Cercare aglio fresco da appendere alla porta. La strana storia di un capolavoro sconosciuto dell'horror italiano

14/05/2011

"Il Cinerigattiere", rubrica a cura di MARIO TIRINO 

“Cercare aglio fresco da appendere alla porta, provviste, benzina, costruire ancora paletti di legno, sterminare i non morti trovati durante i giri di perlustrazione e tornare a casa prima dell’imbrunire”
. Questi sono i pensieri che schiacciano ogni ricordo appiattendo unicamente ad istinto di sopravvivenza la quotidianità di Robert Morgan, scienziato ed unico superstite di una epidemia che, diffusasi per via aerea, ha portato alla morte tutta la popolazione mondiale, compresa sua moglie e sua figlia, per poi trasformarla in un'orda di creature notturne a metà strada tra zombie e vampiri. Creature simili, appellate con il nome di “Vurdalak”, furono create da Mario Bava nel film a episodi I tre volti della paura (anch'esso del 1964), ai quali si è tanto ispirato George A. Romero per dare vita alla sua saga dei morti viventi.

L'ultimo uomo della terra
(1964), tratto dal celeberrimo romanzo I Am Legend (tradotto in italiano prima come I Vampiri e poi come Io sono leggenda, 1954) del talentuoso Richard Matheson, diverge dagli horror nati nel periodo della guerra fredda, nei quali la priorità del protagonista è la difesa della territorialità nell'imminenza di un attacco. Qui Morgan è un alieno in un mondo che non gli appartiene più, sfuggente e invisibile, insomma una leggenda vivente. Il fumo del perenne rogo di corpi che sale fino ad annerire il cielo, il silenzio, i cadaveri riversi per le strade colme di auto ferme e tir rovesciati sono le arterie, le vene e i capillari ormai esenti dal flusso di un mondo in stato avanzato di decomposizione. Tutto è un monumento cristallizzato dalla polvere, dove il giorno non vale più niente e un primitivo vagito di vita si innalza all'arrivo della notte. I palazzoni dell'Eur, il Foro italico, il Villaggio Olimpico e i Colli della Farnesina rendono le scene di desolazione vere e suggestive come in nessun altro film analogo e, azzardando un parallelo, queste sembrano quasi trasfigurare e rendere con concretezza alterata le teorie di “morte dell'individuo”, disumanizzazione e sradicamento dalle proprie radici che genera la periferia, profetizzate da Pier Paolo Pasolini. Il film, diretto dal poliedrico e già rodato regista di genere Sidney Salkow (The Iron Sheriff, Lo sceriffo di ferro, 1957; Chicago Confidential, Anonima omicidi, 1957; The Big Night, Il canale della morte, 1960; Twice-Told Tales, L’esperimento del dottor Zagros, 1964), scorre lento, ma si nutre di una lentezza carica di tensione che tiene incollati allo schermo. Aiutano a tenere il gioco la bellissima fotografia in bianco e nero di Franco Delli Colli (Balsamus, l'uomo di Satana, 1970; Zeder, 1983; Macabro, 1980), il montaggio di Franca Silvi (versione italiana) e Gene Ruggiero (versione americana) e le musiche di Paul Sawtell e Bert Shefter (partnership rodata sui film di genere e in diverse opere di Russ Meyer), quasi sospirate in alcuni punti e in altri momenti capaci di mettere gli artigli e trascinare il film all'epilogo. Vincent Price, attore feticcio della A.I.P (American International Pictures) di Roger Corman, con la sua aria  brithish middle class, è perfetto nel ruolo di Morgan perché incarna l'anti eroe per eccellenza (aspetto che a Matheson non piaceva), rendendo la storia molto più vera. Anche Giacomo Rossi Stuart è credibilissimo nei panni di Ben Cortman, collega