Confessions

10/04/2013

Titolo originale: Kokuhaku
Regia: Tetsuya Nakashima
Cast: Takako Matsu, Yukito Nishii, Kaouru Fujiwara, Ai Hashimoto, Masaki Okada, Yoshino Kimura
Produzione: Giappone
Genere: Drammatico
Anno: 2010
Durata: 107
Voto: 7


Moriguchi Yuko, la cui figlia di 4 anni è stata trovata annegata nella piscina della scuola, annuncia agli alunni la sua decisione di ritirarsi dall’insegnamento. Spiega che la bambina non è rimasta vittima di un incidente come ha sostenuto la polizia, ma è stata deliberatamente assassinata da due studenti di quella stessa classe; i due ragazzi, prosegue l’insegnante, hanno appena bevuto del latte in cui lei stessa ha iniettato il sangue del suo compagno, ammalato di AIDS. La rivelazione scatena opposte reazioni, ma la vendetta di Yuko è solo all’inizio.
Tratto dal romanzo d’esordio della scrittrice Kanae Minato, uscito anche in Italia per la casa editrice Giano, “Confessions” arriva finalmente nelle sale distribuito dalla “Tucker Film”.
Nakashima Tetsuya rielabora l’effervescenza pop di “Kamikaze Girls” (2004) e quella, altrettanto esuberante ma volta a imbellettare crudezze, dell’ottimo “Memories of Matsuko” (2006). Questa volta il regista nipponico, che i suoi detrattori, a torto, accusano di realizzare null’altro che superlativi video musicali, orchestra una cupissima sinfonia al nero, in cui le sorde pulsazioni dell’onnipresente colonna sonora sono un tutt’uno con il fluire del sangue e il battito del polso. Sulle note struggenti di “Little Flowers” dei Radiohead, leitmotiv del film, le cinque “Confessioni” dei protagonisti (Yuko, Mizuki, Shuya, Shimomura Yuko, Naoki) si intersecano, si sovrappongono e si fondono in una vibrante polifonia di voci. Un flusso di coscienza che scorre come l’acqua, e che come l’acqua ci trascina, fino all’annegamento, in un universo gelido e ostile, in cui i personaggi sono definiti dalle proprie mancanze, dalle perdite subite, dalle loro durezze e solitudini. Il tessuto narrativo è miracolosamente fluido, un magma di flashback e flashforward, sequenze in slow motion e dissolvenze incrociate, reso coeso dal costante tappeto sonoro. Il flusso e riflusso della marea, forse, è una buona approssimazione alla ritmica interna del film.
Il secondo leitmotiv è invece visivo: la ricorrente inquadratura dello specchio fish-eye che riflette, deformandoli, gli attori del dramma. Nakashima nonostante l’apparente cinismo ci offre uno sguardo morale, evidenziando le contraddizioni di un sistema estraniante; questa prospettiva alterata, ai limiti dell’anamorfosi, è infatti la sola in cui possano adeguatamente specchiarsi psicologie alienate. I figli sviluppano un rapporto malsano con le figure genitoriali, assenti o iperprotettive, e, abbandonati a loro stessi, fantasticano sogni di rivalsa o si ritirano all’interno di psicosi che inevitabilmente conducono all’autodistruzione. Ma la stessa struttura sociale, riflessa nel microcosmo scolastico, è terreno fertile per l’incubazione, e neanche la generazione dei padri è esente da responsabilità. Yuko discetta sul valore della vita umana, ma non esita a distruggerne due; Mizuki ha avvelenato i suoi familiari con una dose letale di farmaci; Shuya, abbandonato dalla madre, insegue un gesto che certifichi la sua esistenza agli occhi materni, sia esso un’invenzione straordinaria o un omicidio; Naoki è un bambino solitario, che ha ucciso per guadagnarsi l’amicizia di Shuya, il quale lo disprezza; Shimomura Yuko, l’assillante madre di Naoki, intravede l’unica via di scampo in un suicidio-omicidio.
“Confessions” affronta temi consueti nel cinema nipponico, quali la perdita dei valori tradizionali, la dissoluzione dell’istituto familiare, il bullismo o l’ossessione adolescenziale per il suicidio. Lo sguardo di Nakashima è spigoloso e disturbante, ma di cristallino nitore. Scevro da moralismi, il regista si mantiene freddamente oggettivo pur senza rinunciare ai consueti virtuosismi di regia; riavvolgendo il tempo, se occorre, tra orologi che marciano al contrario e bolle di sapone che, scoppiando, marcano un abbandono. L’esposizione iniziale di Yuko, che occupa i primi 30 minuti, istilla genuino disagio, mentre la sua freddezza determina la temperatura emotiva degli avvenimenti a seguire. Un’intima connessione tra esseri umani è impossibile, come dimostra l’evolversi della relazione tra Shuya e Mizuki, e non esistono redenzione né catarsi. Yuko vuole vendicarsi o insegnare ai ragazzi a fronteggiare la responsabilità delle proprie azioni, come afferma ipocritamente? Naturalmente  persegue la vendetta, anzi il totale annichilimento psicologico degli assassini, ottenuto manipolando le dinamiche sociali che imperano all’interno della scuola. Assistono impassibili, superiori a tutto, cieli luminosi e coloratissimi le cui reiterate inquadrature scandiscono la vicenda.
La regia di Nakashima, un’impressionante interpretazione di Takako Matsu, vista di recente al fianco di Tadanobu Asano nel “Villon’s Wife” tratto da Osamu Dazai, l’opprimente fotografia, abilmente giocata sulle variazioni del grigio, di Shoichi Ato e Atsushi Otawa e la malinconica musica della rock band Boris, hanno permesso a “Confessions” di ottenere un meritato successo di pubblico e critica. Il film si è aggiudicato l’Hong Kong Film Award 2011, mentre dal romanzo è stato tratto un manga di Marumi Kimura.

Nicola Picchi