Late Autumn

21/10/2011

Titolo originale: Man chu
Regia: Kim Tae-yong
Cast: Tang Wei, Hyun Bin
Genere: Drammatico
Produzione: Corea
Anno: 2010
Durata: 113
Voto: 6.5


Anna, detenuta per aver ucciso il marito, ottiene un permesso di 72 ore per partecipare al funerale della madre a Seattle. Sull’autobus che la conduce in città conosce Hoon, gigolò in fuga dagli uomini mandati sulle sue tracce dal marito di una cliente.
Remake dell’omonimo film del 1966 di Lee Man-hee, già rifatto nel 1982 da Kim Soo-yong, “Late Autumn” è il terzo lungometraggio di Kim Tae-yong, il quale ha rielaborato sensibilmente la sceneggiatura originale. Dopo due opere profondamente radicate nella società coreana come “Memento Mori” (1999), appartenente al fortunato ciclo dei “Whispering Corridors”, e “Family Ties” (2006), Kim opta per un’ambientazione differente, distaccandosi anche dal film di Lee Man-hee: l’America degli espatriati cinesi e coreani.
E bisogna dire che, pur senza addentrarsi nei rituali della comunità sino-americana, il regista ne restituisce un ritratto plausibile. Anche se la ricostruzione si basa, per sua stessa ammissione, unicamente sull’immaginazione personale e su alcune fotografie, costituisce uno sfondo efficace, funzionale alla messa in scena.
La struttura della narrazione è convenzionale, modellata sulla scia del “Breve Incontro” di David Lean: un uomo e una donna si incontrano accidentalmente, trascorrono un limitato periodo insieme, s’innamorano; alla fine entrambi tornano alle rispettive esistenze, perché non può andare diversamente. In questo caso i due protagonisti non conducono vite ordinarie. Anna ha ucciso il marito, che l’ha aggredita dopo aver scoperto la sua intenzione di lasciarlo per fuggire con il suo primo amore, mentre Hoon, negli Stati Uniti da due anni, vive alla giornata facendo l’accompagnatore per signore. Due personaggi di madrelingua diversa, l’una cinese l’altro coreano, che comunicano in un inglese lievemente asettico, inadatto ad esprimersi compiutamente, una lingua franca che inibisce l’espressione dei sentimenti.
Anna, per dirla con Claude Sautet, ha “un cuore in inverno”,  apparentemente chiusa ad emozioni che, pur provando, è inabile a manifestare. Hoon è esuberante. spavaldo, narcisista, certo del suo fascino irresistibile. I suoi tentativi di approccio vengono dapprima rifiutati, poi incoraggiati, poi di nuovo respinti. Le 72 ore trascorrono rapidamente, quasi inavvertite. Anna deve rientrare in carcere per scontare altri due anni di reclusione. Hoon deve fronteggiare il marito della sua cliente. Come in ogni melodramma degno di questo nome, il loro è l’incontro/scontro di due solitudini. In una Seattle grigia e ovattata, Anna e Hoon si incontrano, si separano, si inseguono, si ritrovano per poi perdersi di nuovo. Una partitura eseguita mille volte, restituita con eleganza un po’ esangue affidandosi ai silenzi, alle posture dei corpi, agli sguardi, ad emozioni e tensioni che scorrono sotto la pelle, inespresse.
Già passato per Toronto, Pusan e Berlino, “Late Autumn” è una conferma del talento di Kim Tae-yong, regista versato nella resa dei mezzi toni e nelle infinite sfumature del grigio. Il suo approccio ad un materiale potenzialmente mélò è sobrio, trasognato, rarefatto come la nebbia impenetrabile che avvolge ogni cosa. Il regista lavora di sottrazione, eludendo sentimentalismi a buon mercato e stralciando l’unica scena erotica suggerita nell’originale in favore di una levità quasi onirica. Momenti lirici si alternano ad altri sottilmente ironici, in un disegno coerente che deraglia verso il clichè da commedia americana solo nella sequenza del musical. Peccato veniale, tutto sommato, anche grazie all’ottima chimica tra i due attori, la straordinaria Tang Wei (Lust, Caution e Wu Xia) e il bravo Hyun Bin (Come Rain, Come Shine), che rendono credibile questo effimero incrocio di destini.

Nicola Picchi