The Great Magician

25/04/2012

Titolo originale: Da mo shu shi
Regia: Derek Yee
Cast: Tony Leung Chiu-wai, Lau Ching-wan, Zhou Xun, Wu Gang, Yan Ni, Lam Suet, Paul Chun, Kenya Sawada, Wang Ziwen, Wang Ziyi
Produzione: Cina, Hong Kong
Genere: Commedia
Anno: 2012
Durata: 130
Voto: 6.5


Pechino, 1916: il generale Lei Daniu, detto “Bully”, cerca di conquistare il cuore della bella Lin Yin, che ha fatto rapire con la speranza che un giorno possa acconsentire a diventare la sua settima moglie. Ma la ragazza, affranta per la misteriosa scomparsa del padre e abbandonata dal fidanzato, il quale tre anni prima era andato a studiare in Europa, rifiuta di cedere alla sua corte insistente. Un giorno arriva in città Chang Hsien, famoso illusionista, e Bully cerca il suo aiuto perché lo aiuti a sedurre Yin, senza sapere che Hsien è il fidanzato della ragazza.
Illustre predecessore di “The Great Magician” è “The Warlord” (1972) di Li Han-hsiang, presentato anche in una passata edizione del Far East, a cui Derek Yee strizza l’occhio affettuosamente. Una commedia farsesca che segnò l’esordio cinematografico di uno scatenato Michael Hui, ambientata nei primi anni della Repubblica, quando i signori della guerra combattevano tra di loro, i giapponesi cospiravano per restaurare la dinastia Qing e Yuan Shikai ambiva a farsi proclamare imperatore. Il medesimo, turbolento periodo storico in cui, in tempi più recenti, Jang Wen ha ambientato lo sfavillante “Let the Bullets Fly”. Detto questo, ogni paragone tra i due registi sarebbe ingeneroso, come comparare un fuoriclasse a un mediano rispettabile.
Sradicato dal proprio habitat naturale, ovvero il noir urbano dai toni moraleggianti, Derek Yee non sembra infatti essere a proprio agio con i ritmi e i modi della commedia. Carenza di ritmo e progressiva involuzione della sceneggiatura sono le manchevolezze più lampanti di “The Great Magician”, tratto dall’omonimo romanzo di Zhang Haifan. Gli sceneggiatori Chun Tim-nam e Lau Ho-leung zavorrano la storia principale, la rivalità tra Chang Hsien e Bully per l’amore di Yin, con delle sottotrame non sempre necessarie, soprattutto se quest’ultime sono gestite dalla regia in maniera anodina e con poca convinzione. A complicare le cose troviamo una troupe di cineasti giapponesi, i quali sono in realtà delle spie che complottano con Liu Kun-shan, luogotenente di Bully, per restaurare i Manciù; la ricerca di una rara pergamena che contiene un incantesimo per dominare le menti; il rapimento di Bully, organizzato dagli acrobati della compagnia di Hsien per ottenere il rilascio di alcuni prigionieri politici. Molta carne al fuoco, forse troppa per Derek Yee, che magari avrebbe dovuto rivedersi anche un film come “Peking Opera Blues” (1986) di Tsui Hark, che miscelava con molta più inventiva satira, azione e commedia degli equivoci. In questo caso, invece, intrighi politici e digressioni restano materiale inerte, infiorettato in una confezione di lusso. A latere, Derek Yee abbozza un parallelismo tra arte e prestidigitazione, paragonando il ruolo del regista a quello dell’illusionista, entrambi maestri nella complessa arte dell’inganno. Un apologo sul cinema come grande illusione, gioco di prestigio, magia, che il pubblico preferirà sempre alla cruda realtà, anche se la finzione può essere pericolosamente manipolatoria.
La trama principale rammenta “The Illusionist” (2006) di Neil Burger, che vedeva protagonista un abile prestigiatore coinvolto in un pericoloso triangolo sentimentale, ma le similitudini si arrestano qui. Laddove quello era mortalmente serioso, qui si aspira al vaudeville, alla farsa sfrenata, al puro nonsense. E se l’obiettivo, più arduo di quanto si pensi, può dirsi relativamente centrato, è solo grazie agli attori protagonisti. Lo stesso Yee sembra rendersene conto, e a un certo punto comincia a delegare tutto ai suoi interpreti, permettendo che siano loro a condurre il gioco. Tony Leung Chiu-wai, finalmente sottratto alle grinfie di Wong Kar Wai, e l’ottimo Lau Ching-wan (Mad Detective, Life Without Principle) tornano a recitare insieme, dando vita a duetti esilaranti. Era dagli anni ’90, dai tempi di “The Longest Nite”, che i due attori non condividevano lo schermo, e una divertita complicità è evidente in ogni scena che li vede protagonisti. Chang Hsien usa tutto il suo carismatico charme per sedurre le mogli di Bully e conquistarne la benevolenza, nella speranza di riconquistare Yin, mentre Bully è un anomalo signore della guerra, più interessato all’amore che alla guerra, all’oro o al potere. La sublime padronanza dei tempi comici di Tony Leung e Lau, gli ammiccamenti, le gag, le schermaglie verbali e le battute riescono a infondere un po’ di vita a “The Great Magician”, lasciando scivolare in secondo piano orpelli e sovrastrutture. Ai due fa da contraltare la sempre brava Zhou Xun nel ruolo della donna contesa, che forse, alla fine, deciderà di scartare entrambi i suoi pretendenti. Nel calderone trovano posto un cameo di Daniel Wu, di Alex Fong e di Tsui Hark, nel ruolo di un generale con un uncino al posto di una mano. Le sontuose scenografie (di Zhen W) e i meravigliosi costumi (di Yee Chung-man) omaggiano con convinzione le storiche produzioni degli Shaw Brothers. Un film godibilissimo per gli estimatori di Tony Leung e Lau Ching-wan, ma che nulla aggiunge alla carriera di Derek Yee, i cui ultimi film (vedi “Triple Tap”) non vanno oltre un’indefinita professionalità.

Nicola Picchi