umano effettivamente compie. L’apertura degli occhi indica l’apertura verso il mondo in cui si ritrova, per dirla à la Heidegger, letteralmente “gettati” senza sapere perché, significa, insomma, cominciare il percorso dell’esistenza così come è stato dato all’uomo di percorrerla dal destino, ossia nella più totale ignoranza di chi o cosa si sia, di cosa sia ciò che circonda se stessi, se sia reale o meno, cosa sia la realtà e se vi sia un senso a tutto quanto. L’origine stessa dei maggiori dilemmi esistenziali sull’uomo, sull’essere, sull’esistenza , sulla vita e sulla sua posizione nel cosmo ha per quest’aspetto un’origine ancestrale indubbiamente in tale primitiva apertura del proprio essere alla vita e all’esistenza che avviene ineluttabilmente attraverso la visione del tutto, dato che l’uomo conosce in linea di massima solo ciò che riesce a vedere e gli stessi problemi non possono affiorare se prima non si è visto ciò che solo dopo ha causato l’insorgere di tali problemi. La visione è all’inizio di ogni cosa, è il motore stesso della conoscenza, della vita, dell’uomo. Naturalmente, anche chi non possiede la vista può vivere al medesimo livello di dignità di qualsiasi altro uomo, questo è fuori discussione: ma ciò che gli rimane, rispetto a chi può vedere, è solo l’immaginazione di una pseudo-rappresentazione mentale (perlopiù mediata da impressioni soprattutto di tipo tattile anche a livello gustativo) che non può considerarsi un degno sostituto di una visione genuina su cui si punta lo sguardo umano. Perdendo la vista, si perde una parte imprescindibile dell’unicità e qualità della vita. Da qui molti detti come “quest’oggetto costa un occhio della testa”, che rendono l’idea della fondamentale importanza dell’organo della vista. Registrare tutto ciò che l’occhio vede significa perciò anche registrare i motivi che il più delle volte spingono gli uomini a fare ciò che fanno, che determinano i  comportamenti da loro assunti. Perché guardare, vedere, significa osservare, l’osservare può accadere distrattamente o con attenzione, ma ciò che è osservato resta osservato e non a caso, negli ambiti più disparati, si fa uso ricorrente di messaggi subliminali che, anche se visti per un miliardesimo di secondo, vengono pur sempre recepiti dal cervello umano. La quasi totalità delle idee e delle intenzioni che si generano all’interno dell’uomo sorgono pertanto dalla visione di ciò che sta fuori dalla portata dell’uomo, che egli non ha di primo acchito sottomano o a disposizione, per cui egli, posto in tale condizione di impossibilità di avere nell’immediato presso di sé l’oggetto visivo che ha attirato la sua attenzione e che sta al di là dei suoi confini esistenziali, entra in quello stato caratteristico e tipico dell’essere umano che ne determina storicamente il disporsi verso il mondo abitato dagli altri, che a loro volta si ritrovano in uno stato di forte connessione con la disposizione comportamentale assunta dall’individuo che inizia in questo modo al sua relazione dialettica con la realtà: il desiderio. Il desiderio nasce dalla visione di ciò che sta esternamente a se stessi, non è un moto intrinseco dell’anima umana. Pur essendone un’espressione, forse la più importante forma di espressione se si pensa che da esso nascano i sentimenti, le visioni del mondo e le idee, il desiderio non è parte costitutivamente intrinseca dell’animo umano, perché è veicolato da tutto ciò che l’uomo non possiede, indi il suo stesso atto di desiderare che altrimenti non si verificherebbe se egli avesse già ciò che diventa l’oggetto del desiderio. È il desiderio, originato dalla facoltà primordiale e imprescindibile della visione, a coordinare le singole azioni di ogni essere umano e a rappresentare il principio primo delle dinamiche di espletamento e dispiegamento fenomenologico della realtà per come viene elaborata, concepita, architettata, presentata e realizzata a partire dalla materializzazione di tanti piccoli (o grandi) desideri che dominano l’agire la predisposizione motivazionale dell’essere umano, quindi il suo approccio alla realtà e il suo stesso continuo e persistente forgiamento da parte sua. Si desidera solo ciò che veramente si vuole; l’uomo, in questo, è per definizione un essere assai manchevole di molte cose. Egli, in virtù del suo essere l’essere più complesso dell’intero reame animale, avvertirà