The Yellow Sea

23/03/2012

Titolo originale: Hwanghae
Regia: Na Hong-jin
Cast: Ha Jung-woo, Kim Yoon-seok, Cho Sung-ha, Lee Cheol-min, Im Ye-won, Kim Ji-hyun, Jeong Min-seong
Produzione: Corea
Genere: Thriller
Anno: 2010
Durata: 156

Voto: 7.5

La prefettura autonoma di Yanbian è un’enclave coreana nella Repubblica Popolare Cinese, in cui risedono quasi un milione di coreani; alcuni sono i discendenti di coloro che espatriarono in Cina nell’800 o ai tempi dell’occupazione nipponica, altri sono fuggiti dal presunto “paradiso dei lavoratori”, la Repubblica Popolare Democratica di Corea. In questa terra di confine, nella città di Yanji, vive Kim Gu-nam, un nordcoreano che deve ripagare un debito contratto con la mafia locale, la quale gli ha fornito i documenti necessari per far entrare sua moglie nella Corea del Sud. Tormentato dalla gelosia, sospetta che la donna, di cui non ha notizie da alcuni mesi, lo tradisca. Gu-nam fa il tassista, e trascorre le serate perdendo a majong i soldi guadagnati durante il giorno. Un giorno Myun-ga, un intermediario che gestisce il traffico dei clandestini, gli propone un affare: Gu-nam dovrà recarsi a Seoul a uccidere un uomo, e in cambio riceverà il denaro necessario a saldare il suo debito.
“The Yellow Sea”, già presentato a Cannes 2011 come “The Murderer” e ora in concorso al Florence Korea Film Fest, è una conferma del grande talento di Na Hong-jin, che si era rivelato alle platee internazionali con il suo film d’esordio: “The Chaser”. E’ inoltre il primo film coreano a essere coprodotto da una major americana, che ha distribuito il film negli Stati Uniti e opzionato il regista per un possibile remake. Strutturato in capitoli che definiscono le diverse identità di Gu-nam (Taxi-driver, Killer, Joseonjok – termine dispregiativo riservato ai coreani che vivono in Cina) è anticonvenzionale al modo di “The Chaser”, di cui utilizza i medesimi protagonisti, ma a ruoli invertiti. Disarmonico con stile, parte in sordina delineando uno spaccato di acre realismo sulla vita dei nordcoreani, entrati illegalmente in territorio cinese e discriminati sia dai cinesi che dai sudcoreani. Individui senza diritti né prospettive, induriti dalla fatica e dalla miseria e sfruttati dalle organizzazioni criminali, il cui unico imperativo è quello di sopravvivere ad ogni costo. Gu-nam entra clandestinamente nella Corea del Sud e, mentre pianifica un omicidio che rivivrà decine di volte nella propria immaginazione, si mette sulle tracce della moglie scomparsa. Ma la notte dell’assassinio qualcosa andrà storto, e il protagonista, che non ha ucciso nessuno, si troverà ad essere l’unico indiziato.
A definire “The Yellow Sea” vale innanzitutto la metafora dell’idrofobia, esplicitata attraverso la vicenda narrata da Gu-nam nelle sequenze iniziali: gli anziani si sono cibati di un cane contagiato dalla rabbia, e il morbo si è diffuso per il mondo come una pandemia. Secondo il noto assioma hobbesiano dell’”homo homini lupus” (anzi, canis), ferocia e sopraffazione governano i rapporti umani. E’ il trionfo della brutalità darwiniana, della legge del più forte. Il devastante ritratto di un’umanità succube di pulsioni ferine e primordiali, rabbia, gelosia, avidità, in un contesto sociale di estremo squallore, in cui inganno e violenza rappresentano la norma. Non uomini ma, appunto, cani. Cani che si aggrediscono tra loro, cani che vengono nutriti con carne umana (sia in senso metaforico che letterale), per poi ritrovarsi a loro volta divorati. Nessuna redenzione all’orizzonte, solo la legge della sopravvivenza portata ai limiti estremi, che si accompagna alla regressione antropologica, all’apoteosi del nucleo primevo del cervello umano, quello ereditato dai rettili, come  ben sottolineato nella sequenza in cui Myun-ga finisce i suoi nemici a colpi di osso.
Na Hong-jin si incolla con una nervosissima camera a mano al suo protagonista, il nostro punto di vista coincide per la maggior parte del tempo con quello di Gu-nam. Vediamo quello che lui vede, squarci di degradazione urbana di Yanji, di Seoul, di Busan; proviamo quello che lui prova, ansia, angoscia, fame (la voracità nel mangiare connota il personaggio più di mille parole), freddo, disperazione; sappiamo quello che lui sa, ovvero quasi nulla. Si ha sempre la sensazione che nella narrazione si aprano degli spazi vuoti, che alla concatenazione degli eventi manchi qualcosa, che il puzzle sia destinato a non ricomporsi, nell’inestricabile viluppo dei tradimenti incrociati. L’importante è continuare a muoversi, andare sempre avanti sotto la spinta dell’adrenalina in una corsa aritmica e accidentata. La sequenza dell’omicidio è magistrale, di suspense hitchockiana, ma la violenza non è elegante né tanto meno coreografata come nel “The Man from Nowhere”di Lee Jeong-beom. Le aggressioni sono all’arma bianca come il montaggio di Kim Seon-min: repentine, letali e cruente. Sporadici lampi di humour nero, tra cui gli inevitabili sberleffi alla polizia coreana (ricordate il lancio di escrementi di “The Chaser”?), non valgono a stemperare la cupezza dell’insieme. E se pure nell’ultima parte Na decide di giocare per eccesso (di inseguimenti, di incidenti d’auto, di rovesciamenti di campo), l’amarissimo finale pianta il chiodo definitivo sulla bara della speranza.
Eccellente prova d’attore di Ha Jung-woo (Gu-nam) e Kim Yoon-seok (.Myun-ga), mentre Cho Sung-ha (Kim Tae-won, il boss di Seoul) ha trionfato come miglior attore non protagonista agli ultimi Daejong Film Awards. Risulta invece francamente incomprensibile l’esclusione di Na Hong-jin, a cui è stato preferito il Kang Hyung-chul di “Sunny”.

Nicola Picchi