Al Korea Film Fest: Hahaha

23/03/2011

Regia: Hong Sang-soo
Cast: Kim Sang-kyung, Yu Jun-sang, Moon So-ri, Yoon Yeo-jeong, Kim Gang-woo, Ye Ji-weon
Genere: Commedia
Produzione: Corea
Anno: 2010
Durata: 115
Voto: 6

L’aspirante regista Jo Moon-kyeong, in procinto di trasferirsi in Canada, si concede una bevuta d’addio con l’amico Bang Joong-sik, critico cinematografico. Durante la conversazione, i due scoprono di essere stati recentemente nella piccola città costiera di Tongyeong, e decidono di raccontarsi le rispettive esperienze. Moon-kyeong, partito per visitare la madre che possiede un ristorante, si innamora di Seong-ok, una guida turistica, la quale è fidanzata con Jeong-ho, ex marine nonché poeta dilettante. Joong-sik, che a Seoul ha moglie e figli, ha una relazione con Yeonju, un’assistente di volo. Quello che non sanno è che le loro storie si sono svolte negli stessi luoghi coinvolgendo le stesse persone, sfiorandosi senza mai incontrarsi.
Ogni volta che si assiste a un nuovo film di Hong Sang-soo, forte è la tentazione di ripubblicare la recensione di un suo film precedente. Com’è noto, invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. I fattori nella fattispecie sono i protagonisti che il regista predilige, registi, critici, poeti o galleristi, mentre il prodotto è questo “Hahaha”, penultima opera di Hong che nel frattempo ha terminato “Oki’s Movie”. Bisogna dire che in questo caso l’occupazione dei protagonisti ha un peso relativo, e, accantonando velleità antropologiche, sembra più che altro trattarsi di vezzo autoreferenziale. Non c’è traccia, infatti, della satira affettuosa di “Like You Know It All”, e neanche dell’autoindulgenza che potrebbe condurre i detrattori del regista ad accusarlo di filmarsi l’ombelico. L’argomento invece è il medesimo, la commedia umana con tutte le sue debolezze e ipocrisie.
Hong Sang-soo guarda da sempre come modello al cinema d’oltralpe, ed è senz’altro il più “francese” dei registi coreani. “Hahaha” è un altro dei suoi “racconti morali” sulla scia dell’amato Rohmer, che dalla sua aveva però qualche secolo di cultura dedita al libertinaggio intellettuale che, trapiantata dalle parti di Seoul, perde in leggerezza acquistando in legnosità.
Come d’usuale Hong osserva la realtà senza interferenze, con sguardo imparziale ma complice, lasciando agire i suoi personaggi in piena libertà. Moon-kyeong e Seong-ok, Seong-ok e Jeong-ho, Jeong-ho e la bella Jeong-hwa, Joong-sik e Yeonju, incedono a passo di danza in una girandola di amori e tradimenti, una “ronde” che poco ha dell’erotico e molto del cerebrale. L’occhio è quello del flâneur inveterato, il perfetto, per dirla con Baudelaire, “pittore della vita moderna”.
Il regista mette in scena una fauna vivace e fondamentalmente pura, i cui slanci vitali sono legati ad ondivaghe pulsioni sessuali. C’è chi scrive poesie dal sapore esistenzialista, chi progetta un film che forse non girerà mai, chi si barcamena tra un fidanzato e l’altro, chi non riesce a fare a meno degli psicofarmaci, oscillando tra l’ilarità scomposta e la depressione, e tutti si muovono in un universo in cui nulla di grave, di irrimediabile o drammatico può accadere, perché incrinerebbe la levità della visione d’insieme. Tutto sfocia, nè sarebbe possibile altrimenti, in un’alcolica risata liberatoria
Sarebbe il caso, tra l’altro, di aprire una parentesi sulla centralità della tavola nel cinema di Hong Sang-soo. Non solo perché permette di ingurgitare un’elevata quantità di alcol, dando la stura alla logorrea dei suoi protagonisti, ma perché è luogo deputato alla socializzazione. Incontri, corteggiamenti, divagazioni, litigi e tradimenti avvengono di norma attorno ad una tavola da pranzo, mentre la camera da letto è, soprattutto in questo caso, del tutto secondaria.
Regia ascetica fatta di zoom e long takes ma estrema fluidità narrativa nel passare da una storia all’altra, con raccordi quasi invisibili; dialoghi intelligenti che riescono a dare una rara illusione di spontaneità e attori di grande naturalezza, in particolare Kim Sang-kyung (già attore di Hong in “Tale of Cinema” e “Turning Gate”) e la magistrale Yoon Yeo-jeong (The Housemaid); la vittoria nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2010. Tutte qualità che fanno di “Hahaha” un film da vedere, con un’unica avvertenza: alcuni registi trovano ogni volta forme diverse per rivestire le proprie ossessioni, Hong sempre la stessa.

Nicola Picchi