Buddha Mountain

10/06/2011

Titolo originale: Guan yin shan
Regia: Li Yu
Cast: Fan Bing Bing, Sylvia Chang, Chen Po-lin, Fei Long, Jin Jang, Fang Li, Ban Zhenjiang
Genere: Drammatico
Produzione: Cina
Anno: 2010
Durata: 105
Voto: 7


Ultimo film di Li Yu, autrice del censurato (in patria) “Lost in Beijing”, “Buddha Mountain” racconta le vicende di tre amici, Nan Feng, Ding Bo e Fei Zao, detto Fatso, che affittano una stanza nell’appartamento di Chang Yueqin, ex attrice dell’Opera di Pechino. I ragazzi hanno alle spalle rapporti problematici con le figure genitoriali, mentre la donna è annichilita dalla tragica scomparsa dell’unico figlio. Nessuno di loro ha prospettive per il futuro: i due ragazzi hanno fallito gli esami d’ammissione all’università e vivono alla giornata con l’amica Nan Feng, la quale si esibisce come cantante in un locale. A Chang Yueqin non restano che le dolorose memorie del passato, e passa le ore seduta nella macchina incidentata del figlio, che conserva in garage come una preziosa reliquia funeraria. Due generazioni a confronto, con valori differenti e modi opposti di intendere la vita, costrette a confrontarsi con un analogo scacco esistenziale. Dall’intolleranza iniziale, dovuta a ragioni anagrafiche e culturali, il rock e Michael Jackson contro l’Opera di Pechino, passeranno quasi senza accorgersene alla comprensione e a una muta accettazione, raggiungendo un equilibrio in cui ognuno si troverà a sopperire alle mancanze dell’altro.
Sullo sfondo le macerie simboliche (i legami familiari recisi) e reali (il terremoto del Wenchuan) della Cina contemporanea, lacerata tra una tradizione dimenticata (il tempio distrutto di Guan Yin) e il cantiere permanente del capitalismo post-socialista, dove le case vengono continuamente abbattute per effetto dei nuovi piani regolatori. L’impossibile connubio tra il vecchio e il nuovo (o presunto tale) ha prodotto profondi mutamenti sociali, non sempre sostenibili. Se “Lost in Beijing” era un affondo crudele al cinismo morale di un paese che ha smarrito la propria identità rincorrendo gli aspetti più deteriori del capitalismo, “Buddha Mountain”, pur dando per scontata alienazione e mancanza di punti fermi, lascia intravedere la possibilità di una riconciliazione, non importa quanto effimera. Fratture che sembravano insanabili si ricompongono, e l’eterogeneo gruppo troverà l’unità aiutando a ricostruire il tempio di Guan Yin, “Colei che ascolta”, bodhisattva compassionevole che libera dalle sofferenze. Nella quiete delle montagne, nodi dolorosi si sciolgono (l’amore tra Nan Feng e Ding Bo) e la consapevolezza di aver esaurito la propria vita non è che il necessario preludio a una nuova rinascita.
Cinema febbrile quello di Li Yu, la quale si incolla con la macchina da presa ai suoi personaggi, immergendosi nel flusso turbolento e vitale delle loro esistenze con piglio aggressivo da cinema verità, articolando scene emotivamente contundenti: la scenata fatta da Nan Feng al padre alcolista, ricoverato in ospedale; la consegna della torta, portata a Chang Yueqin dalla fidanzata del figlio per festeggiare un compleanno che non avverrà più; il tentato suicidio della donna. Anche ruvido, grezzo, a nervi scoperti, tutto camera a mano e jump cuts, ma illuminato da epifanie improvvise nella sua programmatica mancanza di artificiosità. Merito anche di attori meravigliosi, per primi la bravissima Fan Bing Bing e la taiwanese Sylvia Chang, e della capacità di utilizzare quelli che potrebbero apparire facili escamotage (il viaggio come metafora) o stilemi da road-movie giovanilistico (le fughe sui treni) senza farli apparire tali. Per la cronaca, il produttore e sceneggiatore Fang Li interpreta il padre di Ding Bo, mentre il film ha ricevuto un meritatissimo premio al Tokyo Film Festival dello scorso anno.

Nicola Picchi