The Servant

27/01/2011

Titolo originale: Bang-ja jeon
Regia: Kim Dae-woo
Cast: Kim Ju-hyeok, Ryu Seung-beom, Jo Yeo-jeong, Ryu Hyeon-gyeong, Oh Dal-su, Kim Seong-ryeong
Genere: Drammatico
Produzione: Corea
Anno: 2010
Durata: 125
Voto: 6


La “storia di Chun-hyang” è un racconto del folklore coreano, le cui origini sembrano risalire ad un rituale sciamanico. Successivamente la storia si diffuse sotto forma di canto pansori, acquisendo una struttura narrativa più complessa che si è tramandata fino ai giorni nostri. Chun-hyang, figlia di una kisaeng e di un aristocratico, si innamora di Mong-ryeong, figlio del magistrato locale. Dato che l’unione di persone appartenenti a classi diverse era proibita durante l’era Chosun, i due giovani si sposano in segreto, ma in seguito Mong è costretto a partire per Seoul per sostenere gli esami di stato. Durante la sua assenza, nel villaggio arriva un nuovo magistrato che, al rifiuto della ragazza di servirlo, cosa a cui sarebbe tenuta in quanto figlia di una kisaeng, la fa arrestare. Mong, che nel frattempo è divenuto ispettore del Re, ritorna appena in tempo per salvare Chun-hyang dalla condanna a morte e punire il malvagio magistrato Byeon. La dolce Chun-hyang incarna gli ideali di femminilità esaltati dalla società confuciana dell’epoca, fedeltà, obbedienza e castità, e le sue disavventure mettono in risalto l’ingiustizia di una struttura sociale rigidamente divisa in classi. Di qui la popolarità del personaggio, tanto che si contano ben 14 adattamenti per il grande schermo, di cui tre nordcoreani.
L’idea di Kim Dae-woo, regista e sceneggiatore, è quella di rivisitare la versione tradizionale, centrando la narrazione su un personaggio marginale: Bang-ja, il servo di Lee Mong-ryeong.
Il titolo coreano significa appunto “la storia di Bang-ja”, e s’intuisce che lo spostamento del punto di vista sarà tutt’altro che indolore. Dimenticate gli ingenui vaneggiamenti sull’amore contrastato e sulle virtù femminili, questo sarcastico aggiornamento è un trionfo di cinismo e carnalità, alla faccia del vecchio Confucio.
“The Servant” inizia con Bang-ja che racconta la sua storia ad un biografo prezzolato. Accompagnando il suo padrone in visita da Chun-hyang, le mette subito gli occhi addosso ma, appartenendo ad una classe sociale inferiore, non sa bene come comportarsi. La ragazza, istruita dalla madre a perseguire un matrimonio d’interesse, si porta a letto Mong-ryeong, senza però disdegnare le attenzioni del più prestante Bang-ja. Nonostante sia al corrente della tresca, Mong firma un accordo prematrimoniale e parte per Seoul, lasciando il campo libero a Bang-ja, sinceramente innamorato della ragazza. Chun-hyang lo ricambia ma, determinata ad avanzare nella scala sociale, organizza con Mong un piano intricato, da cui entrambi trarranno dei benefici.
Kim Dae-woo, di cui si ricorda “Untold Scandal”, adattamento da “Les Liaisons Dangereuses”, è soprattutto sceneggiatore, e si vede. Il guizzo da iconoclasta con cui rivisita la storia di Chun-hyang è infatti evidente nella scrittura dei personaggi, mentre la regia è tutto sommato convenzionale e televisiva. Chun-hyang è un’arrampicatrice sociale ante litteram che spera di vendersi al miglior offerente, e fedeltà e castità non sono certo i suoi punti di forza; Mong-ryeong, lungi dall’essere il tenero innamorato della vulgata, è un fatuo imbecille che usa Chun-hyang per i suoi fini personali, e che non esita a sbarazzarsene quando la ragazza non gli è più di alcuna utilità; il magistrato Byeon, che dovrebbe essere l’anima nera della storia, è un mentecatto con inclinazioni sadomasochistiche; lo stesso Bang-ja, presunto eroe, è un disgraziato tormentato dalla gelosia, che viene ripetutamente malmenato in quanto semplice servo.
Kim vuole raccontare la verità dietro l’edificante leggenda, accentuando deliberatamente la dissonanza tra i generi, dramma, commedia e tragedia, tutti utilizzati con grande spregiudicatezza, tanto che alcuni potrebbero giudicare il film eccessivamente disarmonico. Alcuni intermezzi comici, come le lezioni di seduzione impartite da Ma allo sprovveduto Bang-ja, sono irresistibili, e il regista non lesina scene erotiche, a dire il vero abbastanza morigerate, che hanno fatto guadagnare a “The Servant” un divieto ai minori ma anche un ottimo riscontro al botteghino. Il tono del racconto è volutamente stridente, beffardo, sensuale, cinicamente distaccato e amorale, e se questo è apprezzabile sul piano teorico, contribuisce però a distanziare emotivamente lo spettatore dalle peripezie dei protagonisti.
La regia, penalizzata da una fotografia di rara piattezza, non è all’altezza della sceneggiatura, e si mantiene ai limiti del banale, indugiando oltre il dovuto in stucchevoli panorami da cartolina.
Buoni tutti gli attori, con una menzione particolare per Ryu Seung-beom (era il killer di “No Mercy”), il Mong-ryeong  più viscido, vanesio e sgradevole della storia del cinema coreano.

Nicola Picchi