Il mimo gentile. Per una lettura di Ratataplan

04/11/2010

"Il Cinerigattiere", Rubrica a cura di MARIO TIRINO

Ratataplan (1979) è il folgorante esordio dietro la mdp di Maurizio Nichetti. Pellicola, priva di una vera e propria trama, è incentrata sulle peripezie del giovane ingegnere Colombo, alle prese con colloqui di lavoro fallimentari, improbabili mansioni da barman di periferia, una compagnia teatrale improvvisata e, infine, impacciati rapporti con l'altro sesso.
L'impatto che quest'opera prima ebbe sulla comunità cinematografica italiana dell'epoca è inaspettato e dirompente. Nichetti, in un Paese avvezzo alla commedia di parola (da Totò, ai quattro cavalieri Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Nino Manfredi), innesta i virtuosi semi del grande cinema comico muto: Charlie Chaplin (con una lapalissiana citazione di Modern Times, Tempi moderni, nella scena dei piatti che gli artisti provano a lavare costruendo una catena di montaggio), Buster Keaton (la scena in cui l'impresario getta lontano un bidone della spazzatura da cui esce Colombo; il suo sfortunato tentativo di entrare nel minibus saltando; l'intera sequenza, forse la migliore del film, del bicchiere d'acqua che ne passa di tutti i colori prima di arrivare a destinazione) e ancora Jacques Tati, di cui si avverte l'eco  nella “modernità delle architetture, i cartelli, le varie lingue parlate contemporaneamente, gli uffici, le inquadrature lunghe nei corridoi” (1).
Ratataplan è, infatti, un film praticamente muto e le poche parole si avvertono come un suono alieno, lontano. Una scelta radicale che chiama in causa l'eredità delle correnti avanguardiste, dei movimenti artistici del '68, di una stagione di rivoluzionarie speranze. Di quel fallimento generazionale, Nichetti trae un'impostazione di ostinata e trasognata scelta artistico-esistenziale. L'ingegner Colombo rappresenta il mimo gentile che combatte la società dei consumi (cui il regista milanese non risparmia una satira corrosiva: si veda il colloquio in cui la multinazionale  rifiuta la fantasia di Colombo preferendogli la mediocre banalità degli altri candidati), ma la ignora, semplicemente, compiendo una scelta di vita: mettersi dalla parte di chi sta ai margini, di chi nello svago, nel lavoro, nella vita ha scelto povertà&libertà. Sotto questo profilo, le scelte di casting sono quasi tutte azzeccate: lasciano un segno particolare le facce e i corpi degli artisti dell'improbabile compagnia di attori Quelli di Grock. Volti assonnati, corpi sghembi, abiti laceri o d'antan. Attori troppo alti o troppo spaventati, sempre in ritardo, sul palco come nell'esistenza quotidiana. D'altronde, in Ratataplan la componente visiva è preponderante: ogni gag è affidata tutta alla perfetta costruzione della scena, con scelte registiche anche di qualità (su tutte, il campo lunghissimo dal basso con cui viene ripreso Colombo che scala la collina alla cui sommità c'è il bar per cui lavora).
Cuore di tutto il film e suo nucleo originario è la lunga sequenza dello spettacolo all'aperto, in una nebbiosa campagna padana, intitolato Magic Show, come l'omonimo mediometraggio che Nichetti presentò a Franco Cristaldi, per convincerlo a produrre Ratataplan. In questo frangente dell'opera, Colombo e gli altri liberano tutte le potenze dell'immaginazione, mettendo in scena abiti coloratissimi, mise incredibili, pianoforti di cartone che suonano per davvero, altri strumenti artigianali, trampolieri imbranati e mangiafuoco inesperti. E' un inno alla gioia dell'artigianato creativo,  alla fantasia del teatro. L'avventura finisce male, con un branco di contadini inferociti, ma non importa: sono i musicanti e i circensi nichettiani l'emblema di chi ancora crede, nel mondo, al potere dello sberleffo e dell'ingegno, allo stupore della magia e dello spettacolo.
Più in profondità, lo studio nichettiano sul corpo comico sembra strutturarsi in netta antitesi sia rispetto alla logorrea del cinema autoriale coevo, sia rispetto al rumoroso incedere della Milano da bere di lì a poco trionfante. Non è un corpo mimetico, quello di Colombo/Nichetti, ma un corpo libero e vario, rigenerato e rigenerante, deforme, informe  e pluriforme, un corpo in continuo movimento e in mutevolissima trasformazione. In Antonin Artaud “c'è una visione del teatro come mezzo per riordinare l'esistenza, per il compimento dei più puri desideri contro il teatro che si frequenta come si va a bordello, per la liberazione delle forze oscure che marciscono nell'animo”, un teatro “dove ogni cosa, dalla concezione alla realizzazione, esiste solo nella maniera in cui si oggettivizzasulla scena, ove grida e gesti degli attori-danzatori (...) risvegliano risposte intuitive non traducibili in un linguaggio discorsivo”: “ecco anticipato, dunque, il tema della inadeguatezza della parola, e del linguaggio realistico e psicologico ed in qualche modo una visionarietà che troverà condizione realizzativa nel cinema” (2). Di certo, in Ratataplan, le parole risultano soverchianti (la madre meridionale che urla ai figli), incomprensibili (la magnifica gag della traduzione simultanea in decine di lingue della semplice richiesta di un bicchiere d'acqua) e, infine, inutili.
Dunque, il comico in Ratataplan è, insieme, atto d'amore per il cinema comico muto, ribellione all'imperativo della parola in favore della libera espressione e, ancora, dichiarato omaggio alle leggi del cartoon e del fumetto. Oltre alla presenza del mitico Roland Topor (nella parte del boss “miracolato”), è spesso la costruzione della scena a rimandare ai comics: il volto incazzoso e il vestiario da gangster dell'impresario, le trasformazioni improvvise (polli di carta che diventano di carne, cani che perdono il pelo per la forte velocità del minibus), gli effetti ottici (la sparizione improvvisa delle esaminatrici).
Ancora, Ratataplan è anche un film poeticamente milanese. Del capoluogo lombardo Nichetti ripercorre, in maniera personale, alcuni luoghi, strade di una città molto diversa dalla Milano da bere e dalla città della moda e degli affari. La sua è una Milano del cuore, con i grattacieli ma anche con verdi colline, con il Duomo pieno di piccioni e giapponesi e le strade persino percorribili (e non ancora ostaggio di un traffico impazzito)- una Milano che la Cineteca meneghina ha omaggiato, in occasione del trentennale, con una “cinegita” sui luoghi delle riprese (3).
Questo Colombo sempre fuori posto tenta di affidare al suo alter ego meccanico, un manichino/robot controllato da una centrale elettronica, la sua tattica di seduzione dell'affascinante vicina. Ma, ancora una volta, la fortuna non sorride a Colombo e il suo sosia meccanico, versione più gradevole, efficiente e disinibita di sé, va in pezzi. Però l'amicizia e il calore dei rapporti umani sono sempre possibili, se si trova qualcuno capace di scaldarti il cuore: e così nel finale il commovente incontro con la svitata Angela Finocchiaro, in un luogo simbolo del consumo e del riciclo (un magazzino di abiti abbandonati), segna il limite di una nuova possibile avventura, all'insegna della voglia di divertirsi con le semplici  imitazioni di un mimo gentile.
Nota di merito per la coinvolgente cantilena di Detto Mariano, autore della colonna sonora, e per il delizioso incipit affidato all'animazione di Guido Manuli (mentore e amico di Nichetti).
Rubiamo al bel volume di Massimo Causo e Carlo Chatrian la sintesi perfetta del film e del cinema di Nichetti: “cinema e televisione, gag del muto e critica del presente, comicità irriverente e poesia naif delle piccole cose... I primi film di Maurizio Nichetti abbracciano gli opposti e riescono a farli convivere in una visione che fa del motto di Eraclito il suo credo: Ciò che si oppone converge, e dai discordanti bellissima armonia” (4).
Un'ultima notizia: la versione DVD di Ratataplan è stata realizzata dallo stesso Nichetti e contiene diversi extra: il commento al film, un'intervista a cura di Mietta Albertini, un suo intervento alla  Sorbona di Parigi, un breve filmato sulla filmografia, il Diario con l'organizzazione delle riprese, il trailer, la galleria fotografica, le locandine, commenti al film da parte di alcuni quotidiani e uno speciale dedicato al mediometraggio Magic Show.
 