sempre nel corso della sua esistenza, i cui dilemmi non riesce mai pienamente a risolvere non riuscendo a capacitarsi del perché della capacità che la vita ha di rendersi impenetrabile alle sue forme di ragionamento, dei vuoti, dei posti in bilico lasciati in sospeso che attendono solo di essere occupati, di essere presi da qualcuno o qualcosa che ancora si sta cercando e che sul momento, almeno in forma parziale, può rappresentare in maniera assai relativa e personalizzata il “senso” dell’esistenza. Perché la risposta alla domanda sul senso dell’esistenza viene dall’uomo trovata solo dopo la sua stessa esorcizzazione dovuta al fatto che l’uomo stesso, rendendosi conto di essere fortemente limitato nella sua natura per poter realmente comprendere il perché di ogni cosa, riformula in chiave assai più ristretta e contingente le sue aspettative di reperire una risposta adeguata al suo fabbisogno esistenziale interiore solo accettando di non poter mai trovare il “vero” senso universale ed assoluto dell’esistenza, ridimensionando la sua ambizione di sapere a un senso molto più facilmente gestibile interiormente che, piuttosto che indurre l’uomo a slanciarsi alla ricerca disperata e inane di un senso sempre sfuggente, lo ricolloca nella posizione esistenziale che maggiormente gli compete, ossia quella della quotidianità del vissuto esperenziale in cui la nozione stessa di senso passa dall’essere di tipo assolutistico all’essere relativizzata alle reali esigenze interiori di ogni singolo uomo che per l’appunto nella soddisfazione delle sue urgenze, dei suoi bisogni, trova ciò che realmente conferisce un senso all’esistenza. Un senso conferito non più a un messaggio esterno veicolato da un dato ente, ma attribuito all’ente stesso che viene in soccorso dell’uomo nella sua ricerca di un senso che sopperisca ai suoi vuoti esistenziali interiori. Sotto quest’aspetto, si può dire che il senso universale sembrerebbe non esistere e che quindi la vita stessa, in effetti, non abbia un suo autonomo senso compiuto il cui significato l’uomo possa mai tentare in ogni caso di rintracciare appieno. Tale è la natura del desiderio, o, per meglio dire, tale è la sua natura più perfettamente e compiutamente realizzata allorché il desiderante si renda conto di come il desiderio corrisponda a una necessità di origine perennemente interiore che, pur riguardando anche la più universale delle cause,  la più profonda delle verità e il più radicale dei dilemmi dell’universo, svelerà sempre, sarà sempre indice di un’assenza fondamentale, di un vuoto interiore, che aspetta solo di essere infine colmato. Chi si rende conto di questo, assume piena autocoscienza delle sue azioni e dei suoi pensieri e ha quasi sicuramente abbandonato ogni pretesa in riferimento ad atteggiamenti verso l’esistente di tipo puramente speculativo. Chi sa di non essere altro che un essere desiderante, sa bene che in fondo altro non è che questo; sarebbe a  dire, che altro non è che un essere che è ineluttabilmente determinato soprattutto dai desideri scaturenti in lui da ciò che vede e di cui si rende conto di mancare costituzionalmente. Come sosteneva Schopenhauer, la volontà è veramente al fondo della natura dell’essere umano. Il fattore che accomuna tutti gli uomini è il desiderio, perché tutti gli uomini sono esseri mancanti, tutti gli uomini vedono e, poiché vedono, vedono inevitabilmente ciò di cui mancano, di cui sentono di aver bisogno e che specifica sia il senso delle loro azioni e passioni sia il senso più generico della loro stessa esistenza (anche negli uomini che non lo vorranno mai ammettere, benché implicitamente siano perfettamente consci di tale stato della loro anima). L’occhio umano vede e desidera, per il fatto che vede è portato a desiderare, fa parte della sua natura, del suo essere, del suo essere una continua esistenzialità che perdura nel tempo e cambia continuamente, cambiando anche l’oggetto della sua visione, l’oggetto del suo desiderio. Cambiando l’oggetto, oltre che se stesso, cambia anche la sua visione per intero della sua stessa esistenza. Perché il volere implica molte volte un’individualizzazione eccessiva della propria persona e della propria intenzionalità che tende a far riferire soltanto a se stessi l’esito di quanto accade, delle concrezioni fenomeniche del reale e della propria progettualità