Aftershock

08/05/2011

Titolo originale: Tangshan dadizhen
Regia: Feng Xiaogang
Cast: Xu Fan, Zhang Jingchu, Li Chen, Chen Dao Ming, Chen Jin, Zhang Guoqiang,  Zhang Zifeng
Genere: Drammatico
Produzione: Cina
Anno: 2010
Durata: 135
Voto: 6


Come in una delle sette piaghe d’Egitto, nugoli di libellule in CGI annunciano l’apocalisse imminente: il terremoto che devastò Tangshan, nella provincia di Hebei, il 28 luglio 1976, facendo oltre 240.000 vittime. Yuan Ni perde il marito, che muore nel tentativo di salvare i due figli intrappolati nell’appartamento; all’arrivo dei soccorritori, la donna scopre che i figli, Fang Deng e Fang Da, sono ancora in vita, anche se schiacciati da un pilastro di cemento. Messa di fronte ad una scelta, decide di salvare il maschio, Fang Da. Ma Fang Deng, data per morta, è sopravvissuta, e viene adottata da una coppia di soldati dell’Armata popolare di Liberazione, giunta a Tangshan per prestare soccorso.
Abile confezionatore di un cinema popolare che affronta con ironia i cambiamenti sociali, a volte retorico, a volte garbatamente cinico, Feng Xiaogang è regista poco considerato dalle nostre parti, mentre in Cina sbanca regolarmente i botteghini. Anagraficamente troppo giovane, anche se di pochi anni, per essere annoverato tra i registi della Quinta generazione, scavalcato dalla carica eversiva di quelli della Sesta, come Jia Zhangke, Lou Ye e Wang Xiaoshuai, Feng si è guadagnato la reputazione di buon regista commerciale, i cui film sono rivolti più al mercato interno che ad un’audience internazionale. Con “Aftershock”, termine che significa “scossa di assestamento” ma che definisce anche le conseguenze di un evento traumatico, indaga il trauma dei sopravvissuti al terremoto del 1976, che segnerà in maniera indelebile le loro esistenze.
La prima cosa che si nota è che, pur essendo il film articolato su quattro tranche temporali (1976, 1986, 1995, 2008), ben poco spazio viene dedicato ai mutamenti politici e sociali attraversati dalla Repubblica popolare negli ultimi quarant’anni. Queste omissioni non sono di poco conto, considerato che il 1976 fu un momento cruciale nella storia cinese, un anno che vide gli ultimi sussulti della Rivoluzione culturale, la morte di Mao e l’incriminazione della Banda dei Quattro.
Lo stesso terremoto fu un evento che ebbe profonde ripercussioni politiche. La Cina rifiutò sprezzantemente gli aiuti offerti dall’ONU, e Jiang Qing, moglie di Mao, indirizzò un surreale messaggio ai sopravvissuti, invitandoli ad “approfondire” la critica della linea deviazionista di Deng Xiaoping, mettendo bene in chiaro come il governo avesse nella sua agenda altre priorità.
Salvo un mesto interludio dedicato ai funerali del Grande Timoniere, “Aftershock” passa tutto sotto silenzio, così come poco vien detto dell’epoca delle riforme di Deng, della nascita dei movimenti studenteschi e in generale di tutti i cambiamenti che hanno portato la Cina a diventare una tra le prime potenze mondiali. La storia entra nel film solo di straforo, principalmente attraverso gli stravolgimenti del tessuto urbano. Si passa infatti dalla povera edilizia socialista degli anni ’70, rievocata da Feng con affettuosa nostalgia, ai palazzoni degli anni ’80 e ’90, fino ai futuristici grattacieli della moderna Tangshan, che sanciscono la statura economica del colosso cinese.
Feng Xiaogang, scottato dagli scontri con la censura fin dai tempi dei suoi primi film per la TV (Chiken Feather, Behind the Moon), preferisce focalizzarsi sul dramma privato di una famiglia, lasciando tutto il resto fuori dalla porta. L’ottica adottata punta al melodramma familiare, ma si rivela ristretta e limitativa, isolando gli attori del dramma in una paradossale bolla temporale, al contrario di quanto avveniva, ad esempio, nel bellissimo “Vivere” di Zhang Yimou.
Fang Da, che ha perso un braccio, andrà a vivere ad Hangzhou, dove si sposerà e avrà un figlio; Fang Deng frequenterà l’università, lascerà il fidanzato che vorrebbe convincerla ad abortire e sposerà uno straniero, andando a vivere in Canada; Yuan Ni resterà a vivere a Tangshan, dove riposano i resti del marito e della figlia, creduta morta. Ma il terremoto, che nel 1976 sancì la separazione dei due fratelli, li farà riunire nel 2008 quando entrambi, spinti dal senso di colpa che sempre accomuna i sopravvissuti, si recheranno a soccorrere le vittime del sisma nella provincia di Sichuan. Fang Deng ha sempre nutrito un giustificato risentimento verso la madre, la quale scelse di sacrificarla, ma la riunione di famiglia davanti alla tomba del padre curerà antiche ferite, ricomponendo l’armonia familiare.
Il problema è che, stante l’inconsistenza dei caratteri, il melodramma ha toni singolarmente superficiali, senza mai riuscire convincente. Il lungo intermezzo centrale non è che un interludio tra due terremoti, momenti in cui, più che provocare le lacrime, il regista vuole estorcerle. Così com’è, “Aftershock” è un mosaico a cui mancano troppi tasselli, in cui Feng immagina una sola scena davvero incisiva: la Tangshan notturna, illuminata dai fuochi delle offerte cerimoniali per i defunti.
Nonostante la riuscita opinabile, il film si è aggiudicato due premi agli Asia Pacific Screen Award ed è stato scelto dalla Cina per concorrere agli Oscar e si è ora aggiudicato l’Audience Award al Far East Film di Udine.

Nicola Picchi