Carrugi, cliniche & improbabili detective

17/07/2010

Tra le città del poliziottesco italiano, Genova è sicuramente la meno sfruttata. In confronto all'abbondanza di pellicole ambientate a Roma, Milano e Napoli, il capoluogo ligure è un terreno praticamente vergine. Fa eccezione Genova a mano armata, strambo filmetto firmato da Mario Lanfranchi, qui anche in veste di soggettista, sceneggiatore e attore. Il cineasta parmense ha alle spalle una carriera di una decina di film, spesa tra riduzioni televisive di opere liriche (dal reportorio di Giacomo Puccini Madama Butterfly, 1956 e Turandot, 1958; da Vincenzo Rossini La sonnambula, 1956; da Giovan Battista Pergolesi La serva padrona, 1962; da Giuseppe Verdi La traviata, 1967; da Gaetano Donizetti Lucia di Lammermoor, 1971), film di scarso valore (Il bacio, 1974 e La padrona è servita, 1976, con la sceneggiatura cofirmata con Pupi Avati) e opere bizzarre, come il dramama fantasy Venezia, Carnevale - Un amore (1982), sceneggiato assieme a Nino Caselli e al maestro degli sceneggiati televisivi Sandro Bolchi e interpretato da due stelle della danza, Rodolf Nureyev e Carla Fracci. Al secondo gruppo di prodotti sui generis appartiene anche lo spaghetti western Sentenza di morte (1968), rimasto nella memoria dei cinefili per il cast, che comprendeva Adolfo Celi, Richard Conte, Thomas Milian ed Enrico Maria Salerno, e per i gusti dell'eroe, che a whisky, gin e bourbon preferisce il latte. Non meno atipico, nella sua stramberia, è questo Genova a mano armata, sua unica esperienza nel genere poliziesco (se si eccettua il film tv Ritorno dall'abisso, 1963, mistery tratto da una storia del talentuoso giallista Franco Enna).

Premesso che l'opera è stata visionata, prima della recensione, in una copia non delle migliori (ma "la migliore non c'è", per citare la risposta del Felice Sciosciammocca di Totò in Miseria e nobiltà, 1954, ai parenti che cercavano una sedia decente per accogliere il marchesino Eugenio), l'effetto che produce sullo spettatore è un misto di sorpresa e incredulità. L'evidente disagio di Lanfranchi con il genere si manifesta subito, a livello visivo, con la mancata valorizzazione del panorama urbano genovese. E dire che la città di Fabrizio De Andrè offriva tantissimi scorci con cui il poliziottesco poteva andare a nozze: i carrugi, il porto, le piazze, il mare. Poco o nulla di tutto ciò rientra nella pellicola, che, sotto questo profilo, si fa notare solo per la sequenza iniziale, in cui lo Yankee (Tony Lo Bianco) passeggia tra le bancarelle e i mercatini del centro storico, e per l'inseguimento e la sparatoria tra viuzze, autobus e scalinate.
Ma non si tratta dell'unico difetto, né del più grave. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti. In primo luogo, farcisce, senza motivo, i dialoghi di volgarità (gestacci e parolacce decontestualizzati); in secondo luogo, mischia, senza ragione, spezzoni narrativi eterogenei che minano alla base la credibilità dell'intreccio. La storia è quella di Yanke (Tony Lo Bianco), ex agente di polizia italoamericano (espulso, manco a dirlo, per le sue intemperanze: che originalità...), che torna in Italia perché ingaggiato come detective privato da una ricca ereditiera, Marta Mayer (Maud Adams), intenzionata a recuperare il miliardo inutilmente versato per il riscatto del padre, ucciso dai rapitori.
L'impianto narrativo resta indeciso tra i topoi del peggior poliziottesco (machismo, maschilismo, rappresentazione macchiettistica dell'omosessualità) e improbabili echi chandleriani (la parte del plot ambientata in una clinica disintossicante che nasconde chili di droga). Per non parlare, poi, delle improvvise svolte della narrazione, delle scene attaccate a casaccio, del montaggio fragile e incoerente.
Sul lato attoriale, il film è un disastro quasi totale. Ad eccezione della volenterosa e splendida Maud Adams, degna di ben altri palcoscenici, il cast si attesta ben al di sotto del minimo sindacale. Spiace la pigra pochezza di un grande del cinema popolare italiano come Adolfo Celi, la cui interpretazione del questurino Lo Gallo è svagata, inattendibile, senza mordente. Ma il peggiore della compagnia è sicuramente il protagonista, un Tony Lo Bianco assolutamente indigeribile nei suoi frizzi e lazzi, nelle sue faccine e mossette, nella sua totale incongruità al ruolo dell'ex (?) poliziotto: insomma, alla fine, di colui che doveva fungere da centro e motore della narrazione, non si capisce né lo spessore psicologico (che rapporto ha con Lo Gallo? Cosa pensa della polizia?), né le reali motivazioni (soldi? Rabbia? Orgoglio?).
Peccato per Franco Micalizzi, lo storico compositore delle migliori colonne sonore del poliziottesco: anche lui, qui, si limita a un accompagnamento musicale ben al di sotto delle sue notevoli potenzialità.
In sintesi, un film consigliato a tre categorie di spettatori: i completisti del poliziottesco; gli studiosi del rapporto tra Genova e cinema; i fan di Adolfo Celi.

Genova a mano armata
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Mario Lanfranchi
Interpreti: Tony Lo Bianco (Yankee), Maud Adams (Marta Mayer), Adolfo Celi (commissario Lo Gallo), Barbara Romana Calori, Howard Ross (Caleb), Mario Lanfranchi (dottore), Andrea Montuschi (vicecommissario), Carmen Russo (cassiera del bar), Gigi Bonos, Yanti Somer, Fiona Florence, Giacomo Assandri, Armando Brandolino, Ottaviano Dell'Acqua, Dario Ghirardi, Andrea Gnecco, Daniele Pagani, Angelo Villa, Carlo Gravina, Armando Brandolino
Origine: Italia
Anno: 1976

Mario Tirino