Neighborhood  

25/03/2013

Titolo originale: I woot sa-lam
Regia: Kim Hwi
Durata: 110 min.
Genere: Thriller
Anno: 2012
Nazione: Corea del sud
Cast: Kim Yun-Jin, Ma Dong-seok, Kim Sae-ron, Kim Seong-gyun, Im Ha-ryong, Do Ji-han, 
Jang Young-nam, Cheon Ho-jin


Seung-hyeok è un giovane che abita il primo piano di un condominio e che una sera rapisce una bambina che vive al piano superiore. Da quel momento la ragazzina non farà più ritorno, ma la sua matrigna la vedrà sulla porta di casa ogni sera, finchè si renderà conto che la bambina ha qualcosa da comunicarle.

Seung-hyeok è solo l’ultimo degli psicopatici di cui sono pieni i thriller coreani. Uccide bambine e, da un certo punto in poi, passa ad altre persone solo per coprire la sua prima malefatta. Il condominio dove vive è sempre pieno di gente che va e viene, e nessuno si preoccupa troppo del movimento. Finchè una sera una delle bambine del palazzo non fa ritorno da scuola. Qualche giorno dopo la sua matrigna comincia a vederla alla porta di casa, e sulle prime pensa che si tratti di un’allucinazione dovuta al senso di colpa per averla trascurata. Inoltre il corpo viene rinvenuto in una valiga che un negoziante si ricorda di aver venduto a un giovane del quartiere.

Comincia così la prima prova da regista di Kim Hwi, già sceneggiatore di Midnight FM e di Haeundae. Adattamento riuscitissimo di una web toons di successo, forse il miglior adattamento di uno dei lavori di Kang Pool, Neighborhood si avvale di una storia semplice e purtroppo abbastanza rappresentata nel cinema coreano. Ma a leggere le cronache di Seoul verrebbe da pensare che, più che un cinema di genere il thriller, in Corea del sud, sia un cinema di denuncia. Solo l’aprile scorso una donna è stata uccisa e il suo corpo sparpagliato in giro per la città. Quella donna aveva denunciato il suo aggressore, ma la polizia in Corea giudica di poca importanza le paure delle donne.

La rappresentazione del triste destino dei più deboli è quindi uno dei cardini di un cinema spesso accusato di essere ossessionato dalla violenza. Ma se è pur vero che a volte il cinema rispecchia la società che lo produce, bisognerebbe cominciare a domandarsi come mai, nei thriller coreani, la polizia non faccia mai nulla e le donne e i bambini abbiano sempre meno possibilità di arrivare indenni alla fine della storia.
Il film racconta una storia dura, che non concede nessuno sconto all’esterrefatto spettatore, il quale si trova messo direttamente davanti al punto di vista dello psicopatico. I condomini sono persone come chiunque altro, hanno vite piene di cose da fare, e la sparizione di una bambina non fa quasi più notizia.
In questo panorama scoraggiante, la buona intuizione di Kim è nel rappresentare uno spirito inquieto, che troverà pace solo quando la sua morte sarà valsa a salvare un’altra bambina. La rappresentazione ricorda un po’ Amabili resti ma i contenuti sono pregni anche e soprattutto della cultura coreana che attribuisce uno scarso valore alla vita umana.
Seung-hyeok è un potentissimo Kim Seong-gyoon, premiato appunto per l’interpretazione, che invade lo schermo e lascia pochissimo spazio di manovra a tutti i comprimari, un bravissimo Ma Dong-Seok, strozzino della malavita e vittima designata dalla polizia, e una intensa Kim Yoon-jin, madre dolorosamente colpevole dell’unica illusione possibile in un mondo così impietoso: quella di avere sempre il tempo per recuperare il rapporto mai realmente costruito con la giovanissima figliastra.

Anna Maria Pelella