The Assassins

06/02/2013

Titolo originale: Tong que tai
Regia: Zhao Linshan
Cast: Chow Yun-fat, Alec Su, Ni Dahong, Liu Yifei, Tamaki Hiroshi, Terry Chiu, Yao Lu
Genere: Drammatico
Produzione: Cina
Anno: 2012
Durata: 107

Voto: 6

Due orfani, Ling Ju e Mu Shun, vengono rapiti e allevati con un unico scopo: diventare due assassini e uccidere Cao Cao, il Cancelliere del debole imperatore Han, la cui dinastia è prossima al tramonto. A tale scopo Ling Ju diventerà la sua concubina, mentre Mu Shun servirà come eunuco alla corte imperiale.
Al centro di “The Assassins”, debutto sul grande schermo del regista di spot pubblicitari Zhao Linshan, troviamo l’illustre figura di Cao Cao (155-220), grande generale degli Han, Re di Wei, statista e persino letterato. Nel caotico periodo dei Tre Regni, in cui l’Imperatore deteneva un potere solo nominale, Cao Cao era l’uomo più potente della Cina, ma pur controllando la corte non assunse mai il titolo imperiale. In genere l’uomo non gode di buona reputazione nella storiografia cinese e nella cultura popolare, grazie anche al “Romanzo dei Tre Regni”, in cui gli viene riservata la parte del “villain” cinico e crudele, e ce lo rammentano anche le sue ultime incarnazioni cinematografiche. Nel “Red Cliff“ (2008) di John Woo, in cui si narrano eventi antecedenti a quelli di “The Assassins”, Zhang Fengyi ne restituisce la gelida arroganza e la brama di potere, mentre appare più ironica, ma sempre venata di machiavellismo, la versione che ne offre Jiang Wen in “The Lost Bladesman” (2011), in cui Cao Cao sussurra sornione al granitico Guan Yu/Donnie Yen: “Lascia che per i posteri sia io a interpretare la parte del cattivo”.
In “The Assassins” Cao Cao è interpretato da Chow Yun-fat, il quale ultimamente sembra trovarsi a proprio agio nelle vesti di personaggi storici (vedi “Confucius”), che tende ad umanizzare senza lasciarsi sopraffare dagli stereotipi. Il suo Cao Cao non fa eccezione, e la performance di Chow, il quale tra l’altro ha recitato in mandarino, vale da sola la visione del film. Che, a dire il vero, non offre molto altro, anche perché la cornice, ovvero il tentativo di Ling Ju e Mu Shun di eliminare Cao Cao, si perde rapidamente per strada. I mandanti dei due presunti assassini, di cui ignoriamo identità e motivazioni, non sono certo gli unici a voler togliere di mezzo il Lord Cancelliere, semmai dovrebbero mettersi in fila e aspettare il proprio turno. Infatti anche Lord Fu Wan, augusto genitore dell’imperatrice Fu Shou, ritiene che Cao Cao abbia troppo potere e organizza un’incursione notturna nella sua residenza, per tacere di Ji Ben, il medico di corte, che complotta istigato dall’Imperatore stesso. Relegata sullo sfondo la sottotrama che vede protagonisti i due assassini, ancora più irrilevante ai fini drammaturgici appare la loro storia d’amore, data per scontata senza motivazione alcuna. I siparietti in cui i due innamorati si struggono di passione repressa (anche perché Shun è ormai un eunuco), preferibilmente col favore delle tenebre e con lo sfondo di corrusche nuvolaglie, restano pretestuosi e anche un po’ ridicoli. Non appena Chow Yun- fat esce di scena, “The Assassins” frana per troppa ambizione, e tanto valeva limitarsi a un biopic, focalizzandosi sugli intrighi di palazzo e sulla imminente caduta degli Han.
Chow dipinge un Cao Cao malinconico e logorato dalle emicranie, che onora le reliquie degli amici scomparsi e dei nemici sconfitti e che, tormentato dagli incubi, appresta anzitempo la propria camera sepolcrale, a dimostrazione che il potere logora anche chi lo detiene. Nonostante la struttura episodica della sceneggiatura di Wang Hailin stenti a mettere a fuoco alcuni punti che dovrebbero essere centrali, quali il rapporto tra Cao Cao e Ling Ju, la quale è la voce narrante della vicenda, si segnalano almeno due momenti rimarchevoli, che Chow Yun-fat affronta da grande attore per sfumature e complessità: la sequenza in cui Cao Cao mette i ministri di fronte al loro tradimento, e la scena in cui affronta il figlio Cao Pi, ambizioso ma soggiogato dalla personalità paterna.
Non basta, però, sbizzarrirsi con le tonalità sature dei costumi (lo schiaffo cromatico della veste carminio di Ju) e con l’oro delle armature istoriate (un non colore, secondo Klimt), né circondarsi degli abituali collaboratori di Zhang Yimou (Zhao Xiaoding alla fotografia, Taneda Yohei alla scenografia, Liu Wei e Chen Long al montaggio, Umebayashi Shigeru alla colonna sonora), sperando che per miracolo venga fuori “Hero” o “La città proibita”. Le scene d’azione, entrambe assalti alla residenza del Primo Ministro a Yecheng, si assestano nella media del genere senza farsi notare in alcun modo, e di meglio aveva fatto persino Daniel Lee in “Three Kingdoms” (2008). Il cast è invece all’altezza, in particolare il taiwanese Alec Su nei panni dell’imperatore Xian, il quale sembra prediligere gli amori “della manica tagliata”, Terry Chiu nel ruolo di Cao Pi e due veterani come Ni Dahong (Lord Fu) e Yao Lu (Ji Ben). Alquanto mediocri, invece Liu Yifei e Tamaki Hiroshi nella parte degli assassini seduti sul titolo.
Nella realtà storica, gli astrologi che profetizzarono la caduta della dinastia Han non ebbero del tutto torto. Dopo la morte di Cao Cao, l’imperatore abdicò in favore di Cao Pi, il quale prese il nome di imperatore Wen e fondò la dinastia Wei. Come lasciò scritto Cao Cao in una sua poesia: “Cantiamo al vino/la vita è breve/come rugiada all’alba/i giorni sono andati”.

Nicola Picchi