Amen

04/10/2012

Regia: Kim Ki-duk
Durata: 72 min.
Genere: drammatico
Anno: 2011
Nazione: Corea del sud
Cast: Kim Ye-na



Una ragazza arriva a Parigi sulle tracce del suo compagno, ma non riesce a mettersi in contatto con lui. Lo cerca a Venezia e poi ad Avignone e, mentre si trova in viaggio, si accorge di essere seguita.


Una giovane donna coreana atterra a Parigi. Nessuno la aspetta all’aeroporto. La vediamo telefonare, ma non riesce a contattare la persona che avrebbe dovuto venire a prenderla. Lei non si da per vinta e lo cerca a casa di lui. Ma non lo trova neanche là. Poi scopre che è a Venezia, quindi prende un treno per raggiungerlo. Ma ancora una volta l’uomo si è volatilizzato. Mentre è ancora in viaggio viene avvicinata da un misterioso personaggio, che indossa una maschera antigas e che le ruba tutti i bagagli. Dopo un pò le sue cose cominciano a spuntare in giro e lei si sente osservata da vicino.

Kim Ki-duk è un regista dalle molte sorprese.
E’ riuscito nel difficile compito di trasformare la rappresentazione, a volte anche estrema, degli aspetti meno piacevoli dei rapporti umani in un esercizio di grande cinema.
La depressione che lo ha paralizzato per tre anni è stata trasformata a sua volta in un viaggio interiore che gli ha guadagnato l’ammirazione dei critici e un premio a Cannes.
Amen è un altro dei suoi esperimenti, e qui è la sua ossessione per lo sguardo a farla da padrone.
Per realizzare questo piccolo gioiello Kim usa una fotocamera digitale e una sola attrice, che segue per l’Europa in cerca di un personaggio misterioso. Non sapremo nulla più del nome di quest’uomo. Di lei, invece nemmeno quello.
La storia si dipana lenta mostrando gli spostamenti di lei attraverso l’Europa e, spesso in soggettiva,  un uomo che la segue molto da vicino. Il tutto ha il sapore di un film delle vacanze, ma di quelle da incubo, però.

Difficile immaginare un film del genere se non si conosce il passato del regista. La depressione che lo ha allontanato dal lavoro è cominciata sul set del film Dream, dove l’attrice protagonista ha avuto un incidente che le poteva costare la vita. Kim stesso l’ha salvata, ma da allora si è posto molte domande. E a non tutte è riuscito a trovare una risposta. L’isolamento che ha esperito nel rifugio di campagna, così abilmente filmato in Arirang, è l’intero universo emotivo che compone questo bellissimo scorcio delle ossessioni di un regista spesso ardito, anche nel raccontare di sé.
La protagonista è una persona afflitta da un grave problema di incomunicabilità: è a Parigi e cerca un coreano, conosce solo poche parole di inglese e nessuno la può aiutare. L’unico che pare sapere quel che accade è un uomo che lei impara presto a temere.
Non sembra azzardato immaginare che in questa donna ossessionata Kim abbia trasposto parte dei sentimenti che devono averlo afflitto nel suo lungo e volontario esilio. Ma la maestria con la quale egli sceglie di mettere in immagini i propri sentimenti, ancora una volta dopo l’onesta introspezione di Arirang, lascia lo spettatore di fronte all’accezione più creativa del termine “crisi esistenziale”.
A un primo sguardo il tutto pare un esercizio da scuola di cinema, compatto e preciso, non contiene una sola sbavatura, e il finale essenziale motiva in pieno la scelta dell’esiguo minutaggio. Ma a guardare bene è in realtà anche il racconto di un isolamento, che travalica la rappresentazione, per insinuare il ritorno dell’ossessione dello sguardo altrui in chi vive di immagini, un regista appunto.
Con questo lavoro Kim mostra ancora una volta la via della rappresentazione sperimentale di ossessioni quotidiane, condivise, ma che in mano sua diventano arte. Come pure può essere considerata un’opera d’arte la resurrezione di un uomo che esce da una profonda lacerazione interiore solo e unicamente attraverso lo strumento che l’aveva provocata.
Amen non è solo un film, è anche un’appassionata dichiarazione d’amore per il mezzo cinematografico che, nello stesso momento, ammalia e guarisce chi decide di dedicargli la vita.
E solo i grandi possono scegliere di aprire il cuore alla rappresentazione di un dolore generato dalla reale impossibilità di raccontarsi davvero fino in fondo.

Anna Maria Pelella