esistenziale. Quando si è assorbiti fino allo stremo nel desiderio di un dato ente cui si assegna un posto di notevole rilievo all’interno delle proprie economie affettive, allora si perde d’occhio (letteralmente e metaforicamente) tutto il resto. Ciò vuol dire che non ci si rende effettivamente conto del fatto che proprio perché l’essere portati a volere fa parte della natura di ogni uomo (della radice stessa dell’essere umano), allora ciò che è oggetto dei propri desideri implica necessariamente una stretta connessione e connettibilità con tutti gli altri (quindi col mondo intero). Non perché con gli altri può capitare che si condivida lo stesso oggetto, ma perché tutti vedono, tutti desiderano, e dal momento che è proprio il desiderio a muovere la realtà la sommatoria dei diversi desideri dà come risultato il dipanarsi stesso della realtà in cui avviene l’intreccio stesso di questi desideri che vengono a combaciare. Si pensi ad esempio a Pulp Fiction, in cui le singole vicende, fortemente distinte e separate fra di loro per contenuto e modo di svolgersi, sono però quanto mai vicine fra loro sia per la condivisione di uguali personaggi figuranti sia per il complicato intreccio di situazioni, eventi, moventi e cause concatenanti che legano i singoli episodi fra di loro al di fuori dell’ordine di cardinalità temporale non rispettato all’interno della pellicola, che mette ancora più in luce come singole esistenze (più o meno caricaturali) di singoli personaggi siano avvicinabili per gli esiti dei loro comportamenti dettati dai loro desideri che li portano a incontrarsi, scontrarsi, confrontarsi, infine, ipoteticamente, a riconciliarsi (cosa assai più rara), mostrando che il senso complessivo della trama inglobante le storie degli episodi narrati è dato ancora più manifestamente al di fuori del rispetto dell’ordine temporale che all’interno dei suoi stessi vincoli. Questo perché il vero senso del “senso”, mostra il cinema, non ha niente a che vedere né con un messaggio esterno né con il sensante, ma con la significatività di un dato attimo esistenziale. È la veridicità intrinseca di un momento della vita che determina il reale senso veicolato da un dato tragitto esistenziale, perché il senso non deve avere obbligatoriamente caratteristiche teleologiche, non deve essere di tipo finalistico o avere carattere apocalittico. Il senso è sostanzialmente ciò che l’uomo crea continuamente con la sua immaginazione, con la sua fantasia, con la sua filosofia, col suo continuo pensare e desiderare. Se anche c’è un reale senso a tutto quanto, esso non potrà mai essere direttamente conosciuto dall’uomo. Perché il suo più grande limite e vincolo, in questo senso, è proprio la natura stessa del desiderio, perché, nascendo in lui solo dopo la visione, ha indole tipicamente sensibile, legata ai sensi, e, anche anelando al più alto dei traguardi, infine non potrà tradurre tale sua ricerca che in termini di ricerca di appiano per i vuoti dell’esistenza. Perché l’uomo è un animale di natura esistenziale, e finché c’è esistenza c’è desiderio; e finché c’è desiderio non potrà che esservi che un solo senso per l’uomo, quello suo. Un senso da costruire con e per gli altri, un senso che rispetti gli altri e non li umili, un senso frutto della presa di coscienza dello stato di fragilità e precarietà della condizione dell’essere umano che lo porterà inevitabilmente ad essere altruista. L’uomo, in quanto homo videns et existens, si può dimostrare per questa via anche homo humanus. Avere coscienza del perché del desiderio, ossia i vuoti esistenziali interiori, conduce alla consapevolezza della caducità del tutto. L’uomo è la conseguenza delle sue azioni, diceva Hegel, e prima ancora delle sue azioni egli è il risultato ultimo dei suoi dati di coscienza attraverso la cui ricomposizione si disvela il suo vero essere. L’uomo è i suoi stessi dati di coscienza. La ricomposizione di tali dati di coscienza, di tali spaccati di esistente cristallizzati, individualizzati, unicizzati e immortalati, può avvenire concretamente solo attraverso il cinema, in cui anche solo giocando a staccare un pezzo di pellicola per incollarlo ad un altro pezzo della stessa pellicola si può giocare a ricombinare (come avviene nella stessa mente umana) i dati di coscienza, i ricordi, le rappresentazioni mnemoniche dell’esistenza registrati dal cinema