Outrage

14/06/2011

Titolo originale: Autoreiji
Regia: Kitano Takeshi
Durata: 109 min.
Genere: drammatico
Anno: 2010
Nazione: Giappone
Cast: Kitano Takeshi (Beat Takeshi), Ryo Kase, Eihi Shiina,  Jun Kunimura, Takashi Tsukamoto, Kippei Shiina, Renji Ishibashi, Yuka Itaya, Naoko Watanabe, Tomokazu Miura, Fumiyo Kohinata, Tetta Sugimoto, Hideo Nakano, Kenta Elizabeth III, Masaki Miura



Kato, il braccio destro del presidente della famiglia Sanno-kai, avverte il boss Ikemoto che il suo capo non gradisce lo sconfino delle attività della famiglia Murase e ordina al sottoposto di occuparsi della faccenda. Otomo, collaboratore di Ikemoto, viene quindi incaricato di innescare le ostilità.


Ecco qua. Ce lo siamo voluti. La critica lamentava da tempo la scarsa fruibilità della trilogia della destrutturazione cinematografica, cui Kitano ha dedicato gli ultimi suoi lavori, e ne invocava il ritorno allo yakuza movie.
Solo che Kitano non è tipo da tornare indietro. Ecco quindi ancora una destrutturazione fare capolino tra le pieghe di una sceneggiatura classica, certo, ma del tutto ludica.
Niente in comune con lo spessore morale e la tensione emotiva dei precedenti lavori.
Kitano ha accontentato chi non ha capito le sue ultime, bellissime opere e nel farlo si è preso il gusto, ancora una volta, di prendere in giro la critica. La scintillante confezione di questo nuovo lavoro può certo attirare i più giovani, i quali si sono prontamente entusiasmati per l'ironia, neanche tanto sottesa, e i conseguenti dispiegamenti di armi e oggetti contundenti, usati in maniera del tutto impropria, ma decisamente efficace. Il trapano di un dentista già da solo fa paura a molti, ma da adesso in poi nessuno potrà mai più guardarlo serenamente, senza richiamare alla mente gli effetti devastanti messi in atto dal semplice fatto che a impugnarlo ci fosse il regista in persona.
La lotta in seno alla più famosa delle mafie orientali, la yakuza appunto, è qui raccontata con classe, un pizzico di amore per la tradizione e moltissima ironia. Otomo, il Kitano più composto e letale degli ultimi anni, è un sottoposto che fa i lavori sporchi. E gli danno da risolvere uno di quei rompicapo per cui è famosa la yakuza: come fare a mettere le famiglie una contro l'altra e uscirne vivi.
Sembra il titolo di una commedia, di quelle nere però.

Kitano si prende il gusto di raccontare una semplice carneficina per il potere, interna all'organizzazione in seno alla quale i critici scontenti lo hanno rimandato dopo gli ultimi film, ma nel fare questo usa la sua arma più potente, l'ironia temprata da anni di satira e di destrutturazione di sapore teatrale, quasi macchiettistico.
La regia perfetta e l'ottimo lavoro con gli attori sono alla base di questa nuova prova del regista, che
però combina il tutto con la voglia di scherzare che da anni sembra ammantare ogni sua opera.
La maschera assolutamente imperturbabile di Beat Takeshi fa da contraltare alle scene più truci, quasi come in un tentativo di stemperare l'effetto delle peggiori aggressioni ai danni di quelli che comunque restano dei malavitosi, al destino dei quali raramente ci si appassiona.
Ma non in questo caso. I delinquenti di Kitano sono talmente umani da dare l'impressione di essere vivi, oltre lo schermo ci si immagina che continuino a picchiarsi come se non ci fosse un domani.
E questa è la parte migliore, classica e nel contempo innovativa dal punto di vista dell'uso ludico di una tematica così pesante e difficile da trattare. Il resto è puro esercizio di stile, dedicato a chi ha da tempo deciso che il Kitano migliore è quello del passato. Quindi è con una certa dose di cattiveria e con la consueta abilità che il maestro si dedica a raccontare di una lotta senza senso, né motivazione reale, in definitiva di tanto rumore per nulla.
Il risultato è un’ enorme confezione piena di specchietti per le allodole che, accecate dagli spari e dalle botte che certo non sono pochi, dimenticheranno di guardare dentro la scatola. Peccato davvero perché la scatola in questione è vuota. Come le critiche di chi non ha capito che il maestro è andato oltre da tempo. Il suo messaggio è chiaro: a lui interessa divertirsi. E così se vogliamo gli yakuza movie, o ci riguardiamo le sue vecchie opere, o ci rivolgiamo a un altro, oppure ci avventuriamo lungo il sentiero ironico intrapreso da tempo dal maestro giapponese. E il sentiero in questione è disseminato di trappole per nostalgici. L'uso degli oggetti con fini aggressivi è solo il primo passo, a mano a mano verranno a galla combinazioni intricatissime a base di collaborazioni e tradimenti, talmente complesse da richiedere l'uso degli appunti. Infine, quando lo spettatore ha finalmente compreso di esser stato portato a spasso all'inseguimento nostalgico dell'idea che qualche critico insiste a conservare su un artista in continua evoluzione, l'esplosione di cattiveria che chiude le ostilità metterà anche la parola fine all'illusione che l'arte si possa replicare a richiesta.

Anna Maria Pelella