Let the Bullets Fly

05/07/2011

Titolo originale: Rang Zi Dan Fei
Regia: Jiang Wen
Cast: Jiang Wen, Chow Yun-Fat, Ge You, Carina Lau, Chen Kun, Zhou Yun, Zhang Mo, Aloys Chen
Produzione: Cina
Genere: Azione
Durata: 132
Anno: 2010
Voto: 7.5


Anni ’20, provincia del Sichuan. Il bandito Zhang Muzhi assalta il treno su cui viaggia il governatore Ma Bangde, diretto alla remota cittadina di Goose Town. Con la forzata connivenza del consigliere di Ma, unico superstite dell’attacco assieme alla moglie del governatore, decide di sostituirsi a quest’ultimo. Arrivato a Goose Town, scopre che la città è in mano a Huang, gangster dalle maniere impeccabili che gestisce un renumerativo traffico di oppio e di esseri umani. Tra Zhang e Huang inizia una lotta senza esclusione di colpi per assicurarsi il controllo della cittadina.
Jiang Wen prosegue nella sua personale rielaborazione della storia cinese, fedele al suo atipico ed estroso “realismo magico”, tanto per usare una formula banalizzante ma efficace. Dopo la guerra sino-giapponese ( Devils on the Doorstep) e la Rivoluzione culturale (The Sun Also Rises), tratta gli anni della Repubblica e dei signori della guerra, impaginando una sfavillante e sarcastica satira sul potere e sulla corruzione. Il film si apre sull’immagine di un treno in corsa, la stessa che concludeva “The Sun Also Rises”, proprio a sottolineare la continuità tra le due opere, le quali vanno a comporre un colorato arazzo in perpetuo divenire.
Nonostante un incipit da spaghetti-western, in “Let the Bullets Fly” le pallottole che volano sono soprattutto verbali perché il film è prevalentemente un’esilarante commedia degli equivoci, in cui ciascuno simula di essere quello che non è. Zhang, ammesso che sia davvero il temuto bandito, finge di essere il governatore Ma Bangde; il consigliere Tang è il vero Ma Bangde, ma ha mentito per salvarsi la pelle; sua moglie accampa la sua fasulla vedovanza come pretesto per andare a letto con Zhang; Huang pretende di voler finanziare la caccia al bandito Zhang, quando lui stesso sovvenziona un finto Zhang per eliminare i governatori mandati a Goose Town. E non è tutto perché Huang, che abita in una cittadella fortificata da cui domina la città, ha assunto un sosia che lo impersoni in situazioni potenzialmente pericolose. Gli opposti machiavellismi arrivano al paradosso e il gioco delle parti provoca situazioni surreali, come Huang che paga Zhang per arrestare se stesso, rapimenti di doppi, scorribande notturne con gli uomini di Huang camuffati da banditi e con i veri banditi, che ufficialmente fanno parte della milizia del governatore, che si camuffano da se stessi. Gangster e politicanti si accordano sottobanco per spartirsi i proventi a spese dei più deboli, le cariche da governatore si comprano al mercato, ma Zhang, novello Robin Hood, decide di far saltare il banco distribuendo il denaro ai poveri, incitando il popolo alla lotta di classe e guidando la sua personale rivoluzione per rovesciare il tiranno. Il tutto potrebbe risultare estenuante senza tre straordinari attori saldamente al comando, che si palleggiano con verve dialoghi scintillanti, densi di arguzia e citazioni dai classici, “Romanzo dei Tre Regni” compreso. L’unico rammarico è che uno spettatore occidentale perderà inevitabilmente molti riferimenti, che non appartengono alla sua cultura (occhio ai sottotitoli!). Che Jiang Wen fosse un ottimo attore oltre che un sensazionale regista era ormai acclarato (ricordiamo il suo Cao Cao nel loffio “The Lost Bladesman”), e il suo Zhang si impone senza fatica per carisma e ironia. Non sono da meno Chow Yun-Fat, in una delle sue più brillanti interpretazioni degli ultimi anni, nel duplice ruolo del paranoico dandy Huang e del suo sosia, e Ge You (Sacrifice) nella parte di Tang, avido intrallazzatore che venderebbe sua madre per un pugno di dollari (dollari americani, come sottolinea Huang).
Quella che, date le premesse, poteva risolversi nell’ennesima variazione su temi e situazioni alla Kurosawa/Sergio Leone abbandona subito le coordinate consuete. Come sempre nei film di Jiang Wen la realtà è trasfigurata in senso poetico, tagliando via dall’aggettivo qualsiasi sedimento di melensaggine. Treni (trainati da cavalli!) volano in aria e s’improvvisano surreali partite di calcio e tambureggianti numeri musicali da opera rivoluzionaria, senza per questo risparmiarsi saporiti tocchi di un particolarissimo humour nero (vedi il monumento funebre a Numero 6, che compie seppuku per una scodella di noodles, o l’esplosiva dipartita di Tang) che coglie lo spettatore in contropiede. Illuminato da una regia da vero fuoriclasse (la cena di Tang, Zhang e Huang) e da un ritmo sostenuto, “Let the Bullets Fly”, di gran lunga l’opera più intelligentemente commerciale di Jiang Wen, è diventato il film che ha incassato di più nella storia cinese, mandando al tappeto il lacrimoso “Aftershock” di Feng Xiaogang, il quale si consola interpretando il vero consigliere Tang nelle scene iniziali. Il film è stato distribuito anche doppiato in dialetto del Sichuan, perché la storia originale è dello scrittore sichuanese Ma Shitu.

Nicola Picchi