1)    Luca Martello, Un silent movie anacronistico, http://www.lankelot.eu/cinema/nichetti-maurizio-ratataplan.html
2)     Alfonso Amendola, Frammenti d'immagine, Napoli, Liguori, 2006, pp. -37.
3)    http://www.cinetecamilano.it/Oberdan/2009/CineIta_7a/eventi_cinegita.html
4)    Massimo Causo, Carlo Chatrian, Maurizio Nichetti. I film, il cinema e..., Cantalupa (To), Effatà Editrice, 2005, p. 80. Su Ratataplan rinvio anche all'interessante recensione di Gérard Courant, “Cinéma 80”, n° 253, janvier 1980, mentre sull'opera di Nichetti si veda anche la monografia di Marco Pistoia, Maurizio Nichetti, Milano, Il Castoro, 1997 e il saggio di Angelo Sabbadini, Maurizio Nichetti, in Giulio Martini, Guglielmina Morelli (a cura di), Patchwork due - Geografia del nuovo cinema italiano, Milano, Il Castoro, 1997.

Ratataplan
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Maurizio Nichetti
Interpreti: Maurizio Nichetti (Colombo), Lidia Biondi (donna incinta), Angelo Finocchiaro (vicina di Colombo), Roland Topor (il boss), Edy Angelillo (vicina ballerina), Giorgio White (l'assistente del boss), Umberto Gallone (maestro di danza), Enrico Grazioli (impresario), Ione Greghi (proprietaria del chiosco), Gaetano Porro (membro italiano della Commissione), Giorgio Cardarelli, Heidi Hansen, Maruska Motlova, Osvaldo Salvi, Serena Sartori, Dario Sereni (componenti di Quelli di Grock)
Fotografia: Mario Battistoni
Montaggio: Giancarlo Rossi
Musica: Detto Mariano
Scenografia e Costumi: Maria Pia Angelini
Produzione: Nicola Carraro, Franco Cristaldi
Origine: Italia
Anno: 1979

Mario Tirino