The Flowers of War

08/01/2012

Titolo originale: Jin ling shi san chai
Regia: Zhang Yimou
Cast: Christian Bale, Ni Ni, Zhang Xinyi, Huang Tianyuan, Han Xiting, Zhang Doudou, Tong Dawei, Cao Kefan, Atsuro Watabe, Yangyang Chunzi, Shigeo Kobayashi, Bai Xue, Li Yuemin
Produzione: Cina
Genere: Drammatico
Anno: 2011
Durata: 141
Voto: 7.5


13 dicembre 1937, caduta di Nanchino. L’americano John Miller, un addetto delle pompe funebri, si reca alla chiesa di Winchester per seppellirne il prete. Qui trova solo il giovanissimo George Chen, un orfano adottato dal sacerdote scomparso, e alcune terrorizzate allieve della scuola cattolica. Mentre Miller si aggira per la chiesa in cerca di denaro, irrompono tredici prostitute di un vicino bordello, chiedendo di essere ospitate. La chiesa, infatti, si suppone venga risparmiata dalle forze di occupazione. Yu Mo, leader del pittoresco gruppetto, inizia con Miller un complicato gioco di seduzione, nel tentativo di convincerlo ad aiutarle a lasciare la città.
“The Flowers of War” è un altro film su quello che la giornalista sino-americana Iris Chang definì “lo stupro di Nanchino”, nell’omonimo e controverso libro del 1997 che fece luce per la prima volta su quello che le autorità nipponiche si ostinavano a etichettare come “incidente”. Iris Chang morì suicida mentre preparava una ricerca sui campi di concentramento giapponesi, ma le polemiche sul suo libro non si sono ancora spente. La triste contabilità delle vittime registra il massacro di circa 260.00 civili e 20.000 stupri, ma alcuni storici giapponesi si sono affrettati a ridimensionare il macabro bilancio, se non a negarlo completamente. Un altro film, il cui unico torto è quello di arrivare dopo il capolavoro “City of Life and Death” di Lu Chuan, a cui è inevitabile paragonarlo. Spiace dirlo, ma nel confronto il film di Zhang Yimou esce sconfitto, seppure con onore. Laddove Lu Chuan è freddamente oggettivo e allucinato, ma anche colmo di umana pietas per vittime e carnefici, Zhang Yimou è melodrammatico e in sospetto di retorica, senza contare che i soldati di Hirohito vengono raffigurati come nei film americani di propaganda antigiapponese degli anni ’40, bruti sbavanti che inseguono le scolarette dodicenni di un convento, ringhiando: “We’ve got virgins!”. Questo non significa assolutamente che “The Flowers of War” sia un brutto film, anche perché la maestria registica di Zhang Yimou è fuori discussione. Anche se accusato da più parti di essere diventato un artista di regime, ancora non ci risulta che sia stato coinvolto nell’allestimento di pastoni propagandistici del genere di “The Founding of a Republic” o “Beginning of the Great Revival”. Non è escluso che l’unidimensionalità sia da addebitarsi al racconto “The 13 Women of  Nanjing” della scrittrice Yan Geling, da cui Liu Heng, collaboratore di Zhang dai tempi di “Ju Dou”, ha tratto la sceneggiatura, e non è da sottovalutare il fatto che gli avvenimenti siano narrati da una bambina, Shu, la cui prospettiva è necessariamente parziale.
“The Flowers of War” inizia nella nebbia come un sogno, con la fuga delle scolarette verso la chiesa, e la prima cosa che colpisce è la sensualità dello sguardo, persino conturbante, che alcuni potrebbero trovare fuori luogo in un film dedicato a un argomento tanto drammatico. Come dichiarò una volta Bertolucci, un vero regista è erotico anche quando inquadra una tazza. Zhang lo è sia quando filma in slow-motion l’immolazione dei soldati cinesi, che quando riprende gli elegantissimi abiti delle prostitute. Il fatto è che tanto sensuale estetismo ha una ragione ben precisa, quella di affermare la supremazia della vita anche in mezzo agli orrori della guerra, non è insomma orpello gratuito, ma una cifra stilistica attraverso cui interpretare la realtà e cercare di attribuirle un senso. Spesso inquadrate attraverso i mirini dei cecchini o i fori lasciati dalle pallottole, le tredici eroine del fiume Qin Huai, aggiungendosi alle altre donne forti della filmografia del regista, decidono di non arrendersi, di non rinunciare alla bellezza anche in una situazione insostenibile. E allora diventa essenziale anche indossare un paio di orecchini in un momento di estremo pericolo, o recuperare le corde di un “pipa”.
A parte due episodi bellici, tra cui la magistrale sequenza della trappola ordita dal Maggiore Li ai danni di una pattuglia giapponese, il film si svolge quasi per intero all’interno della chiesa. Nella chiesa John Miller passerà da opportunista ubriacone a santo, quando indosserà l’abito talare per opporsi ai soldati giapponesi; nella chiesa le studentesse riceveranno dal colonnello Hasegawa il fatale invito al presunto “party” organizzato dalle autorità nipponiche; nella chiesa Miller tornerà alla sua primitiva occupazione quando dovrà acconciare e truccare le prostitute, a tutti gli effetti già dei cadaveri. E’ uno spazio risparmiato dalla guerra, in cui le bambine trasfigurano tutto ciò che vedono con sguardo infantile, prima respinte e poi affascinate da queste donne che indossano abiti eleganti, cariche di gioielli e profumi, un sogno irraggiungibile di glamour e ricercatezza. A rimarcare la distanza, i due set sono cromaticamente all’opposto. All’esterno dominano le tonalità brune e grigiastre della polvere e delle divise militari, all’interno regnano i colori abbaglianti del rosone della chiesa,  i toni accesi dei vestiti, esaltati dalla meravigliosa fotografia chiaroscurale di Zhao Xiaoding.
Malgrado alcuni momenti smaccatamente retorici, il film è emotivamente coinvolgente e non mancano tocchi di macabra ironia, come la sequenza in cui l’ufficiale giapponese, in segno d’amicizia, dona a Miller un “maneki neko”, il tradizionale gatto del sol levante. Zhang utilizza bene Christian Bale, al suo debutto in un film cinese, che rende con efficacia il travagliato processo di maturazione e di redenzione del suo personaggio, forse un po’ affrettato in sede di sceneggiatura. All’altezza il resto del cast, su cui spiccano la debuttante Ni Ni (Yu Mo), che ha il carisma e il fascino di una diva degli anni ’30, e il giovanissimo Huang Tianyuan (George Chen). Uno dei primi film a produzione cinese a sfoggiare una star americana (l’altro è “Inseparable” con Kevin Spacey), “The Flowers of War” è costato l’astronomica cifra di 100 milioni di dollari, ma ha ottenuto ottimi incassi in patria, ha ricevuto una nomination ai Golden Globe ed è il candidato presentato dalla Cina per le selezioni per l’Oscar 2012 per il miglior film straniero. Ci si augura solo che, malgrado Zhang Yimou non venga più distribuito nel nostro paese dal 2006, qualche distributore nostrano si faccia allettare dalla presenza di Cristian Bale.

Nicola Picchi