Dogtooth, è peggio il buio dell'ignoranza o l'orrore della verità?

05/07/2011

“Il Cinerigattiere”, rubrica a cura di MARIO TIRINO

Una voce esce da un mangianastri e spiega il significato di alcuni termini, contravvenendo al senso comune: l'autostrada è un vento molto forte, il mare è un particolare tipo di poltrona… tre ragazzi che ascoltano ripetono come se dovessero imparare la lezione del giorno. Quella è la voce del padrone, la voce della loro madre, e quelle sono effettivamente le parole da imparare quel giorno. L’impressione immediata che ci dà il film fin dalla prima scena è proprio che esso sia ambientato in un manicomio e i colori chiari della fotografia alimentano da subito questo sospetto. Yiorgos Lanthimos ci introduce senza tanti preamboli al mondo inscatolato e sorvegliato di tre fratelli, reclusi dai loro genitori nella loro casa da cui è impossibile qualsiasi contatto con l'esterno. Il mondo al di fuori, infatti, a dir del padre e della madre, è un posto pericoloso abitato da gatti feroci e ghiotti di carne di bambino. L'unica maniera per uscire da questa prigione dorata è diventare adulti, cosa che avviene solo con la caduta di uno dei due canini (cioè mai). Nel frattempo il padre/padrone effettua un vero e proprio lavaggio del cervello che porta all'alienazione e al distacco: sembra quasi un  malato esperimento antropologico, dove i genitori crescono i figli come si possono allevare i cani. Tutti vivono un’esistenza irreale e bidimensionale, fino a quando una ragazza farà conoscere a uno di loro l’esistenza del cinema: la finzione sarà quindi più autentica della verità che gli viene imposta.
Caratterizzato da un assordante uso del silenzio e da un calmo ma incessante incedere di spazi bianchi, "chiusi" e claustrofobici, Dogtooth è  un concentrato di fredda tecnica cinematografica,  una freddezza espositiva che diventa distacco emotivo: Lanthimos, nel suo terzo film, si prodiga in uno svuotamento del mezzo cinematografico, affidandosi a riprese fisse e scenografie disadorne, cercando così di liberarsi degli elementi costrittivi e limitativi che proprio i canoni cinematografici attuali impongono.
Dogtooth è stato prodotto da una piccola agenzia pubblicitaria di Atene, con un budget decisamente limitato, ma è stato accolto con grande favore prima a Cannes, dove ha vinto il premio Un certain regard, e poi dai critici greci, che hanno paragonato il regista Yorgos Lanthimos a Lars Von Trier o Michael Haneke.
I riferimenti a questi artisti sono, infatti, plateali, e il regista greco dimostra di aver appreso bene la lezione dei suoi "maestri", senza per questo rinunciare ad una propria autorialità e originalità.
Dramma e grottesco, orrore e commedia nera, il tutto condito da punte surreali, si alternano fino all'inevitabile precipitare degli eventi nel finale. Quest’ultimo ricorda molto le tipiche chiuse dei fratelli Coen, contraddistinguendosi per forza e nichilismo: un taglio netto che non può non lasciare interdetti ma che, pensandoci, è perfettamente in linea con tutto il resto. Lanthimos ha raccontato quello che doveva, non c'è bisogno di altre parole, né di altre immagini. Il regista attua l’annientamento del cinema e la sua rinascita.
   
KYNOΔONTAΣ (Dogtooth)
Regia: Yorgos Lanthimos
Soggetto e sceneggiatura: Yorgos Lanthimos, Efthymis Filippou
Interpreti: Christos Stergioglou (il Padre), Michele Valley (la Madre), Aggeliki Popoulia (la Figlia maggiore), Mary Tsoni (la Figlia minore), Christos Passalis (il Figlio), Anna Kalaintzidou (Christina).
Produzione: Boo Productions
Sonoro: Leandro Dounis
Fotografia: Thimios Bakatakis
Montaggio: Yorgos Mavropsaridis
Scenografia: Stavros Hrysogiannis
Costumi: Elli Papageorgakopoulou
Origine: Grecia
Anno: 2009

Eugenia Del Gaudio