La Congiura della Pietra Nera

20/07/2012

Titolo originale: Jianyu Jianghu
Regia: Su Chao-pin, John Woo
Cast: Michelle Yeoh, Jeong Woo-sung, Wang Xueqi, Shawn Yue, Barbie Hsu, Kelly Lin, Leon Dai
Guo Xiadong, Jang Yiyan
Produzione: Cina, Hong Kong, Taiwan
Genere: Azione
Anno: 2010
Durata: 120
Voto: 7


Dinastia Ming: una gilda di assassini, la Dark Stone, vuole impadronirsi dei resti mummificati del monaco Bodhi, il cui possesso sembra assicurare grandi poteri nell’ambito delle arti marziali. Durante un’incursione nella casa del ministro Zhang, Drizzle scompare con una metà dei resti e si rifugia nella capitale, dove assume un’altra identità nel tentativo di incominciare una nuova vita.
Negli ultimi anni il wuxiapian è stato declinato in forme eterogenee, e affrontato dai vari registi che si sono cimentati nell’impresa in maniere alquanto dissimili. Senza stilare tediosi elenchi, basti notare che questo “Reign of Assassins” si riallaccia direttamente alle radici del genere, e in particolare all’epoca d’oro del cinema hongkonghese degli anni ’60 e ’70. Il riferimento principe è all’opera di King Hu, il più grande regista dell’epoca insieme a Zhang Che, di cui John Woo fu giovanissimo assistente alla regia. Numerose le affinità tematiche, dalla scelta di un’eroina femminile (Come Drink With Me e A Touch of Zen) all’ambiguità identitaria dei personaggi (Dragon Gate Inn), fino alla presenza dell’eunuco come malvagio antagonista (sempre Dragon Gate Inn). La decisione ha un po’ il sapore di una dichiarazione d’intenti, e la forma adottata la rispecchia con estrema coerenza. L’utilizzo assai parco degli effetti digitali e la cura riposta nella caratterizzazione dei personaggi, un binomio impossibile da trovare nei wuxia dell’ultimo lustro, lasciano intuire come Su Chao-pin e John Woo non intendano “rinnovare” il genere, bensì esaltarne la classicità atemporale, distillarne l’essenza. 
La scelta risulta programmatica già a partire dal titolo: “Jianyu” è l’unione di Jian (Spada), carattere presente nel nome di Ah-Sheng, e Yu (Pioggia), presente nel nome di Drizzle/Zeng Jing. “Jianghu” è un termine risalente alla dinastia Ming (significa letteralmente “tre fiumi e cinque laghi”) che circoscrive una sorta di spazio simbolico, un “mondo fluttuante” al cui interno agiscono gli eroi e le eroine del wuxia, un universo popolato da banditi e società segrete, simulacro del mondo reale. Il titolo delinea così con esattezza l’unione dei due protagonisti in un universo codificato, che è quello del wuxia tradizionale.
Il taiwanese Su Chao-pin, già regista dell’originale “Silk”, è anche abile sceneggiatore, e si avverte un palpabile piacere nel manipolare con intelligenza gli stilemi del genere. L’abile assassina Drizzle, stanca di morte e uccisioni, si sottopone ad un intervento di plastica facciale ante litteram, trasformandosi in Zeng Jing, venditrice di stoffe al mercato. La donna viene corteggiata dallo sprovveduto Ah-Sheng, di professione corriere, il quale la sposa senza essere al corrente della sua vera identità. E qui il regista dedica molto tempo alla rappresentazione del nascere di un sentimento tra i due (galeotta fu la pioggia…), senza rifuggere da lievi tocchi di umorismo e di poesia che fanno guadagnare credibilità e spessore ai personaggi, in vista dei twist di sceneggiatura della seconda parte.
La casa in cui abitano Zeng Jing e Ah-Sheng custodisce segreti, metaforicamente custoditi sotto i loro piedi, a significare che il loro rapporto coniugale è fondato sulla dissimulazione. Nell’esile routine quotidiana irrompe il passato ad esigere i crediti insoluti. La domestica intimità della coppia verrà infatti violata dall’arrivo del perfido Wheel King, capo della Dark Stone, e dei suoi fedeli assassini: il compassato Lei Bin, maniacale appassionato di noodles, il Mago e Turqoise, la sostituta di Drizzle, dotata di una qual certa esuberanza sessuale. Ma, in un frenetico girotondo di identità, nessuno si rivelerà essere ciò che appare; persino il candido Ah-Sheng cela dei segreti, per non parlare del capo della Dark Stone e delle sue reali motivazioni.
Nonostante la supervisione di John Woo, il quale ha diretto la scena dell’agguato teso a Drizzle nel villaggio, non si ravvisano influenze particolari, né tantomeno la sua propensione per l’epica, che qui appare quasi capovolta di segno. Le ragioni del contendere, riguardanti il possesso dei resti di Bodhi, si riveleranno infatti alquanto prosaiche.
La regia di Su Chao-pin, assistito da Woo soprattutto in fase di montaggio, non mostra vezzi particolari ed è tutta al servizio dei personaggi, ponendosi in senso antitetico rispetto, per fare un esempio, al postmodernismo di Tsui Hark o all’astrattezza estetizzante della trilogia di Zhang Yimou. Le scene di combattimento, coreografate da Stephen Tung, sono risolte perlopiù in campi medi e senza eccedere nell’utilizzo del wire work, con una predilezione per gli scontri in interni, in cui i contendenti utilizzano con perizia elementi d’arredo (ancora King Hu).
La carismatica ed elegante Michelle Yeoh, al suo primo ruolo importante in un wuxia dai tempi de “La Tigre e il Dragone”, offre un’interpretazione di composta sottigliezza, così come il coreano Jeong Woo-sung (The Good The Bad The Weird) nella parte di Ah-Sheng. Wang Xueqi è un formidabile Wheel King, mentre Shawn Yue, al suo primo wuxia, colpisce per la pigra indolenza. Perfetti anche tutti gli altri, da Kelly Lin, che interpreta Drizzle prima della plastica, alla taiwanese Barbie Hsu (Turquoise) e Leon Dai (il Mago). La versione internazionale, vista a Venezia, differisce da quella cinese nel primo quarto d’ora, ed è montata senza flashback, rispettando la cronologia degli eventi.

Nicola Picchi