The Man from Nowhere

27/12/2010

Titolo originale: Ajeossi
Regia: Lee Jeong-beom
Cast: Won Bin, Kim Sae-ron, Kim Hyo-seo, Song Yeong-cheong, Kim Hee-won, Kim Tae-hun, Kim Song-oh, Lee Jong-pil, Thanayong Wongtrakul, Song Yeong-chang
Produzione: Corea
Genere: Azione
Anno: 2010
Durata: 119
Voto: 6.5


Cha Tae-sik gestisce un banco dei pegni in uno squallido condominio di Seoul. L’uomo evita qualsiasi contatto con i vicini con l’eccezione di So-mi, una bambina che lo raggiunge spesso nel suo appartamento per sfuggire alla sua disastrata condizione familiare. Sua madre Hyo-jeong, una ballerina con problemi di droga, si impossessa di un campione di eroina appartenente al boss Oh, il quale manda i fratelli Man-suk e Jong-suk a rapire Hyo-jeong e sua figlia. Quando Tae-sik si accorge della scomparsa di So-mi, inizia una caccia serrata ai suoi rapitori.
Riuscito ibrido transculturale, “The Man fom Nowhere” è un Frankenstein cinematografico assemblato con parti preesistenti, dall’“Io vi troverò” (Taken) di Pierre Morel al “Lèon” di Luc Besson. Dal film di Morel viene prelevata di peso la storia di un padre, anche se quella di Cha Tae-sik è una paternità vicaria, ex agente dei servizi di sicurezza, che si mette alla ricerca della figlia rapita; il rapporto tra l’uomo e So-mi riecheggia invece quello tra Jean Reno e un’acerba Natalie Portman. Cinema francese, dunque, che scimmiotta stereotipi americani per poi ritrovarsi a sua volta riciclato. Eppure, nonostante l’eterogeneità delle fonti, la creatura si muove e vive di vita propria. I modelli di riferimento vengono rivisitati con la spigolosa asprezza peculiare del cinema coreano, assente negli originali.
Tae-sik ha naturalmente una tragedia alle spalle, la quale lo ha portato a ritirarsi dal servizio e a rintanarsi dietro simboliche sbarre, quelle del banco dei pegni, che sanciscono il suo estraniarsi dal mondo. Questa reclusione volontaria s’interrompe con l’entrata in scena di So-mi, una bambina abbandonata a se stessa per cui Tae-sik, sia pure riluttante, diviene una figura paterna sostitutiva. Il loro rapporto è la necessaria premessa agli sviluppi successivi in cui Tae-sik, dapprima usato da Man-suk e Jong-suk per incastrare Oh, si trasformerà in un’invulnerabile macchina da guerra, pronto a sterminare i malvagi di turno. Dalla disinvoltura con cui il regista e sceneggiatore Lee Jeong-beom, già autore del bel “Cruel Winter Blues”, manipola materiali così riconoscibili è evidente la volontà di confezionare un blockbuster, ma un blockbuster con l’anima, che invece di lasciarsi fagocitare dai clichè riesce ad imporsi sulla prevedibilità dei contenuti.
Molte le annotazioni dal sapore acre; la banda dei fratelli non solo è attiva nel traffico degli organi, ma recluta bambini abbandonati che utilizza per smerciare droga e carte di credito, preparare dosi di eroina e, una volta cresciuti a sufficienza, rivenderne gli organi al mercato nero. Malgrado la cupezza del contesto, Lee non risparmia staffilate di crudele umorismo, peraltro ottimamente bilanciate. Man-suk e Jong-suk sono infatti due gangster incredibilmente sopra le righe, e se il secondo si lamenta degli schizzi di sangue sulla sua nuova camicia Dolce&Gabbana, il primo architetta macabri giochetti a base di bulbi oculari. La polizia si dedica a fare ciò che le riesce meglio nei film coreani, cioè nulla, salvo, ironicamente, mandare e-mail di minacce alla Casa Bianca dall’indirizzo di Tae-sik per scoprirne l’identità.
La regia di Lee è adrenalinica e serrata quanto basta, compresa una sequenza in cui Tae-sik corre lungo un corridoio, sfonda una finestra, rotola sul selciato e riprende a correre, il tutto senza apparenti stacchi di montaggio. Al contrario delle acrobatiche coreografie a cui siamo abituati dal cinema di Hong Kong, le scene di azione, coreografate da Park Jung-ryul, sono rapide, secche e brutali. Sia nella scena nei bagni della discoteca che nella sanguinosa carneficina finale, i combattimenti sono tutti a distanza ravvicinata, rendendo la violenza un fatto intimamente (e dolorosamente) personale.
Won Bin, sguardo dolente e ombroso anche durante le esplosioni di rabbia, cerca con successo di accreditarsi come “action-hero” dopo la bella interpretazione in “Mother” di Bong Joon-hoo; brava e mai leziosa Kim Sae-ron (“A Brand New Life”) nel ruolo di So-mi ed efficacissimi tutti gli altri, dai gangster schizzati Kim Hee-won e Kim Song-oh al thailandese Thanayong Wongtrakul, la guardia del corpo vietnamita di Man-suk con cui Tae-sik ingaggerà un violento duello finale.
“Ajeossi”, che si può tradurre approssimativamente come “signore” (l’appellativo con cui So-mi si rivolge a Tae-sik), farà certamente decollare la carriera di Lee Jeong-beom: il film si è infatti piazzato al secondo posto tra i migliori incassi del 2010, battuto solo da “Secret Reunion”.

Nicola Picchi