e vissuti dall’uomo nelle maniere più imprevedibili. Ciò permette di constatare che, a partire dal desiderio che muove la realtà e intreccia gli uomini e le loro storie, essi sono strettamente legati fra loro e se non fossero resi così combacianti l’uno con l’altro allora nulla avrebbe più realmente senso, visto che si perderebbe il filo logico sottostante alle dinamiche di formulazione del reale. Magnolia è un esempio lampante di come la vita nel suo complesso sia pienamente assimilabile ad un fiore i cui singoli petali sono perfettamente collegati fra loro (come gli eventi, le situazioni esistenziali e gli uomini nella vita) e che l’uomo stesso poi altro non sia egli stesso che un singolo fiore (facente parte dell’unico grande fiore che è la vita includente i singoli fiori rappresentati dagli uomini) che inizia la giornata al massimo numerico dei suoi petali, per poi perderne gradualmente uno alla volta nel corso stesso della giornata in quanto le sue possibilità di essere connesso ai petali di tutti gli altri uomini vanno diminuendo in base alle circostanze finché, una volta sopraggiunta la notte, il fiore giornaliero dell’uomo non appassisce definitivamente prima di tornare a risorgere dalle proprie ceneri (come una fenice, la fenice dell’esistenza) il giorno dopo. Inizialmente siamo tutti connessi potenzialmente con i petali degli altri e in effetti lo siamo (si pensi alla teoria matematica del caos e ai sistemi complessi del probabilismo quantistico), solo vivendo, quindi desiderando, quindi determinandoci, ci riduciamo alle uniche possibilità giornaliere che ci capita di vivere, non togliendo ciò che, in ogni caso, il carattere collegante del desiderare persiste e continua ad influenzare fortemente le vicende umane, legando gli uomini e gli eventi al di là delle distanze spazio-temporali, alla velocità luminale (quindi quasi simultaneamente). La progressiva foliazione dell’esistente (ritratta anche in Intermission) indica che la vita in sé è una continua opera di costruzione, progettazione ed evoluzione. Quindi in sintesi, in ultima analisi, di un’opera incessante di desiderio. È vero, smettendo di volere, di desiderare, si annichilerebbe la possibilità continuamente concretizzantesi della sofferenza che permea la vita, si arriverebbe allo schopenhaueriano Nirvana; ma se si smettesse realmente di continuare a desiderare, è vero, si ammetterebbe una volta per tutte che tutte le proprie aspirazioni più nobili da altro non erano dettate che da bisogni interiori, però si cadrebbe in una forma di non-sense piuttosto soverchiante giacché si farebbe oggetto del proprio desiderio il non voler più desiderare e se si smettesse di desiderare l’uomo non sarebbe più veramente un uomo, ma una mera entità inconsistente che non si sa per quale motivo sia venuta al mondo. Annullare il desiderio non significherebbe fare la felicità dell’uomo, ma cancellare la sua natura che è profondamente ed immodificabilmente esistenziale, quindi desiderante. Sarebbe come asserire che l’unico senso che l’uomo deve darsi è quello di cercarsi una posizione in cui non aver più da cercare alcun senso. E allora, a quel punto, perché disturbarsi a vivere? Perché esistere? Che motivo ha esistere? Ci si potrebbe considerare come un mero scherzo della natura, che, chissà perché, è saltato all’improvviso fuori nell’ordine della natura da chissà dove e non è diretto da nessuna parte. Questa posizione non può essere sostenuta da chi ha già riconosciuto di non poter ritrovare il senso assoluto di ogni cosa (sempre che ve ne sia uno) e dunque ha già compreso che il senso deve essere costruito dall’uomo. E una posizione misantropa del genere al più può essere sostenuta da chi o possiede una concezione del tutto negativa dell’umanità oppure crede che vi sia un senso assoluto di ogni cosa di fronte al quale l’esistenza dell’uomo non ha senso ed egli stesso dovrebbe quasi vergognarsi di essere venuto all’esistenza nell’ordine delle cose. L’occhio meccanico del cinema mostra e dimostra che il senso assoluto e universale dell’esistenza non può essere trovato, ma che il senso di ogni singolo uomo può essere reperito solo dopo averlo costruito nell’esistenza, solo dopo averlo veramente desiderato in seguito alla presa di visione (e di coscienza) della misteriosa bellezza accecante di tutto quanto circonda l’uomo.

Giovanni Mazzallo