Life without principle

24/02/2012

Titolo originale: Duo mingjin
Regia: Johnnie To
Genere: thriller
Durata: 107 min.
Anno: 2011
Nazione: Hong Kong
Cast: Ching Wan Lau, Ken Lo, Terence Yin, Richie Ren, Felix Wong, Stephanie Che, J.J. Jia, Siu-Fai Cheung, Denise Ho, Patricia Tang, Philip Keung, Anson Leung, Myolie Wu, Hoi-Pang Lo, Ping-Man Tam, Chi-yin Wong, Hang Shuen So



Le prime avvisaglie della bancarotta della Grecia, e l’inizio della crisi dell’Euro, viste attraverso le conseguenze sui mercati asiatici e sulle vite di comuni investitori a Hong Kong. Tra questi: una consulente bancaria, che deve vendere titoli a alto rischio per conservare il posto, una coppia che vorrebbe comprare casa e un piccolo boss della malavita locale che deve procurarsi i soldi per pagare la cauzione al suo capo.

Teresa è una promotrice finanziaria che, per raggiungere il budget assegnatole dalla banca, si trova costretta a consigliare prodotti di investimento ad alto rischio ai suoi clienti, per lo più povere risparmiatrici che non comprendono appieno quel che stanno facendo. Cheung è un ispettore di polizia che si trova in difficoltà quando sua moglie Connie comincia a pensare di acquistare un appartamento di lusso che i due non potrebbero permettersi. Panther è un membro delle Triadi che si rivolge al faccendiere Lung per recuperare i soldi necessari a far uscire di prigione uno dei suoi boss. Chung è uno strozzino, cliente della banca presso cui lavora Teresa, che attira l’attenzione di alcuni malviventi quando decide di fare un prelievo elevato.

Il denaro è il nuovo protagonista dell’ultima fatica di Johnnie To. Un denaro per lo più virtuale, visto attravero gli schermi dei monitor affissi in ogni dove e con cui, da anni ormai, siamo in costante, anche se involontario, contatto. To ne afferra l’anima volatile e ce lo consegna per quello che è: una dipendenza totale. Qualcosa che è diventato il fine e non più il mezzo per ottenere quel che si vuole. E partendo da questo spunto, ecco scavare a fondo l’anima delle persone coinvolte, alla ricerca di un principio di qualche tipo, uno qualsiasi, sfuggito allo scempio operato dalle borse sulle vite di gente semplice. Nessuno sembra sfuggire alla disperazione data dalla velocità con cui questo denaro, che quasi nessuno vede mai, può sì aumentare di quantità, ma anche sparire al semplice annuncio del crack di un paese lontano, che i più neanche hanno mai sentito nominare.

Johnnie To entra nel cuore del problema e, con chirugica precisione ne espone i punti nevralgici, già duramente provati dal pericolo costante del crollo delle borse. I suoi personaggi sono uomini e donne semplici, che hanno imparato a fare di necessità virtù e si sono rassegnati al compito, non proprio onorevole, di arraffare il più possibile prima della fine del mondo, Fine che spesso arriva per mano sconosciuta e quasi sempre cavalcando l’onda delle maree d’oltreoceano. Maree straniere, quindi e pertanto incomprensibili.
Come spesso nei suoi film l’intreccio è pericolosamente ingarbugliato, le cause e gli effetti finiscono per combaciare, e i colpi di fortuna sono elargiti con parsimonia, ma solo e sempre a persone umili. Persone che, senza un piccolo aiuto da parte del destino, mai avrebbero potuto sopravvivere alla catastrofe raccontata per lo più per immagini, in una totale assenza di sottolineature. 

L’alchimia che sempre contraddistingue i lavori di To è qui sottilmente intessuta più nella narrazione, che nei virtuosismi tecnici, da sempre marchio di fabbrica del famoso regista. Il messaggio è quindi affidato alla solida sceneggiatura e a un cast in assoluto stato di grazia.
Il racconto scompaginato, che si ricostruisce come un puzzle sotto gli occhi affascinati dello spettatore, è materia volatile quasi come il denaro stesso, e come quello ha l’abitudine di seguire criteri comprensibili del tutto solo a posteriori.
Ma la mano sicura del regista trapela qua e là con poetica cattiveria, e quasi sempre in momenti cruciali per la narrazione. Il suo tocco si erge silenzioso dietro le spalle dei faccendieri e dei trafficanti, e con mano sicura rimette tutto in gioco con poche efficacissime inquadrature. Come a voler sottolineare che, certo siamo artefici di quel che ci capita, ma che spesso quelli che vivono del sangue della povera gente, saranno i primi a finire travolti dal rischio insito in ogni speculazione, anche quelle fatte con il consenso dei mercati e benedette dal dio dell’ingordigia.

Anna Maria Pelella