Anteprima Nazionale all’Asian Film Festival: Kotoko

18/03/2012

Regia: Tsukamoto Shin’ya
Durata: 91 min.
Genere: horror
Nazione: Giappone
Anno: 2011
Cast: Cocco (Kotoko), Tsukamoto Shin’ya (Tanaka)


“non lo faccio per morire
ma per sentire di essere viva”


Kotoko è una madre single che, con grossa difficoltà, cerca di allevare il suo bambino, Daijirō.
Ma quando gli assistenti sociali la sospettano di abusare del figlio, il piccolo viene affidato a sua sorella. Kotoko inizia quindi una complicata relazione con Tanaka, uno scrittore famoso, che la segue per strada e le entra in casa per invitarla a uscire. Quando la relazione sembra finalmente darle una certa stabilità, le verrà consentito di tenere di nuovo con sé Daijirō. Ma questo sarà solo l’inizio della parabola che finirà per compromettere del tutto l’equilibrio faticosamente guadagnato dalla donna.

Kotoko ha subito una violenza. Il figlio che lei cerca di crescere con grosse difficoltà è frutto di quel che le è accaduto, e la sua posizione nei confronti del bambino è di grossa ambivalenza. Se da una parte lei teme continuamente per la sua salute, dall’altra le sue fantasie sono incentrate sulla fragilità di quel piccolo essere che dipende totalmente da lei. La sua inadeguatezza viene notata e il bimbo viene affidato a sua sorella. Tanaka è uno scrittore famoso. Un giorno vede questa donna che oscilla pericolosamente sul cornicione di un palazzo e la avvicina, preoccupato. Ma Kotoko vede doppio e due uomini sembrano avvicinarsi a lei, uno le sorride, mentre l’altro la aggredisce.

Kotoko ha in sé tutti gli stilemi dell’arte più pura che Tsukamoto ha proposto sin dall’inizio ai suoi spettatori: il più evidente dei quali quello del corpo come territorio di conflitto. In questo caso un corpo violato dapprima, poi tagliuzzato, colpito e infine lasciato libero di esprimere ogni sentimento che non trova la via delle parole. Poi l’acqua, il mare come luogo di provenienza primordiale, che fa da cornice al suo nuovo lavoro. Un mare che sottolinea, con il suo placido incedere, la danza di una donna fragile e nel contempo eterea. Un mare che di colpo inghiotte e cancella ogni visuale.
Questo in apertura, a sottolineare una continuità con le tematiche care al regista, poi una pioggia ristoratrice e la stessa danza che concludono il tutto. In mezzo ancora una storia di dolore, di quelle che lasciano il segno e non solo metaforicamente.
A chi assisteva alla proiezione in sala il regista ha raccomandato di spostarsi dalle prime file perché “è un film forte” e come tale in effetti buca lo schermo.
Kotoko in realtà non è soltanto un film, è piuttosto un’esperienza sensoriale. Viviamo lo sdoppiamento visuale della protagonista insieme a lei, rappresentazione questa più lampante della sua ambivalenza e della sua impossibilità di vivere nel mondo reale. Il tutto sottolineato da una colonna sonora devastante, a opera della stessa protagonista, che in più momenti canta creando i soli istanti di quiete in un universo continuamente in guerra. Tanaka si innamora del suo canto e si sottomette alle sue paure. Ma questo non è che uno degli aspetti della storia. Altro è la continua riproposta di un ciclico infierire su un corpo sopravvissuto a discapito dell’equilibrio mentale. Un corpo che sanguina solo per provare a chi lo abita di essere ancora vivo. Infine la luce in fondo al tunnel è rappresentata da Daijirō, figlio di una violenza, ma non per questo meno amato. Il suo insistere nel perseguimento dei bisogni primari rappresenta la difficoltà a sopprimere la vita, anche quando la paura ne impedisce il corso normale. Tutto questo è raccontato a sprazzi, per lo più sottolineando il senso di precarietà emotiva della protagonista, e le sue percezioni distorte, col semplice uso di una videocamera digitale.
Le inquadrature oblique, movimentate dalla paura e dalla impossibilità a percepire di Kotoko fanno da sfondo a un contatto impossibile tra due solitudini. Una Cocco in stato assoluto di grazia presta il suo volto e il suo potentissimo canto a Kotoko, mentre Tanaka, artefice di un cambiamento e per tanto regista dell’inizio dell’accettazione del sé della povera Kototo, è Tsukamoto stesso, che con il suo sguardo assai personale rende inquientanti tutti gli angoli in ombra di un claustrofobico palcoscenico, teatro per lo più di un conflitto irrisolvibile tra la vita, la inestinguibile spinta e restare nel mondo, e la paura che questo possa annullarci, soltanto con un attimo di disattenzione da parte nostra.
Kotoko è quindi una delle opere più compatte del regista giapponese e nello stesso momento più ottimiste. Perché se è pur vero che Tanaka è passato come un’ombra nella vita di Kotoko, la sua eredità può solo essere quella di consentire alla donna di vedersi attraverso il suo canto, e per suo tramite guadagnarsi il diritto all’esistenza.

Anna Maria Pelella