Il Silenzio degli Innocenti

24/11/2008

Diretto e interpretato con lucida intelligenza, Il silenzio degli Innocenti è un thriller claustrofobico, crudele e angosciante. Che ha fatto di uno psichiatra pazzo e cannibale un personaggio amato in tutto il mondo. Ma soprattutto una pietra miliare del genere (insieme a “Seven” di David Fincher) che fa da spartiacque tra il thriller/giallo degli anni 70/80 e quello a tinte scure e fortemente psicologico degli anni ’90 e a seguire.
Qui il thriller acquisisce la variabile horror (orrore che analizzeremo più avanti) e si eleva a genere maturo per il grande pubblico.
Non a caso viene premiato con 4 oscar. Tutti nelle categorie più importanti. Un record per un film di questo genere.
Questo CAPOLAVORO ha superato la prova del TEMPO? Si può definire ETERNO?
Targato 1991 Il silenzio degli innocenti ha settato uno standard. Da 17 anni guarda tutti i  (SerialKiller)Thriller su un piedistallo da dove è a sua volta guardato, studiato, imitato, copiato. E’ per il cinema contemporaneo il “THRILLER” e rimane a tutt’oggi un avanzato cubo di Rubik con cui far giocare/vacillare le nostre menti.
Il TEMPO per giudicarlo ed analizzarlo è abbastanza lungo per poter descrivere i motivi che lo rendono ad oggi un film modernissimo, attuale e sicuramente ETERNO per la svolta epocale che ha imposto (allo stesso modo in cui “Alien” di Ridley Scott cambiò per sempre la fantascienza e l’horror) negli anni a seguire.
Il silenzio degli innocenti è la fedelissima trasposizione del romanzo omonimo di Thomas Harris e può essere considerato lo Psyco degli anni Novanta.
Protagonisti: una neo-poliziotta, vittima potenziale, costretta a fare i conti con il suo passato (e con il suo essere donna); un maniaco assassino che scuoia ragazze di taglia forte convinto di cambiar sesso usando la loro pelle; un ex-psichiatra lucidamente folle e cannibale che aiuta la giovane recluta FBI a catturare il secondo, in cambio dell’intimità dei suoi pensieri e dei suoi ricordi infanti.
Analizziamo ora le tematiche, profonde e rivoluzionarie, che in questo capolavoro raggiungono l’apice di un genere mai amato dal grande pubblico ma ristretto sempre nella nicchia degli appassionati.
Demme si serve  dell’involucro del thriller (abilmente nel film le tre variabili del punto di vista - vedere-credere-sapere - sono contraddette di continuo)  e, con un uso inquietante dei primi piani (PP) e della profondità di campo (PdF) , costruisce un racconto sulla distanza della visione (vetri, schermi, sbarre), sulla pazzia e sul dramma della vittima. In più, concede allo spettatore la stessa soggettiva (in infrarossi) del maniaco che osserva, non visto, il brancolare nelle tenebre della sua preda.

Il primo “deragliamento” arriva quasi subito: Jodie Foster percorre i pochi metri che la separano dal suo primo incontro col Dr. Lecter ed è verbalmente (e pesantemente) molestata dai detenuti. Poi dalla cella di un onanista le arriva dello sperma in pieno volto. Sperma! Da lì il film si immerge in un certo indefinibile mood che inchioda alla poltrona in attesa di “qualunque cosa”.
Ed infatti inizia la “sinfonia”. In una sequenza memorabile il Dr. Hannibal Lecter sostiene che niente può appagare il desiderio di vedere, perché il vedere stesso genera il desiderio: “I tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?”. Con estrema razionalità egli conferma la forza attraente dello sguardo che, in tutta la sua quotidianità, scatena anche le passioni più insane.
Il film si apre con l’immersione simbolica della protagonista nei boschi di Quantico e si chiude con quella altrettanto simbolica del protagonista in una folla entro la quale confondersi.
Una visione che trascina in zone oscure dell’inconscio (Clarice è costretta a ricordare per il Dr. Lecter il suo trauma, il “pianto flebile e rassegnato” degli agnelli in attesa della macellazione), che rinchiude in spazi stretti e disordinati (le prigioni di Hannibal, il covo del maniaco “Buffalo Bill”), percorsi di un’affannosa ricerca, schegge di un labirinto fisico e mentale, echi di realtà morbose e atroci percepite come vicinissime.
Il silenzio degli innocenti è un film che scavalca i limiti dell’orrore, per la maniera con cui ne prosciuga il sangue, torturando lo spettatore con un andirivieni scopico che scuote, stordisce e ammalia, complice l’ossessiva partitura musicale di Howare Shore o anche una musica preesistente (e dissonante), siano le “variazioni di Goldberg”, sia una canzone pop: valga per tutta la sequenza della vestizione e del trucco di “Buffalo Bill”, mentre la vittima sacrificale sua prigioniera tenta di far precipitare il cagnolino nel pozzo nel quale è rinchiusa. Recitato e diretto in maniera impeccabile, è un’opera forte soprattutto per aver detto che l’orrore ci appartiene come presenza assidua, quasi giornaliera, nonché per aver reso complice del massacro (o del “silenzio degli innocenti”) lo spettatore stesso, obbligandolo ad immaginare (o rievocare), a occhi spalancati, prolungati e devastanti controcampi dentro e fuori di sé.
E l’ultima memorabile battuta del Dr. Hannibal Lecter rivolta a Clarice che consegna alla storia una delle icone più terrificanti del cinema moderno: “Vorrei che potessimo parlare più a lungo ma…sto per avere un vecchio amico per cena, stasera. Addio”.

Alessandro Marangio