Swordsmen

17/12/2011

Titolo originale: Wu Xia
Regia: Peter Chan
Cast: Donnie Yen, Kaneshiro Takeshi, Tang Wei, Jimmy Wang Yu, Li Xiaoran
Produzione: Cina, Hong Kong
Genere: Azione
Anno: 2011
Durata: 116
Voto: 7.5


Cina, 1917: Liu Jinxi vive con moglie e figli in un piccolo villaggio dello Yunnan. Un giorno dei banditi tentano una rapina nell’emporio locale, ma Jinxi affronta i due criminali e li uccide. L’esito letale del combattimento sembra dovuto più a un colpo di fortuna che alle sue abilità, ma Xu Baijiu, inviato dalle autorità ad investigare sul caso, sospetta che l’uomo sia qualcosa di più dell’umile artigiano che pretende di essere.
“Wu Xia”, contrariamente a quanto lascia presagire il titolo, non è un “wuxia” ma semmai un “gongfupian”, genere nato nella Hong Kong del dopoguerra da una costola del wuxiapian, solitamente ambientato nella Cina meridionale negli anni della Repubblica. Tanto il wuxia è un genere fantastico e filosofico che si presta all’astrazione, quanto il gongfupian è realistico e pragmatico, imperniato sulla fisicità dei contendenti.
Peter Chan è cineasta poco prolifico, ma colpisce sempre nel segno conciliando mercato ed esigenze autoriali. Nell’ultimo periodo si è dedicato alla produzione, occupandosi del blockbuster “Bodyguards and Assassins” di Teddy Chan e della divertente commedia “Mr. And Mrs. Incredible”. Nel suo ritorno alla regia a quattro anni da “The Warlords” (2007), ispirato al “Blood Brothers” di Zhang Che, allude ancora ai classici del maestro hongkonghese, innestando nella trama elementi da “zhentan xiao shuo”, ovvero romanzo investigativo. Reverenziali omaggi (e archetipi western) a parte, la sceneggiatura di Aubrey Lam e Joyce Chan si potrebbe anche intitolare “A  Chinese History of Violence”. Con il film di Cronenberg le similitudini sono molteplici e alcuni snodi di sceneggiatura addirittura identici, a partire dall’aggressione iniziale che fa emergere la vera natura del protagonista.
Peter Chan introduce la figura di Xu Baijiu, eccentrico investigatore che si dibatte tra la rigida osservanza della legge e l’umana compassione. Provetto patologo, è anche esperto di medicina tradizionale e agopuntura, che utilizza per controllare le sue emozioni, eccessivamente portate all’empatia. Baijiu usa le sue conoscenze e la sua capacità deduttiva per ricostruire le mosse di Liu Jinxi, che ha ucciso i criminali senza lasciare sui loro corpi segni di alcun genere. E qui Chan si diverte con le sequenze in CGI, forse un po’ troppo elevate di numero, mostrando l’interno dei corpi e l’effetto dei colpi sferrati in combattimento sull’anatomia umana. Ma il cuore del film sta nella tensione sotterranea che pervade le scene tra Jinxi e Baijiu, negli interrogativi morali che tormentano l’investigatore, nelle riflessioni sull’effettivo valore dell’identità personale, nel conflitto tra i due protagonisti. L’uno incarna il pragmatismo della Cina repubblicana, che tenta di conciliare influenze occidentali e tradizione millenaria, mentre l’altro è la Cina del passato, che sta per essere eradicata dalla storia. Jinxi appartiene al clan dei Tangut, tribù nomade di origine turco mongolica il cui impero (Xia occidentale) fu annientato dai mongoli di Gengis Khan e i cui membri si dispersero in seguito per tutto il paese. La sua grave mancanza è l’abbandono del clan familiare, peccato considerato inammissibile nella Cina confuciana, per mescolarsi ad un’etnia diversa..
Ben presto la quiete dell’arcadico villaggio di Liu è squassata da esplosioni di violenza. Le sequenze d’azione sono ridotte di numero ma estremamente riuscite e spettacolari, tre veri e propri pezzi di bravura coreografati da un Donnie Yen al suo meglio, che qui offre la sua più sentita interpretazione degli ultimi anni. Con rassegnato stoicismo, Liu Jinxi/Tang Long si mutila come David Chiang in “The New One-Armed Swordsman”, là per espiare una sconfitta, qui per sancire una separazione definitiva. Ma i legami di famiglia, pur se sanguinosi e violenti, sono ardui da recidere, anche se appare davvero impossibile esercitare la pietà filiale con un genitore come “Il Maestro”, interpretato dal leggendario Jimmy Wang Yu, star ai tempi degli Shaw Brothers, che ha potenziato il suo “qigong” fino al punto di bloccare le armi da taglio.
Peter Chan passa dall’intimista all’epico all’antropologico (il lamento funebre dei Tangut) con un piacere quasi palpabile dell’atto del filmare, usando un montaggio serratissimo nelle sequenze d’azione e prendendosi tutto il tempo necessario per approfondire i personaggi, non solo Jinxi, ma anche il tormentato Baijiu (un impeccabile Kaneshiro) e Yu, la moglie di Jinxi (Tang Wei).
La smagliante fotografia di Jake Pollok e Lai Yu-fai, che costruisce impeccabili chiaroscuri nelle scene d’interni, illuminate dal baluginio delle lampade ad olio, e satura i colori degli idilliaci paesaggi dello Yunnan, e le suggestive scenografie di Yee Chung-man sono indispensabili accessori a un esercizio di stile di alto livello, che porta nuova linfa al genere. La versione cinese è più lunga di dieci minuti rispetto a quella internazionale, presentata a Cannes.

Nicola Picchi