vampirizzato che ogni notte si presenta davanti casa di Morgan. Le uniche note negative del film sono forse i ricordi di Morgan, che, magari giocati in forma di brevi flashback ben distribuiti, avrebbero dato più ritmo al film, piuttosto che rallentarlo lievemente venendo fuori in un flusso unico a metà della pellicola, e l'avvento di Ruth (Franca Bettoja), la superstite che un pò scarica il film da quella atmosfera iniziale alla quale gradualmente ci si affeziona. Per il resto L'ultimo uomo della terra è un capolavoro imprescindibile, che ha forgiato le regole divenute standard di filoni come gli zombie movies e i disaster movies. Ancora oggi la trasposizione cinematografica (più fedele al romanzo che alla sceneggiatura dell'autore) risulta meglio riuscita rispetto alle più recenti The Omega Man (1975: occhi bianchi sul pianeta terra, 1971) di Boris Sagal e I Am Legend (Io sono leggenda, 2007) di Francis Lawrence.  Il curioso quesito che ci si pone vedendo i credits del film è cosa c'entri l'Italia e quale sia stato l'effettivo ruolo di Ubaldo Ragona, quasi sempre accreditato alla regia insieme a Salkow. Facendo delle ricerche, si scopre in realtà che questo film, che ha avuto una gestazione di dieci anni circa, all'inizio fu progettato dalla inglese Hammer, che assoldò Richard Matheson per la sceneggiatura, ma in seguito rinunciò al progetto per motivi meramente economici, vendendo la sceneggiatura all'americano Robert.L. Lippert, produttore esecutivo più tardi specializzatosi in pellicole di genere. Lippert,  tra idee e ripensamenti, trovate e smentite (come Fritz Lang alla regia, secondo Matheson l'unico in grado di girare il film) nel 1965 stravolse la sceneggiatura iniziale dell'autore (che andò su tutte le furie e perciò partecipò ai credits con lo pseudonimo di Loogan Swanson, in Italia Furio Manetti, giusto per non perdere i ricavi dei diritti) e,con l'ausilio dell'API, decise di girare il film in co-produzione con una fino ad allora sconosciuta casa di produzione italiana, la Regina s.p.a. In realtà questa di usufruire dei sovvenzionamenti italiani per il cinema e per l'accesso agli stabilimenti cinematografici sembra fosse una pratica consueta in quegli anni. Quindi l'ipotesi più vicina alla realtà è che Ubaldo Ragona, regista specializzato in documentari, più che alla direzione del film partecipò come prestanome. Quindi niente di italiano? Certo che no, l'Italia dei film di genere, che a cavallo tra i '50 e i '60 vive gli anni d'oro, offre al cast del film anche l'attrice Emma Danieli e uno staff tecnico e artistico che partecipa in modo determinante alla buona riuscita del film. Quindi, tagliando corto sulla paternità artistico-produttiva, diciamo che è un capolavoro italoamericano da non perdere.

L'ultimo uomo della terra (1964)
Regia: Ubaldo Ragona, Sidney Salkow
Soggetto: Richard Matheson (dal romanzo I Am Legend)
Sceneggiatura: William F. Leicester, Richard Matheson, Furio M. Monetti, Ubaldo Ragona
Interpreti: Vincent Price (Dr. Robert Morgan), Franca Bettoia (Ruth Collins), Emma Danieli (Virginia Morgan), Giacomo Rossi-Stuart (Ben Cortman), Umberto Raho (Dr. Mercer), Christi Courtland (Kathy Morgan), Ettore Ribotta (operatore Tv)
Produzione: Robert L. Lippert, Harold E. Knox (produttore associato), Samuel Z. Arkoff (produttore esecutivo)
Musica: Paul Sawtell, Bert Shefter
Fotografia: Franco Delli Colli
Montaggio: Gene Ruggiero, Franca Silvi
Scenografia: Giorgio Giovannini
Costumi: Lilly Menichelli
Origine: USA/Italia
Anno: 1964

Andrea De Ruggiero