The Silent War

11/10/2012

Titolo originale: Ting feng zhe
Regia: Alan Mak, Felix Chong
Cast: Zhou Xun, Tony Leung Chiu-wai, Wang Xuebing, Mavis Fan, Dong Yong, Lam Wai
Produzione: Cina, Hong Kong
Genere: Thriller
Anno: 2012
Durata: 119
Voto: 6


Cina, 1949: Zhang Xue-Ning, nome in codice “200”, è la miglior agente del Bureau 701, unità di controspionaggio del PCC. Dato che le frequenze radio utilizzate dal Kuomintang sembrano essersi dissolte nell’aria, a Xue-Ning viene affidata la missione di recarsi a Shanghai e prelevare Luo San-Er, un accordatore di pianoforte dall’udito leggendario. Xue-Ning recluterà invece He Bing, un cieco sempliciotto e analfabeta, in grado di percepire frequenze inavvertibili alla maggioranza delle persone. Dopo un periodo di addestramento all’utilizzo del codice Morse, Bing non avrà problemi a localizzare i messaggi inviati dalle spie di Chiang Kai-Schek, ma le cose si complicheranno con l’arrivo a Shanghai di Chungking, un agente segreto nazionalista che sta organizzando un’azione spettacolare.
Tratto da “Listener to the wind”, prima parte della trilogia spionistica “Plot Against” di Mai Jia, già adattata in una serie televisiva, “The Silent War” vede Alan Mak e Felix Chong tornare a occuparsi di spionaggio e intercettazioni, dopo “Overheard” e il più riuscito “Overheard 2”. Tenuto conto che Mai Jia è l’autore del libro da cui è stato tratto “The Message” (2009) di Gao Qunshu e Chen Kuo-fu, ci si potrà fare un’idea di che cosa ci si possa aspettare: una solida spy-story dal retrogusto piacevolmente old-fashioned, con annessa glorificazione del PCC e di “benevolo eroe, altruista salvatore Mao Zedong” (copyright Chuck Palahniuk). La produzione mainland, che ha permesso al film di andare benissimo in Cina e malissimo a Hong Kong, si dimostra una volta di più alquanto condizionante per i registi hongkonghesi, anche se in “The Silent War” non si calca troppo la mano sulla propaganda o sulle divergenze politiche tra comunisti e nazionalisti, peraltro scontate per il pubblico cinese.
Ma il problema del film non è solo nel tono celebrativo, presente anche in “The Message”, quanto nell’indecisione di Mak e Chong sul tipo di prodotto da realizzare. Come thriller spionistico il film è infatti decisamente debole, complice una sceneggiatura (sempre di Mak e Chong) raffazzonata e fuori fuoco. Come quadrilatero sentimentale, lirico peana ai sentimenti sacrificati per il bene della patria, è altrettanto debole. Accade infatti che Bing sviluppi un sentimento profondo per Xue-Ning, la quale invece lo considera solo un buon amico ed è segretamente attratta da “Devil”, il capo del Bureau 701. L’uomo ne è a sua volta innamorato, ma i doveri verso la patria hanno la precedenza. Nel frattempo l’esperta di codici Shen Jing, figlia ribelle di un agente del Kuomintang, s’innamora di Bing e guarda con inquietudine alla sua relazione con Xue-Ning. La tensione sotterranea tra i personaggi è la cosa migliore del film, ma non viene sviluppata adeguatamente e infine viene abortita. Se questo intricato viluppo di sentimenti inespressi domina la prima parte, la seconda si attiene invece a uno svolgimento marcatamente thriller, quando un errore di interpretazione di Bing condurrà a tragiche conseguenze. La netta cesura azzoppa “The Silent War”, che per troppa irresolutezza affonda nel generico, bruciando delle buone premesse. E questo senza considerare la ridicolaggine di alcune scene, come quella in cui Bing, quasi un supereroe dall’udito sovrumano, riesce a individuare età, sesso e personalità delle spie nemiche unicamente seguendo il ritmo di battuta del codice Morse, o quella a montaggio alternato sulle note di “Casta Diva”, spalmate senza troppo costrutto sia su un funerale che sull’attentato a “giulivo monarca, bonario Re, Mao Zedong” (come sopra).
Questo non significa che sia tutto da buttare, dato che Mak e Chong, anche se non particolarmente ispirati, hanno professionalità e competenza da vendere. Alcune sequenze sono assai riuscite, come ad esempio quella in cui Bing cammina per strada orientandosi solo con suoni e rumori, ma rimangono schegge isolate. Per fortuna i registi hanno il buon senso di affidarsi a collaboratori di alto livello, e “The Silent War” ha al suo attivo la suggestiva fotografia da noir anni ’40 di Anthony Pun, costumi glamour e le belle scenografie di Man Lin Chung, che perlopiù utilizza reali interni d’epoca. Zhou Xun e Tony Leung tornano a recitare insieme dopo “The Great Magician”, e se Tony Leung (si perdoni la battuta) potrebbe interpretare un cieco a occhi chiusi ma appare sprecato e fuori parte, la sempre ineccepibile Zhou Xun tiene saldamente in pugno il film, affidandosi a una recitazione sopraffina fatta di sguardi e sottintesi.

Nicola Picchi