The Lost Bladesman

21/05/2011

Titolo originale: Guan Yunchang
Regia: Alan Mak, Felix Chong
Cast: Donnie Yen, Jiang Wen, Sun Li, Alex Fong, Andy On, Chen Hong, Shao Bing, Edison Wang
Produzione: Hong Kong, Cina
Genere: Azione
Anno: 2011
Durata: 108
Voto: 5.5


Anno 200: durante la battaglia di Baima il generale Guan Yu combatte nell’armata di Cao Cao, pur essendo suo prigioniero. Guan uccide il generale nemico Yan Liang, e per il valore dimostrato in battaglia gli viene concessa la libertà. Cao Cao vorrebbe persuaderlo a rimanere, ma Guan Yu decide di raggiungere Liu Bei, suo fratello di sangue e rivale del Primo Ministro, scortando la sua concubina Qilan di cui è segretamente innamorato.
Il “Romanzo dei Tre Regni” è una fonte pressochè inesauribile per il cinema cinese, almeno nelle sue declinazioni più commerciali. Innumerevoli sono le trasposizioni cinematografiche e televisive, per tacere di fumetti e videogiochi, che si sono succedute negli anni. Un episodio narrato nelle cronache di Luo Guanzhong costituisce  l’ossatura di “The Lost Bladesman”, ultima fatica del duo formato da Alan Mak e Felix Chong, rispettivamente regista (con Andrew Lau) e sceneggiatore della trilogia di “Infernal Affairs”. Il pubblico italiano avrà imparato a conoscere i personaggi principali di questo classico della letteratura cinese attraverso “Red Cliff”, ma questa volta l’attenzione si appunta su Guan Yu, che nel film di John Woo aveva un ruolo marginale.
Realmente vissuto durante la dinastia degli Han posteriori o orientali, Guan Yu fu un valoroso generale di Liu Bei ed è considerato simbolo di virtù guerresche, lealtà e giustizia. Nel folklore cinese è una divinità guerriera a cui sono dedicati numerosi templi, ed è venerato anche dai taoisti e dai buddisti, per i quali è nientemeno che un bodhisattva. La sua arma preferita, una sorta di alabarda con cui è sempre raffigurato, è denominata “guan dao” in suo onore.
E chi altri avrebbe potuto incarnare sullo schermo un personaggio di tale statura se non Donnie Yen, il quale, tra l’altro, ha interpretato lo “Scimmiotto” di Wu Ch’êng-ên in un film di prossima uscita? L’attore non sarà certo un prodigio di recitazione, ma è versato nelle arti marziali e monolitico a sufficienza da poter rendere un siffatto personaggio, descritto con “gli occhi di una fenice e sopracciglia cespugliose come dei bachi da seta”, in bilico tra storia, mito e leggenda.
La sceneggiatura, sempre di Mak e Chong, segue fedelmente gli eventi narrati nel “Romanzo dei Tre Regni”. Quando Liu Bei e Yuan Shao furono sconfitti da Cao Cao a Xiapi, Guan Yu si arrese e servì fedelmente il Primo Ministro dell’Imperatore Xian, per poi abbandonarlo per ricongiungersi a Liu Bei. Dopo una serie di vicissitudini venne catturato e giustiziato, e la sua testa fu rimandata a Cao Cao, il quale lo seppellì con tutti gli onori. Fin qui lo sfondo generale, ma il fulcro di “The Lost Bladesman”, nonché sua mirabile sintesi, è il capitolo che s’intitola “Guan Yu attraversa cinque passi e uccide sei generali”. Quando Guan Yu sceglie di tornare da Liu Bei, Cao Cao decide di lasciarlo andare liberamente, ma i suoi consiglieri non sono dello stesso avviso e, a sua insaputa, ne ordinano l’assassinio .
I registi iniziano il film con le esequie solenni di Guan Yu, a sancirne la statura eroica e a consegnarlo al mito, ma in seguito, fedeli alla fonte, impongono alla sceneggiatura una struttura episodica e iterata: Guan Yu si batte con un generale nemico e lo sconfigge, per poi proseguire il viaggio fino all’antagonista successivo. Questo permette ai registi di porre l’accento sulle coreografie delle scene d’azione (dello stesso Donnie Yen), lasciando scivolare in secondo piano le sue manchevolezze recitative. Scene peraltro non eccezionali (Donnie ha fatto di meglio in “14 Blades”), di cui la migliore rimane lo scontro con Andy On in un angusto corridoio circolare. A volte si abbandona la solennità per l’ironia, come nella gustosa sequenza dello scontro “a porte chiuse”, ma come veicolo per la star hongkonghese “The Lost Bladesman” fallisce il bersaglio, risultando inferiore anche a “Legend of the Fist”. Il punto è che al fianco di Donnie Yen c’è Jiang Wen, attore immensamente più dotato, che offre un’interpretazione altamente sofisticata del personaggio di Cao Cao, in grado di superare quella di Zhang Fengyi in “Red Cliff”. Machiavellico e sornione, il suo Cao Cao si destreggia a meraviglia tra i bizantinismi della politica, facendo valere le ragioni del pragmatismo rispetto all’eroismo un po’ ottuso di Guan Yu, di cui riuscirà a sfruttare per fini personali anche i funerali.
Mak e Chong fino ad oggi non hanno prodotto opere memorabili, considerato che “Lady Cop and Papa Crook” era commedia alquanto mediocre e “Overheard” un thriller al massimo dignitoso. Anche stavolta offrono una regia poco ispirata, con qualche punta d’eccentricità (la soggettiva di una testa mozzata) ma senza riuscire ad infondere una qualsivoglia temperatura emotiva alle imprese del suo protagonista, la cui storia d’amore inappagato con Qilan (una scialba Sun Li) resta congelata come gli anacronistici fermo fotogramma che concludono alcune sequenze.

Nicola Picchi