Apocalypse Now

01/11/2007

Premessa necessaria. Nel 2001 è stato riproposta l’opera di Coppola con il titolo “Apocalypse Now Redux”, con l’aggiunta di un’ora in più (presa da scene tagliate), un nuovo montaggio e un finale diverso. Qui parleremo del film originale, quello che tutti noi abbiamo visto nelle sale nel lontano 1979.
“Saigon, merda! Sono ancora soltanto a Saigon. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”.
Apocalypse Now, nasce da un progetto scritto da John Milius (Conan il Barbaro) e George Lucas (Il papà di Star Wars). L’opera è fondamentalmente il viaggio iniziatico di un giovane ufficiale che deve distruggere il regno della di follia di un “onnipotente” dittatore. Utilizzando la struttura narrativa di “Cuore di Tenebra”, Coppola e il suo co-sceneggiatore John Milius trasportano l’azione dell’Africa ottocentesca alla “sporca guerra” per antonomasia del Vietnam. E’ lo stesso Coppola a suggerire come struttura portante il romanzo di Conrad.
Il film si presenta così - in un crescendo di sequenze - visionario, eccessivo, fino a catapultare lo spettatore al centro di un vero e proprio incubo ad occhi aperti senza una via d’uscita (neanche nel finale).
Questo Capolavoro ha superato la prova del tempo? Si può definire Eterno? La risposta è sì e di seguito ne analizzeremo i motivi.
Apocalypse Now, come ebbe modo di dire lo stesso regista, non è “un film sul Vietnam. E’ il Vietnam”. E definirlo un film di guerra sarebbe assai riduttivo.
Opera filosofica? Sì. Un film che scruta la natura più nascosta dell’uomo? Sì. Coppola ha decisamente puntato in alto ed riuscito nell’intento di consegnare a tutti noi un manifesto di ineguagliabile bellezza che dopo più di vent’anni mantiene intatto il fascino dell’opera assunta a Capolavoro. Lo straordinario apologo sulla follia del potere che logora la mente ma apre nuovi spiragli a crudeli realtà (filosofeggiate magistralmente nell’ombra dalla gigantesca figura del colonnello Kurtz. Un “apocalittico” Marlon Brando).
Personaggi affilati come lame di rasoio.
Icone indimenticabili: il folle colonnello Kilgore – impassibile cowboy  -appassionato di surf - al centro di un bombardamento come stesse assistendo a dei fuochi d’artificio -  interpretato da un eccezionale Robert Duvall. Il capitano Willard (M. Sheen) - inviato in Cambogia con il delicato compito di uccidere il Colonnello Kurtz - il cui viaggio iniziatico lo porterà sull’orlo della pazzia e dell’incertezza morale su ciò che è bene o male e per chi. Il colonnello Kurtz (M. Brando) che fa del suo monologo finale (una serie di citazioni letterarie) un testamento da consegnare alla storia.
Questo Capolavoro si può definire un vero e proprio attraversamento di una “linea d’ombra”,  di proporzioni epiche nonché spartiacque fra il cinema anni settanta, specchio di impegno politico e utopiche libertà, e quello degli anni ottanta, figlio della disillusione e del ripiegamento di una sterile spettacolarità.
Sarebbe però riduttivo racchiudere in due righe la complessità narrativa di un film che ha regalato a tutti noi sequenze indimenticabili (i sei minuti di danza macabra al suono della “Cavalcata delle Walkirie”), battute geniali ( “Il Vietnam è come Disneyland) e personaggi da leggenda (l’oscuro e “divino” Marlon Brando, unico ed inimitabile signore della forza…non il Manichino Nero sfigurato di Star Wars)… che Lucas abbia avuto una sorta di mistica ispirazione dinnanzi al “Genio”??? Da notare il piccolo ruolo per Harrison Ford nei panni –ironicamente - del colonnello Lucas (!!!).
Siamo nel Vietnam e ci troviamo catapultati in un allegorico, visionario e definitivo ultimo viaggio verso l’incubo, che fin dal titolo nega la parola d’ordine della rivoluzione pacifista dei figli dei fiori e proclama amaramente la fine (è THE END dei Doors ad aprire il film) di ogni illusione. Che dire poi del finale aperto (o dei finali. Si pensa ne esistano tre versioni) che trasformano il film in un infinito laboratorio di specchi con cui lo spettatore può giocare fino a farsi male.
Quesiti senza risposta o forse l’unica possibile. La morte.
E’ giusto sacrificare bambini, donne, uomini (anche se innocenti) per la patria?
Sentirsi onnipotente può far perdere di vista il lato umano a favore di quello “oscuro” sacrificando una parte di sè?
Il Vietnam è un incubo, crudele e grottesco. La morte è l’unica salvezza concessa agli orrori di quella realtà che sfugge ad ogni logica. Chè la guerra è guerra e tutto è concesso per un fine che non conosce pietà.
Può però un uomo accantonare la propria morale a favore di un nichilismo tradotto che si fa scempio incontrollato? Sacrificio necessario che sfocia in una consapevole follia?
Domande e risposte che il colonnello Kurtz pone a Willard come fosse il suo doppio e non il carnefice da ammaliare. Due facce della stessa medaglia.
Kurtz cerca la morte e consegna al capitano Willard la chiave della sua redenzione.
Un Willard che, come si trovasse in un girone dell’inferno dantesco, scende nell’abisso più spaventoso, quello della sua anima, divorata dai suoi demoni interiori.
La salvezza la troverà (??) nella morte di colui che rappresenta l’insana follia della guerra stessa, incarnata nella diabolica figura del colonnello Kurtz.
La complessità di questo Capolavoro è ancora oggi insuperabile grazie anche alla fotografia di un Vittorio Storaro che trasforma le immagini in acidi colori che attanagliano la mente. Un “trip” che in un crescendo emotivo ci immerge negli abissi più profondi della mente umana. Tagli di luce e ombre che accompagnano in ogni scena il senso di un dramma imminente. Angoscia, frustrazione e un senso di impotenza dinnanzi ad una guerra che trasforma gli uomini in burattini senza mente. Tragicamente sacrificati in nome del proprio paese. E il Napalm a farla da  padrone come fosse la frusta che sprona i propri cavalli di razza, fino anche a sacrificarli.
E’ giusto? Sbagliato? Coppola ci indica una strada ma non ne fa morale. Possiamo essere Kurtz o Willard. A noi la scelta. A noi portare il fardello della coscienza che meno ci pesa.
Non esiste una morale in guerra. Non esistono azioni giuste o sbagliate. Esistono le scelte e lì chiunque è stato costretto a farle. Questo è il concetto che Coppola sottolinea e rimarca in ogni sequenza fino all’epilogo finale.
Per tutto ciò che è stato detto ed analizzato “APOCALYPSE NOW” rimane e rimarrà un CAPOLAVORO insuperabile.
Lo era IERI, lo è OGGI e lo sarà DOMANI.

Alessandro Marangio