The Warriors of the Rainbow: Seediq Bale

23/05/2012

Titolo originale: Sàidékè Balái
Regia: Wei Te-sheng
Cast: Lin Ching-tai, Umin Boya, Masanobu Ando, Landy Wen, Irene Luo, Vivian Hsu, Da Ching
Produzione: Cina, Taiwan
Genere: Drammatico
Anno: 2011
Durata: 276
Voto: 6.5


Sconfitta e umiliata, al termine della prima guerra sino-giapponese la Cina si vide costretta nel 1895 a cedere Taiwan al Giappone con il trattato di Shimonoseki. I colonizzatori si scontrarono sin dall’inizio sia con gli indipendentisti cinesi che con l’ostilità delle tribù aborigene, che l’allora nascente imperialismo nipponico considerava alla stregua di selvaggi da sottomettere e sfruttare come mano d’opera a buon mercato. L’ultima rivolta significativa ebbe luogo il 27 ottobre 1930, quando 300 guerrieri delle tribù Seediq attaccarono il villaggio di Wushe, dove si stava per tenere una manifestazione sportiva, massacrando circa 130 giapponesi. La reazione non si fece attendere, e i soldati nipponici soffocarono la rivolta entro il mese di dicembre mentre Mouna Rudo, a capo dell’insurrezione, ritenne più onorevole togliersi la vita.
“The Warriors of the Rainbow: Seediq Bale” è un progetto inseguito da Wei Te-sheng fin dal 2003, quando, ispirato da un fumetto di Qiu Ruolong, il regista taiwanese realizzò un trailer di cinque minuti allo scopo di trovare finanziatori. Ma solo grazie al successo conseguito con “Cape No.7” (2008), Wei è stato in grado di raccogliere i fondi necessari e di portarlo a termine, malgrado una lavorazione travagliata e funestata da incidenti, che fanno del film la sua personale “Apocalypse Now”. Coprodotto da John Woo, il risultato di tanta perseverante ostinazione è un’epopea tonitruante ed eccessiva, anche nella sua smisurata durata, dal sapore marcatamente nazionalista. Come osserva il premio Nobel Lu Xiaobo l’attuale collante della Cina, compresi i figli ribelli come Taiwan, non è più l’ideologia, capitalista o comunista che sia, ma l’orgoglio (a volte il fanatismo) nazionalista, e il film di Wei ne è la dimostrazione lampante, non solo per la vicenda narrata ma anche per la sottesa dichiarazione di indipendenza e di grandeur produttiva. Questa ambiziosa celebrazione della giusta ribellione degli aborigeni, spogliati delle loro tradizioni e costretti a “giapponesizzarsi” (come accadeva contemporaneamente nella Corea occupata) attraverso un forzato processo di assimilazione, è però quantomeno sospetta, considerato che la successiva amministrazione del Kuomintang si dimostrò ancor più corrotta e assai più repressiva di quella coloniale che l’aveva preceduta. Basti pensare al massacro di taiwanesi che ebbe luogo il 28 febbraio 1947 (quello cui si allude in “Città Dolente”, di Hou Hsiao-Hsien), che segnò l’inizio del terrore bianco e della legge marziale.
Dopo un prologo che illustra lo sbarco dei giapponesi sull’isola e svolge la funzione di presentarci un giovane e ribelle Mouna Rudo, l’azione si sposta direttamente al 1930 e all’episodio che scatenò la rivolta dei Seediq, dovuto a un fraintendimento di carattere culturale. Per una volta i giapponesi, che ormai sono i nazisti dell’Asia (vedi “The Flowers of War”), sono ritratti in maniera meno caricaturale del solito, e l’approccio più sfumato va a beneficio della riuscita complessiva. L’abisso che separa le due culture è comunque incolmabile, persino nel diverso modo di interpretare la realtà: quello che per i giapponesi è assassinio a sangue freddo, per i Seediq è un modo per offrire un sacrificio di sangue agli antenati. Dopo il massacro di Wushe, gli aborigeni utilizzano le tattiche della guerriglia, teorizzate in quegli stessi anni da Mao Zedong con le sue note quattro parole d’ordine, mentre i giapponesi rispondono attraverso un processo di “vietnamizzazione” ante litteram, impiegando non solo mitragliatrici e mortai, ma anche armi chimiche.
Wei Te-sheng dimostra un certo puntiglio etno-antropologico, ricostruendo fedelmente usi e costumi delle tribù Seediq. Il rito di passaggio che marca l’inizio dell’età adulta è, assai comprensibilmente, il battesimo di sangue, l’uccisione dell’avversario. Solo così il Seediq verrà considerato un “vero uomo”, sottoposto ai tatuaggi rituali ed accettato come membro del clan a tutti gli effetti. Solo così gli verrà concesso di attraversare il ponte sull’arcobaleno che conduce all’aldilà, dove potrà ricongiungersi con i suoi predecessori. Come ben evidenziato dai titoli delle due parti che compongono “The Warriors of the Rainbow”, la contrapposizione non è tanto politica quanto culturale, lo scontro è tra il sole di Amaterasu che campeggia sull’Hinomaru (la bandiera giapponese) e l’arcobaleno dei Seediq, assimilabile a quello che si rintraccia nella mitologia norrena. I due personaggi più interessanti risultano infatti Ichiro e Jiro, due Seediq “civilizzati” che fanno parte della polizia giapponese e vengono disprezzati da entrambi le etnie. Dilaniati nel conflitto tra due culture inconciliabili, tra il sole e l’arcobaleno, troveranno la vera libertà solo nel suicidio.
Pur con tutti i suoi numerosi difetti e l’ovvio debito d’ispirazione con film come “Braveheart” o “L’Ultimo dei Mohicani”, “The Warriors of the Rainbow” non è però da liquidarsi con spocchiosa sufficienza, com’è avvenuto quasi all’unanimità. Non si può non sottolineare la sincerità delle intenzioni e il vigore della regia, che con coraggio sconsiderato (e perciò ammirevole) non arretra né davanti alla retorica, né davanti al turgore della rappresentazione. L’intento è quello di elevare un sentito lamento funebre in memoria di una minoranza quasi scomparsa, con l’ingombrante accompagnamento delle dolenti melodie tribali di Ricky Ho. Ogni personaggio è l’espressione di un unico sentimento, cosa che lo rende unidimensionale ma in grado di assolvere al suo compito all’interno dell’economia narrativa: l’orgoglio per Mouna Rudo, il razzismo per Yoshimura, la comprensione per Kojima, l’odio per Temu Walis, il risentimento per Pawan, che si getta nel vuoto per portare con sé un altro nemico. Wei non si perde in sottigliezze di regia, e le scene madri si susseguono incessanti. Eppure, tra un ralenti e l’altro, riesce a costruire qualche  bel momento, come la sequenza dell’attacco nella nebbia o il sacrificio volontario delle donne della tribù Mahebu. Per il resto domina lo scarlatto della fioritura dei ciliegi e del sangue versato, o la paradossale bellezza dei fiori di fuoco delle bombe incendiarie, riflessi nella pupilla di un soldato morente.
A parte il cast giapponese, Wei si è affidato ad attori non professionisti, compreso Lin Ching-tai (Mouna Rudo), che nella vita è un prete presbiteriano di origine Atayal, altra minoranza etnica taiwanese. La versione internazionale, presentata a Venezia e all’ultimo Far East è di “soli” 155 minuti, ma si raccomanda di attenersi scrupolosamente alla versione integrale.

Nicola Picchi