Norwegian Wood

14/06/2011

Titolo originale: Noruwei no mori
regia: Tran Anh Hung
genere: drammatico
durata: 133 min.
anno: 2010
nazione: Giappone
cast: Rinko Kikuchi, Ken'ichi Matsuyama, Kiko Mizuhara, Kengo Kora, Tetsuji Tamayama, Reika Kirishima, Eriko Hatsune

Tratto dal romanzo omonimo di Murakami Haruki



Toru, Naoko e Kizuki sono amici di infanzia. Naoko e Kizuki hanno una relazione e Toru è il loro migliore amico. A un certo punto Kizuki si toglie la vita. Dopo poco tempo Toru si trasferisce a Tokyo per iniziare l’università. Là incontra Naoko e i due riprendono i contatti. Ma lei è afflitta da gravi difficoltà e sceglie di rifugiarsi in una comunità per persone con problemi mentali.


Watanabe Toru è un giovane che ha un’amicizia con la ex ragazza del suo migliore amico, morto suicida anni prima. Siamo alla fine degli anni sessanta, sullo sfondo i Beatles e i movimenti studenteschi. Mentre Toru cerca di dare sostegno alla povera Naoko, di cui si sente in parte responsabile, il mondo intorno a loro viene rivoluzionato dalla musica e dai picchettaggi contro la guerra del Vietnam, in Giappone esacerbati dal desiderio di vedere andare via gli americani da Okinawa. Toru e Naoko hanno un’amicizia, complicata dall’instabilità emotiva di lei. Quando Naoko viene accolta in una comunità di pazienti con problemi psichiatrici, Toru va a trovarla con una certa frequenza, ma nulla di quel che lui le comunica è di sollievo allo stato emotivo della ragazza. Intanto Toru conosce Midori, una ragazza con una situazione familiare difficile, alla quale si affeziona. La crescita emotiva e il sopraggiungere dell’età adulta coincideranno, per Toru, con la consapevolezza di non poter impedire il compiersi della tragedia.

Norwegian wood è innanzitutto una bella canzone dei Beatles, che qui fa da sfondo a una triste storia di formazione, scritta da un autore culto piuttosto famoso anche in Italia: Murakami Haruki.
Il libro racconta della crescita interiore del suo protagonista e voce narrante, durante gli anni dell’università, illustrata prevalentemente attraverso i complicati rapporti sentimentali intessuti con due ragazze. Toru è in realtà un giovane molto responsabile, nonostante la giovane età si fa carico dei sentimenti confusi dell’amica, con la quale condivide il trauma per la morte di Kizuki. L’incomprensibile scelta esistenziale del ragazzo troverà una parziale spiegazione nel corso del tempo in cui Toru cercherà di aiutare Naoko, ma nel complesso il tutto è sottinteso dal portato emotivo dei sentimenti mai dichiarati che legano i tre. Il sopraggiungere di Midori nella vita di Toru gli darà una prospettiva attraverso la quale guardare a un futuro diverso, scevro da colpe e dall’impotenza che ha caratterizzato la gran parte dei suoi rapporti precedenti.

Consapevole dell’ovvia difficoltà di trasporre un romanzo molto amato, il regista si sofferma fedelmente sull’intreccio, ma quel che paradossalmente sfugge alla pedissequa rappresentazione di una storia peculiare, certo, ma non per questo eccezionale, è il portato emotivo evocato dalla lettura del romanzo. Murakami ha intessuto la sua storia partendo dalle emozioni del suo protagonista, e proprio queste vengono in parte lasciate indietro dalla trasposizione di Tran Anh Hung.
La regia didascalica scivola presto in una semplificazione di legami che, per esser meglio compresi,  avrebbero bisogno di esser sussurrati, piuttosto che fotografati, sia pure benissimo e esaltati dal trascinante sfondo di una buona colonna sonora.
Il racconto si colloca così curiosamente a metà tra una storia di formazione, dai contorni drammatici ma immotivatamente intensi, e la cartolina dall’inferno personale di un ragazzo troppo sensibile per questo mondo in continuo movimento. L’impotenza di Toru, punto forte del romanzo, diviene qui passività, senza per questo acquisire significato. E l’intera storia lascia lo spettatore con la sensazione che tutto quel che non ci viene detto non esista, cosa quanto mai falsa, almeno nel caso della letteratura giapponese, da sempre ricca di contenuti accessibili in maniera stratificata.
La buona prova degli attori, la fotografia accurata e il fascino delle scenografie colmano in parte la mancanza di sentimento che, a tratti serpeggia nella rappresentazione. Ma nel complesso, trovandoci di fronte a una trasposizione la cui aderenza al testo si rivela presto di superficie, la visione lascia lo spettatore con la sensazione che si tratti di un romanzo immeritatamente famoso o, per lo meno, molto sopravvalutato.

Anna Maria Pelella