Cold Fish

20/06/2011

Titolo originale: Tsumetai Nettaigyo
Regia: Sion Sono
Genere: thriller
Anno: 2010
Durata: 144 min.
Nazione: Giappone
Cast: Mitsuru Fukikoshi, Denden, Asuka Kurosawa, Megumi Kagurazaka, Tetsu Watanabe

Shamoto Noboyuki è un perdente sin dall’inizio. Sua figlia Mitsuko è una teppista che aggredisce fisicamente la sua nuova moglie e ruba nei supermercati. Colta in flagrante viene riconsegnata al rassegnato padre, che si inchina manco fosse di fronte all’Imperatore, con la promessa che l’evento non si ripeterà e che la ragazza verrà affidata a qualcuno in grado di darle qualcosa da fare per distrarla dalle sue tendenze sociopatiche. Murata, un uomo che ha assistito alla scena e che insiste per lasciar andare la ragazza, si fa carico di offrirle un lavoro e porta con sé gli esterrefatti genitori
nel suo negozio di pesci tropicali. Subito diviene chiaro il divario sociale che separa i due commercianti, entrambi si occupano di pesci tropicali, ma Murata ha un enorme emporio pieno di belle ragazze che lavorano per lui, mentre Shamoto conduce da solo con sua moglie Taeko un modestissimo negozietto. Le due donne si accordano per il futuro di Mitsuko e a Shamoto non resta altro da fare che diventare socio in affari di Murata e sentirsi per sempre in debito con lui.
Ma presto Shamoto si accorge che Murata ha uno strano modo di risolvere i suoi problemi: rendere invisibile chi gli si oppone. Viene quindi coinvolto nelle sue pratiche e alla fine quel che di peggio gli poteva capitare si presenterà alla sua porta. E da semplice Cold Fish subirà una trasformazione che lo avvicinerà alla sua nemesi.


Tratto da una storia vera ispirata ai delitti dei Saitama Dog Lover (Gen Sekine e sua moglie Hiroko 
Kazama) che hanno ucciso quasi cinquanta persone negli anni ottanta, di cui si trova un fedele resoconto nel libro di Jake Adelstein,  Tokyo Vice: An american reporter on the police beat in Japan, questo Cold Fish tratta con competenza il problema delle derive sociali nel Giappone attuale.

L’iconografia religiosa, in totale contrasto con il culto dell’Imperatore tutt’ora vivo in Giappone, fa da sfondo al racconto impietoso della degradazione morale di un uomo. Nessuno è immune dal peccato, sembra dire Sono Sion, perché in tutti alberga il germe della violenza, insensata e onnicomprensiva, una violenza da opporre al dissenso. Come a dire che la cancellazione del dissenso è la strada per l’affermazione sociale. I simboli religiosi eletti a strumento materiale di distruzione sembrano poi dare ragione a chi, in Giappone secoli fa, si oppose con violenza all’introduzione del culto di un Dio diverso dall’Imperatore.
Chi di religione ferisce, di religione perisce.
L’aspetto grottesco, altrove presente in maniera più evidente, qui fa capolino nelle pieghe di un racconto realista e nel contempo iperbolico. Il tutto viene impietosamente fotografato con stile inconfondibile, ormai marchio del regista, famoso per le sue logorroiche esposizioni che urlano tutto il suo interesse per le derive sociali del Giappone contemporaneo. Il senso della rappresentazione di un tale coacervo di patologia e insensatezza è come sempre da ricercarsi nel nucleo originale di tutte le patologie sociali: la famiglia. Specchio e nel contempo causa stessa della degenerazione, la famiglia è qui trattata come microcosmo per meglio individuare le cause del fenomeno che da anni spinge alla riflessione sul livore e la freddezza che albergano nel cuore dei giovani giapponesi. Il portato di tali derive è presente in ogni tratto della produzione del regista, sempre attento alla deflagrazione provocata dalla sempre più attiva rimozione delle emozioni.
Se in Strange Circus il problema centrale era l’abuso, e in Love Exposure la dipendenza emotiva da un’idea di sè, in Cold Fish il focus è sull’incapacità di risultare vincenti mantendendo intatta la propria morale. Il cold fish del titolo è appunto “carne da squali” che non si faranno attendere appena il sangue comincerà a zampillare.
Ecco quindi un generoso sguardo sulla incredibile trasformazione che, causata dal semplice desiderio di non prendere troppe decisioni e non lasciare il proprio segno nella vita degli altri, colpisce chi alla fine voleva solo assistere alla vita, senza mai entrare nel merito della sua espressione più vitale: il successo.
Shamoto altri non è che l’emblema della passività tutta giapponese di chi “sopporta troppo” per dirla con Murakami Haruki, e nulla si aspetta in cambio. La sua trasformazione darà da pensare allo spettatore molto più di tutte le budella e le macellazioni di cui è costellato il suo cammino. Se non causa, esse saranno certo detonatore di tanto pirotecnico ulteriore spargimento di sangue, a monito della pericolosità di un’eventuale presa di coscienza da parte di chi è sempre stato cibo e mai predatore. Da parte dei più deboli, quindi.

Una scintillante Asuka Kurosawa (A Snake of June) è Aiko, sensuale complice di Murata, un gigionissimo Denden, mentre l’ottimo Mitsuru Fukikoshi (Love Exposure) è un perfetto Noboyuki Shamoto, borghese piccolo piccolo che diventerà grande solo alla fine, in un tripudio di accettazione dell’unico fatto che “la vita è dolore”.
Mentre la sua povera moglie, una misurata Megumi Kagurazaka è travolta da tanta autoaffermazione maschile al punto tale da risultare per contrasto sparuta e soffocata, solo per aver interpretato bene e fino in fondo il ruolo di ogni donna giapponese dalla notte dei tempi: quello di catalizzatore e vittima designata delle esplosioni del suo personale padrone e imperatore.
La regia misurata, leggermente più compatta del precedente Love Exposure e meno intimista del pur bellissimo Be Sure to Share, regala autentici momenti di inaspettato coinvolgimento, in quella che tutto sommato è solo la storia dell’esplosione che si annida dietro ogni facciata di educato perbenismo e di riuscita affermazione sociale, confermando ancora una volta l’assoluta maestria del regista in materia di rappresentazioni scomode e tuttavia pericolosamente possibili.

Anna Maria Pelella