Arirang

22/03/2012

Regia: Kim Ki-duk
Cast: Kim Ki-duk
Genere: Drammatico
Produzione: Corea
Anno: 2011
Durata: 100
Voto: 7


“Arirang”, penultima fatica di Kim Ki-duk in anteprima cinematografica al Korea Film Fest di Firenze, appartiene a un genere più letterario che cinematografico. Quello del diario intimo, della confessione anche impudica, a cui non sono estranee le nobili arti della recriminazione e dell’invettiva. Sarà forse per questo che, trovandosi spiazzata, buona parte della critica ha inarcato l’aristocratico sopracciglio, impantanandosi nei distinguo. Un po’ ingenerosamente, su “Variety” si è addirittura scritto che assistere ad “Arirang” è come trascorrere una serata in compagnia di un ubriaco, che vi molesta rievocando le proprie glorie passate. Eppure questa di Kim è l’applicazione, presa alla lettera, della teoria della caméra-stylo elaborata da Alexandre Astruc agli albori del cinema: un regista deve usare la macchina da presa, in questo caso una digitale Mark II, come uno scrittore usa la propria penna. E che tale penna/telecamera venga utilizzata per abbozzare un autoritratto, per raccontare un periodo di impasse esistenziale, non può sorprendere più di tanto.
Negli ultimi tre anni Kim ha lavorato per interposta persona, scrivendo e producendo il bel “Poongsan” di Jun Jae-hong. Adesso, essendo impossibilitato a realizzare un film, filma se stesso. I capelli scarmigliati, i talloni screpolati dal gelo, si aggira per la sua baracca dedicandosi alle piccole incombenze quotidiane: raccoglie la legna, prepara il caffè, dà da mangiare al gatto, cucina, lava i piatti nella neve. Ma soprattutto Kim, uno e trino, si sdoppia, si triplica, si moltiplica in successive incarnazioni realizzando il film d’autore definitivo. Come il poeta Esenin ossessionato dalla presenza dell’Uomo Nero, come il Goljadkin di Dostoevskij, monologa e si racconta interrogato dall’alter ego di turno, inquisitorio come tutti i Doppelgänger. Vertigine del doppio e assieme distanziamento critico, il Kim-Regista sorride ironicamente, mentre il Kim-Doppelgänger incalza il Kim-Uomo con stringenti argomentazioni. Ma non basta, non può bastare. Come Peter Schlemihl, anche Kim smarrisce la propria ombra, la quale assume vita propria e lo mette alle strette. Perché si è ridotto a vivere così, estraniandosi dall’ambiente cinematografico e rinunciando al suo lavoro? Non sa che il suo pubblico aspetta un suo nuovo film? Per quanto tempo conta di andare avanti così?
Il Kim-Uomo ricorda lo choc provato sul set di “Dream”, quando l’attrice protagonista ha rischiato la vita per un incidente, e si domanda se la realizzazione di un film valga una vita umana; depreca l’opportunismo dei suoi collaboratori (in primis il Jang Hoon di “Rough Cut” e “The Front Line”), che lo hanno abbandonato per seguire le sirene del cinema commerciale; si chiede se abbia ancora qualcosa da dire, o se debba considerare esaurito il proprio percorso creativo; insulta la categoria attoriale e si rammarica per i riconoscimenti che non ha ancora ricevuto; si scioglie in lacrime rivedendosi nel finale di “Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera” o cantando “Arirang”, canzone tradizionale coreana; rievoca i propri trascorsi da pittore di strada e da operaio, trovando sollievo nel lavoro manuale. Costruire con le proprie mani una caffettiera o una pistola, sono alternativa concreta all’atto del filmare.
Parafrasando il titolo di un noto saggio di Sartre, si potrebbe dire: “Santo Kim-Ki-duk, commediante e martire”. Spudorato, vittimista, autoindulgente, istrionico, Kim ci avverte esplicitamente. Non stiamo assistendo a un documentario, ma a un film drammatico, e lui, forse, sta recitando. “Arirang” infrange deliberatamente le barriere tra realtà e finzione, riproponendo le medesime tematiche, ossessione del doppio compresa, di “Real Fiction” (2000). E’ inoltre un caso inedito di cinema inteso come terapia, che sfocia in un risolutivo acting-out quando Kim impugna la pistola che si è costruito per sbarazzarsi dei suoi “nemici”, condannandoli a una morte simbolica. 
In Italia siamo stati investiti dalla “moda Kim Ki-duk”, effimera come tutte le mode, trascorsa la quale i suoi film non vengono più distribuiti. La colpa non è certo del regista, i cui ultimi lavori, per quanto riepilogativi della propria poetica, sono infinitamente più interessanti della fuffa che circola nelle sale. Ma Kim si è vendicato, e con “Arirang” ha vinto la sezione “Un Certain Regard” a Cannes 2011. Nel frattempo ha terminato “Amen”, presentato a settembre a San Sebastian, e sta per iniziare le riprese di “Pieta” con Lee Jeong-jin e Jo Min-soo, storia di un uomo che lavora per conto degli usurai, che un giorno riceve la visita di una donna che asserisce di essere sua madre. Sarà l’inizio della rinascita?

Nicola Picchi